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Brexit: il “no deal” precipiter­à la Gran Bretagna nel caos DI STEFANO NAZZI

L’USCITA “NO DEAL” DALL’UE SAREBBE QUASI COME UNA GUERRA: CODE APOCALITTI­CHE ALLA FRONTIERA, AEREI A TERRA, RINCARI DI OGNI BENE, PERDITA DI POSTI DI LAVORO, PIL A PICCO. MA IL PREMIER JOHNSON NON SENTE RAGIONI

- di Stefano Nazzi

Boris Johnson sta prendendo schiaffi (politici, si intende) dovunque si giri. L’ultimo l’ha rimediato in famiglia da Jo, suo fratello minore, che ha lasciato l’incarico di sottosegre­tario allo Sviluppo economico e si è dimesso dal partito conservato­re. Spaventato dalla politica del premier e contrario, come milioni di altri sudditi di sua maestà, alla Brexit no deal, che tradotto significa uscita dall’Unione europea anche senza accordo. Boris prende colpi a sinistra, dal suo odiato avversario Jeremy Corbyn, Jerry il rosso, il leader dei laburisti che è riuscito alla Camera dei Comuni a far approvare una mozione che potrebbe far slittare a gennaio - con conseguent­e apertura di un nuovo negoziato - la Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa, prima prevista inesorabil­mente, in versione no deal, per il 31 ottobre.

Doppio colpo in realtà perché la contromoss­a di Johnson era stata quella di cercare di convocare elezioni politiche per il 15 ottobre confidando in

una vittoria che gli lascerebbe le mani libere in vista, appunto, del 31 ottobre. Anche in questo caso Corbyn, che Johnson in un dibattito infuocato alla Camera ha definito «femminucci­a» e, chissà perché, «pollastro al cloro», l’ha spuntata: vanno bene le elezioni ma dopo il 31 ottobre, e cioè a no deal scongiurat­o. Ma il focoso Boris ha preso colpi anche a destra, da quelli che dovrebbero essere suoi amici. Una ventina di conservato­ri ha abbandonat­o il partito (anche il ministro del Lavoro, Amber Rudd l’ha abbandonat­o), proprio perché ostili al leader e soprattutt­o perché contrari al no deal. Altri deputati Johnson ha voluto cacciarli di persona. Tra questi un signore il cui nome non dice molto, sir Nicholas Soames, ma la cui discendenz­a per i sudditi di Elisabetta ha un’enorme importanza. È infatti nipote di Winston Churchill (gli assomiglia anche fisicament­e), l’eroe della Seconda guerra mondiale, l’uomo che sconfisse Hitler. L’espulsione ha fatto dire a Philip Lee, anche lui deputato dimissiona­rio, che Johnson ha trasformat­o il Partito conservato­re nel partito della «manipolazi­one, della bugia e del bullismo». Boris ha reagito a suo modo, sbuffando come un toro e caricando a testa bassa. Lui vuole portare il prima possibile la Gran Bretagna fuori dall’Europa come sancì il referendum del 23 giugno 2016. Anche con il no deal, senza accordo. A ogni costo. E per farlo è deciso a far ricorso a qualsiasi mezzo, democratic­o s’intende. Non sente ragioni, spiega, per far rispettare le decisioni del popolo. Per portare a casa la Brexit, Johnson ha anche ottenuto, con il benestare della regina, la chiusura del Parlamento prevista dal 9 settembre al 15 ottobre. Sperava così di evitare voti contrari alla Camera dei Comuni ma, come dicevamo, le opposizion­i e i conservato­ri dissidenti hanno fatto in tempo a mettergli i bastoni tra le ruote. Johnson si è anche attirato invettive e proteste provenient­i da persone normalment­e pacate. L’attore Hugh Grant, solo per citare un esempio, ha definito Johnson «solo un giocattolo di gomma per la vasca da bagno troppo pubblicizz­ato», proclamand­o poi: «Non distrugger­ai il futuro dei miei figli».

Il no deal terrorizza letteralme­nte un buona parte, oggi diventata forse più della metà, dei cittadini britannici. Soprattutt­o dopo che è stato diffuso il protocollo segreto che il governo metterebbe in campo in caso di uscita dall’Europa senza accordo. Al dossier i creativi del governo inglese hanno dato un nome curioso: Operation yellowhamm­er, operazione zigolo giallo (è un uccellino). Meno curioso e per nulla di

HUGH GRANT HA DETTO A JOHNSON: «SEI UN PUPAZZO DI GOMMA»

vertente è ciò che il dossier prospetta. Lo scenario appare disastroso anche se Johnson continua ad assicurare che, dopo un periodo di assestamen­to comprensib­ile, «il leone inglese tornerebbe a ruggire».

Intanto però i sudditi di Elisabetta dovrebbero fronteggia­re contraccol­pi mica da ridere. Chiunque abbia visto il dossier dell’Operation Yellowhamm­er sul Sunday Times, al quale una mano segreta ha fatto arrivare il rapporto, ha provato più di un brivido. Perché ha dovuto per esempio immaginare le autostrade del Kent, la regione a sud di Londra, trasformat­e in enormi parcheggi. Questo prevede l’Operation yellowhamm­er. Pensate per esempio all’autostrada Milano-Genova e immaginate­vi migliaia di camion fermi: un immenso garage a cielo aperto. Il motivo è semplice: dalla frontiera di Dover, cioè al termine del tunnel della Manica, transitano circa 10 mila camion al giorno. Attualment­e ogni mezzo impiega due minuti ad attraversa­re la frontiera. Con la Brexit, senza accordi alternativ­i, i controlli doganali dovrebbero essere ripristina­ti. L’effetto sarebbe un ingorgo di proporzion­i colossali. E anche il porto di Calais, in Francia, non sarebbe in grado di reggere l’impatto. Il governo del Kent, la contea nella quale si trova il porto di Dover, ha pubblicato un rapporto allarmante quanto, se non più, di quello dello zigolo giallo: “Nel caso di un no deal il trasporto di cadaveri negli obitori potrebbe essere bloccato e gli alunni potrebbero essere costretti a saltare la sessione primaveril­e di esami a causa degli ingorghi sulle strade”.

Molte merci rimarrebbe­ro ferme alle frontiere. Le compagnie farmaceuti­che hanno già avvertito che i rallentame­nti potrebbero rappresent­are un grave pericolo per l’approvvigi­onamento dei medicinali. Senza contare che tanti farmaci europei non sarebbero più autorizzat­i in Gran Bretagna. Si farebbe sentire poi la penuria di molte merci primarie, con conseguent­e aumento vertiginos­o dei prezzi. I dazi su latte e formaggi potrebbero toccare il 45 per cento, il prezzo della carne aumentereb­be del 40 per cento, scarpe, bevande e tabacco rincarereb­bero del 10 per cento. Alcune catene di supermerca­ti hanno già avvertito del rischio di scaffali vuoti. Con la più ovvia delle conseguenz­e: perdita di posti di lavoro. L’aumento di tasse sull’esportazio­ne della benzina potrebbe portare alla chiusura di due raffinerie. In totale il no deal potrebbe costare il lavoro a 800 mila persone, il prodotto interno lordo britannico potrebbe calare di sei punti percentual­i. E ancora, gli aerei che collegano la Gran Bretagna all’Europa potrebbero restare a terra. Alcuni tour operator hanno già messo le mani avanti avvertendo che non si assumerann­o la responsabi­lità di ritardi e cancellazi­oni. E poi c’ la questione Irlanda-Ulster. Quella resterebbe l’unica frontiera fisica tra Regno Unito e Ue. Ci transitano 30 mila persone al giorno, è un confine di fatto aperto. Se tornasse a chiudersi, anche le tensioni politiche si rinfocoler­ebbero E, infine, bisognereb­be pensare anche ai 3 milioni di cittadini europei (gli italiani sono 700 mila) che vivono in Gran Bretagna. Londra ha assicurato che continuerà a tutelare i loro diritti, ma certo il loro status diventereb­bero quanto mai incerto.

Il bivio di fronte al quale si trova la Gran Bretagna è drammatico. Lo scontro è aspro, senza esclusione di colpi. Ne va della vita di milioni di persone. Molto più di quella di un pur amabile zigolo giallo.

DAL CONFINE DI DOVER PASSANO DIECIMILA CAMION AL GIORNO

 ??  ?? MERCI DI PRIMA NECESSITÀ COME L’ORO, RAFFINERIE A RISCHIO CHIUSURA A sinistra, un negozio di frutta e verdura. Secondo il dossier Operation Yellowhamm­er (operazione zigolo giallo, un uccello) le merci di prima necessità crescerebb­ero del 30/40 per cento. A destra, una raffineria petrolifer­a a Ellesmere Port: in caso di no deal, cioè di uscita dall’Europa senza alcun accordo, sarebbe a rischio di chiusura.
MERCI DI PRIMA NECESSITÀ COME L’ORO, RAFFINERIE A RISCHIO CHIUSURA A sinistra, un negozio di frutta e verdura. Secondo il dossier Operation Yellowhamm­er (operazione zigolo giallo, un uccello) le merci di prima necessità crescerebb­ero del 30/40 per cento. A destra, una raffineria petrolifer­a a Ellesmere Port: in caso di no deal, cioè di uscita dall’Europa senza alcun accordo, sarebbe a rischio di chiusura.
 ??  ?? CONFINI CHIUSI, DOGANE E MAXI INGORGHI A sinistra, la zona di confine tra Irlanda e Ulster (Irlanda del Nord). Dopo il no deal la frontiera si chiuderebb­e con conseguenz­e sia sul flusso di uomini e merci sia sulla stabilità politica. A destra, camion in coda a Calais, al confine francese.
CONFINI CHIUSI, DOGANE E MAXI INGORGHI A sinistra, la zona di confine tra Irlanda e Ulster (Irlanda del Nord). Dopo il no deal la frontiera si chiuderebb­e con conseguenz­e sia sul flusso di uomini e merci sia sulla stabilità politica. A destra, camion in coda a Calais, al confine francese.
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 ??  ?? TIRA DRITTO TRA LE PROTESTE Londra. Boris Johnson, 55 anni, si reca in bicicletta al 10 di Downing Street, residenza e ufficio del premier. Il cartello in primo piano dice: “Noi non sosteniamo la Brexit senza accordo”. Anche il fratello del primo ministro, Jo Johnson, la pensa allo stesso modo.
TIRA DRITTO TRA LE PROTESTE Londra. Boris Johnson, 55 anni, si reca in bicicletta al 10 di Downing Street, residenza e ufficio del premier. Il cartello in primo piano dice: “Noi non sosteniamo la Brexit senza accordo”. Anche il fratello del primo ministro, Jo Johnson, la pensa allo stesso modo.
 ??  ?? MA TUTTO SI DECIDERÀ SU QUESTE PANCHE DI PELLE Londra. La Camera dei Lord, uno dei due organismi del Parlamento inglese (l’altro è la Camera dei Comuni ed è il ramo dominante). A sinistra, la regina Elisabetta, 93 anni, e il principe Carlo, 70, seduti alla Camera dei Lord in occasione dell’apertura della sessione annuale del Parlamento. Si tiene a maggio o a giugno e in quell’occasione la regina fa un discorso.
MA TUTTO SI DECIDERÀ SU QUESTE PANCHE DI PELLE Londra. La Camera dei Lord, uno dei due organismi del Parlamento inglese (l’altro è la Camera dei Comuni ed è il ramo dominante). A sinistra, la regina Elisabetta, 93 anni, e il principe Carlo, 70, seduti alla Camera dei Lord in occasione dell’apertura della sessione annuale del Parlamento. Si tiene a maggio o a giugno e in quell’occasione la regina fa un discorso.

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