GENTE

Il riscatto del poeta pazzo DI PIETRO BARACHETTI

- Di Pietro Barachetti

Non ha mai galoppato in sella ai suoi cavalli, pancia a terra, nelle steppe della sua terra natale, come da “vero” cosacco ha sempre sognato di fare. In compenso, accovaccia­to accanto alle zampe dei cinque cavalli che vivono con lui a Castel Frentano, in Abruzzo, Antonio Allegrini ha lasciato che la fantasia galoppasse a briglie sciolte componendo poesie che gli sono valse la stima e l’amicizia di personaggi come Carlo Bo, Mario Rigoni Stern e Pier Paolo Pasolini e, oltreocean­o, di Lawrence Ferlinghet­ti (poeta ma anche editore della Beat

Generation di Jack Kerouac e Allen Ginsberg) e di Henry Miller, l’autore di Tropico del Cancro. Poesie che in passato gli avevano portato, come unico “riconoscim­ento”, le cure in un centro psichiatri­co di Pescara, dove affidavano a massicce dosi di psicofarma­ci l’incarico di cancellare dalla sua mente “visioni” del mondo troppo diverse da quelle considerat­e normali e, dunque, per i medici incomprens­ibili e “malate” - sorte toccata del resto anche a un’altra grande poetessa “incompresa”, Alda Merini - e che solo dopo decenni sono state riconosciu­te per quello che sono: arte. Che sia arte lo certifica la casa editrice Morcellian­a di Brescia a cui si deve la pubblicazi­one delle più importanti raccolte di componimen­ti, l’ultima delle quali, Le stanze delle voci, ospita un’ampia sezione dedicata proprio ai compagni di sventura nel centro psichiatri­co di Pescara. Una raccolta di poesie destinata a confermare come Anton Demidov, il suo vero nome cosacco, diventato Antonio Allegrini da italiano, soprannomi­nato da alcuni letterati il Rimbaud italiano, ma anche il Ligabue dei versi, non fosse affatto una persona con “problemi”, ma sempliceme­nte un artista. Capace, come pochi, di far

“LE STANZE DELLE VOCI” È DEDICATO AI COMPAGNI DI SVENTURA IN OSPEDALE HA CONOSCIUTO IL MANICOMIO. HANNO PROVATO A CANCELLARE LA SUA CREATIVITÀ CON GLI PSICOFARMA­CI. OGGI ANTONIO ALLEGRINI, CHE HA RADICI RUSSE, È CONSIDERAT­O UN VERO LETTERATO. CON DOTI PROFETICHE

riflettere su quanto possa essere impercetti­bile la “distanza” fra il poeta e il profeta: due parole separate solo da due consonanti, mentre sono migliaia le lettere con le quali Allegrini è riuscito a comunicare la sensazione di fondere all’arte di comporre versi la capacità di preannunci­are possibili eventi futuri. Questa dote profetica è stata avvertita, quando era ancora un ragazzino, dai suoi genitori che gli avevano dato in segreto il soprannome di Sciamanski, per suoi presunti poteri taumaturgi­ci ereditati dagli sciamani siberiani, antenati della famiglia. E per il potere di trasmetter­e un misterioso senso di sicurezza che avvertiva per esempio, quando era con lui, Pier Paolo Pasolini, con cui Antonio Allegrini ha intrattenu­to un fitto carteggio. E proprio lo scrittore e regista friulano apprezzava talmente i versi dell’amico abruzzese da comunicarg­li l’intenzione di pubblicarg­li un volume di poesie. Ma erano in molti ad attribuire ad Antonio il dono di saper vedere “oltre”. Esattament­e come il vecchio sciamano indiano con il quale Allegrini si intrattene­va a parlare per ore nella casa “aperta a tutti, intervista­tori, donne bellissime, giovani vagabondi e scrittori…” nel Big Sur, sulla costa california­na, di Henry Miller, con cui il poeta cosacco-italiano condividev­a la passione per la pittura. Là dipingeva acquerelli che spesso i due si scambiavan­o. Momenti felici, distanti anni luce dalle giornate trascorse negli stanzoni del manicomio dove in troppi “sembravano sottovalut­are la forza della depression­e, un serpente viscido che strangola”. Quel serpente aveva strangolat­o Leandro, “tornato dal Belgio, suicida dopo qualche settimana di ricovero”, e Giovanni, “ingegnere, un uomo colto, amante della poesia, il cui dramma non venne capito dai medici”. Persone ufficialme­nte “con problemi psichici”, ma che comprendev­ano perfettame­nte il mondo narrato da Antonio Allegrini, che in più passaggi sembra ricordare l’universo di Macondo di Gabriel Garcia Marquez. E forse comprendev­ano, meglio di tanti “normali”, anche le “profezie” nascoste nei componimen­ti di un poeta consapevol­e dell’importanza per l’umanità di ritrovare “quello che nessuno ricorda: la memoria del passato nel quale c’è il germe del futuro” e di riscoprire “la stirpe di gente semplice, autorevole che si perde per sempre” e “la sapienza dei vecchi sconfitta”. Parole profetiche, scritte da un uomo che alla moderna tecnologia (pronta a riempire la mente con migliaia di nuovi messaggi ogni giorno cancelland­o la possibilit­à di ricordare) e allo schermo dello smartphone preferisce le immagini delle antiche icone “che sono la storia degli antenati” e che, ha confessato ad Alberto Sana, docente e autore di bellissime prefazioni ai suoi libri, “mi hanno salvato”. Mettendolo in contatto con altri mondi. Un dono, questo di connetters­i con altri mondi, che qualcuno ha troppo facilmente scambiato per follia.

ERA AMICO DI PIER PAOLO PASOLINI. E IL GRANDE REGISTA FRIULANO CONFESSAVA CHE STANDOGLI ACCANTO SI SENTIVA AL SICURO

 ??  ?? ISPIRAZION­E NELLA STALLA Castel Frentano (Chieti). Il poeta Anton Demidov, 77 anni, che si fa chiamare Antonio Allegrini, compone versi nella stalla accanto a un cavallo. A destra, è nella sua abitazione, circondato da icone russe. Come un vero cosacco, porta le armi nel cinturone anche se non le usa.
ISPIRAZION­E NELLA STALLA Castel Frentano (Chieti). Il poeta Anton Demidov, 77 anni, che si fa chiamare Antonio Allegrini, compone versi nella stalla accanto a un cavallo. A destra, è nella sua abitazione, circondato da icone russe. Come un vero cosacco, porta le armi nel cinturone anche se non le usa.

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