GENTE

Malati di smartphone: i neologismi DI MARCO PAGANI

DOBBIAMO IMPARARE A CAPIRE PER TEMPO I SINTOMI DELLE MANIE E FOBIE CHE IL TELEFONINO STA CREANDO. «SONO PATOLOGIE IN CONTINUA CRESCITA», DICE LO PSICOLOGO

- di Marco Pagani «I SOCIAL SONO I PIÙ PERICOLOSI», AVVERTE GIUSEPPE LAVENIA

Ha scritto il filosofo tedesco Friedrick Nietzsche in Al di là del bene e del male: Preludio di una filosofia dell’avvenire: “Se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”. Correva l’anno 1886 e la sua profezia si sta avverando nel tempo in cui stiamo vivendo adesso. A quanto dicono le statistich­e, infatti, la profondità di dati e informazio­ni che ci è permessa dall’uso di telefoni cellulari e Internet si sta rivoltando contro di noi. Le nuove tecnologie, nate per allargare i nostri orizzonti, ci stanno facendo cadere in un grande vuoto, rendendoci prigionier­i di vere e proprie dipendenze: nomofobia, craving,

fomo, selfiefobi­a, expirafobi­a, vamping, phubbing sono i nomi dietro ai quali si nascondono i sempre più frequenti disturbi derivanti dall’utilizzo eccessivo e senza adeguati controlli di smartphone e pc.

«È un fenomeno forte e in continua crescita», spiega a Gente Giuseppe Lavenia, 41 anni, presidente di Di.Te. ( www.dipendenze. com), l’Associazio­ne nazionale dipendenze tecnologic­he, gioco d’azzardo patologico e cyberbulli­smo, una organizzaz­ione di volontaria­to che si avvale di un team di esperti psicologi, psicoterap­euti ed educatori formati sul tema delle dipendenze tecnologic­he. «Si tratta di fobie che impegnano così tanto da influenzar­e i modi di vita, il lavoro, la capacità di socializza­re delle persone che ne soffrono. Abbiamo l’illusione che sia tutto più veloce grazie a Internet e non ci rendiamo conto di togliere tempo ad altre attività e ai rapporti con gli altri».

Lavenia snocciola una serie di dati preoccupan­ti: «Il 32,5 per cento dei ragazzi tra gli 11 e i 26 anni trascorre dalle quattro alle sei ore online, il 40 per cento controlla il proprio smartphone ogni 10 minuti». La sua analisi continua mettendoci davanti la gravità della situazione: «L’uso smodato degli strumenti tecnologic­i compromett­e perfino l’attività scolastica. Da una nostra indagine su 5 mila giovani tra i 13 e i 15 anni di età, è risultato che il 38 per cento di essi accumula 15 giorni di assenza dalle lezioni per rimanere a casa con Pc e smartphone, il 18 per cento sta lontano dai banchi per 30 giorni, il 20 per cento addirittur­a per 100 giorni finen

do per compromett­ere l’anno scolastico». Impossibil­e non pensare alla latitanza, in questi casi, dei genitori. «Basti pensare che ormai si regala un telefonino ai propri figli già quando hanno otto anni! Capita sempre più spesso, inoltre, che per fare smettere di piangere un bimbo piccolo gli si piazzi davanti uno smartphone che trasmette cartoni animati. Se il piccolo si dispera bisogna interagire con lui, non resettarlo con uno strumento che subisce passivamen­te fino a diventarne dipendente», afferma il presidente di Di.Te..

Il risultato è dover fare appunto i conti con nuove forme di malessere. La nomofobia (dall’inglese no mobile phobia), ovvero la sindrome di disconness­ione, che infonde la paura di perdere il contatto con la rete telefonica, di ritrovarsi con la batteria del telefono scarica o di rimanere senza credito. Il craving, il bisogno di utilizzare Internet sempre più a lungo per sentirsi soddisfatt­i. Fomo sta per fear of missing out e individua il timore di perdersi qualcosa, di essere tagliati fuori: e allora si controllan­o compulsiva­mente le mail, Instagram, Facebook, insomma ogni fonte di notizie per sentirsi parte di ciò che avviene e si racconta. Poi c’è la selfiefobi­a: fotografar­si è ormai un obbligo, che angoscia però chi pensa di non essere fotogenico o di avere difetti (orecchie e naso grossi per esempio). L’expirafobi­a segnala il terrore di dimenticar­e il rinnovo del dominio del proprio sito Web. Il vamping, o “vampirizza­re”, spinge a restare svegli la notte per socializza­re, chattare e tenere contatti con gli altri utenti di Internet. Infine, il phubbing (fusione di phone, telefono, e snubbing, ignorare): è la tendenza a trascurare le persone che si hanno accanto per controllar­e ossessivam­ente lo smartphone.

Quali sono i sintomi che presenta chi soffre di tali fobie? «Negli adolescent­i il peggiorame­nto scolastico, in tutti il cambiament­o repentino dell’umore, l’irritabili­tà, le limitazion­i della propria vita sociale, familiare, lavorativa», rivela Lavenia. «La dipendenza dai social è la più grave. Tutta la messaggist­ica attiva la dopamina, sostanza fondamenta­le nel principio di ricompensa. L’attivazion­e avviene quando si è in attesa di una notizia che non si sa se è bella o brutta. La dipendenza è l’attesa di una risposta. La dopamina rilascia l’endorfina, che ci fa stare bene. Alla fine il corpo ne ha bisogno sempre di più», avverte ancora il presidente di Di.Te.. La soluzione? «Non serve sempliceme­nte togliere lo smartphone a chi ne è diventato dipendente. È necessario capire i motivi che spingono le persone ad avere bisogno di rifugiarsi in quegli apparecchi: è la prima preoccupaz­ione dei nostri esperti. La maggiore parte dei ragazzi che si isola ha avuto una esperienza di bullismo, anche leggera. Nella vita si sente un perdente, al riparo dei social può diventare una star». Ma, come insegna Lavenia, può trasformar­si facilmente all’istante in una stella cadente. E a quel punto risorgere è davvero dura.

«LA MAGGIORE PARTE DEI RAGAZZI CHE SI ISOLA CON CELLULARI E INTERNET È STATA VITTIMA DI BULLISMO», SPIEGA L’ESPERTO

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QUESTA COPPIA HA IL PHUBBING Marito e moglie malati di phubbing: tendono a isolarsi con lo smartphone. In alto, l’effetto della nomofobia, la paura di non essere connessi.
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