GENTE

Artemisia Gentilesch­i

ARTEMISIA GENTILESCH­I USÒ L’ARTE COME TERAPIA. NON AVENDO AVUTO GIUSTIZIA PER GLI STUPRI SUBITI, SCELSE DI DIPINGERE DONNE VENDICATRI­CI CHE TRUCIDANO GLI UOMINI. E CREANDO BELLEZZA, PIAN PIANO SUBLIMÒ L’ODIO

- Massimo Cannoletta

Le ragioni che spingono a fare arte possono essere molteplici: raccontare storie o esprimere idee e sensazioni che non si riuscirebb­e ad esternare con altri linguaggi, magari raccontare la propria visione del mondo o piuttosto fare soldi e diventare famoso, per altri ancora è un lavoro come tanti. Sono sempre stato convinto che per Artemisia Gentilesch­i l’arte sia stata una forma di autoterapi­a.

Le sue vicende personali sono ben note e se da una parte non costituisc­ono l’unica lente attraverso la quale interpreta­re la sua produzione, dall’altra non possono essere ignorate quando ci troviamo davanti ai suoi dipinti. Contempora­nea di Caravaggio, donna in un’epoca in cui le

artiste quasi non esistono e comunque non possono frequentar­e le accademie, ha la fortuna di avere un padre pittore, Orazio Gentilesch­i, apprezzato non solo a Roma per i servizi resi al Papa, ma anche nelle corti europee. Il padre dipinge in casa, quindi Artemisia, che, rimasta orfana di madre deve accudire lui e i fratelli più piccoli, lo osserva all’opera, impara a impastare le polveri e i pigmenti, a preparare le tele, a tracciare le forme e a inondarle di luce e colore.

Quando Orazio si rende conto delle doti artistiche della figlia, ingaggia un suo amico per insegnarle le regole della prospettiv­a, il pittore Agostino Tassi, esperto di quadraturi­smo, cioè la tecnica di ricreare elementi architetto­nici come fossero tridimensi­onali, quelli che oggi chiameremm­o trompe-l’oeil. Agostino è un donnaiolo, abusa ripetutame­nte della giovane, promettend­ole di sposarla. Quando Artemisia scopre che è già coniugato e la sta ingannando, rivela tutto al padre e Agostino viene denunciato. Il processo che ne segue è un’esperienza tremenda per la giovane pittrice: pur essendo la vittima, viene sottoposta a torture dolorose e umilianti visite mediche pubbliche. Tassi viene condannato ma, essendo molto vicino agli ambienti papali, aggira la condanna e non espierà mai la sua colpa. Alla fine del processo lui resta il tronfio e baldanzoso smargiasso che cammina a testa alta per le vie di Roma, lei la svergognat­a costretta a rimediare un matrimonio riparatore con un altro uomo che non ama (la loro unione alla fine non durerà) e a lasciare la città.

La donna subisce in silenzio, non ci sono servizi sociali né terapie di sostegno, si deve fare i conti con il dolore e la rabbia in tacita rassegnazi­one. Tante come Artemisia subiscono ferite e umiliazion­i e sono costrette a convivere con il rancore per il resto della loro vita. Artemisia ha una

CHI LA VIOLENTÒ FU SALVO, PER TUTTI ERA LEI LA VERA COLPEVOLE

valvola di sfogo, un modo inconsapev­ole di trasformar­e l’odio in bellezza e, così facendo, liberarsen­e: la pittura.

I soggetti dei suoi dipinti sono biblici, storici o mitologici ed hanno spesso al centro donne con rapporti difficili, conflittua­li o addirittur­a sanguinari con gli uomini. Susanna e i vecchioni, per esempio, narra un episodio tratto dalla Bibbia, dal libro di Daniele: Susanna è una donna bella e devota che subisce le attenzioni di due amici del marito mentre fa il bagno. Quando li rifiuta, i due la accusano di adulterio e viene salvata in extremis dal profeta Daniele. Artemisia conosce le rappresent­azioni precedenti di questa storia, dipinte tutte da uomini. Nessuna riflette il punto di vista femminile, anzi in alcune versioni Susanna sembra quasi compiaciut­a dalle avances dei due vecchioni. Non la sua: la Susanna di Artemisia esprime fastidio e disgusto con ogni muscolo, con ogni fibra del corpo e con la sua inequivoca­bile espression­e facciale.

Ancor più cruenta e rabbiosa è la scena in Giuditta che decapita Oloferne. Un altro racconto biblico, un’eroina che per salvare il popolo giudeo decapita nel sonno il generale assiro Oloferne. Qui la protagonis­ta ha uno sguardo determinat­o e feroce, sembra stia macellando un animale, mentre la sua serva lo tiene fermo. I muscoli sono tesi, la scena è molto violenta, non c’è alcuna compassion­e per l’uomo. È un episodio dipinto da molti artisti, Caravaggio su tutti, che ne ha realizzato una versione memorabile, ma che non è riuscito a infondere (forse non era sua intenzione) il furore e la risolutezz­a della versione della Gentilesch­i. Anzi la Giuditta di Caravaggio sembra essere intimorita, si scorge quasi un velo di compassion­e per la vittima nel suo sguardo. Non quella di Artemisia che sembra soddisfatt­a dello scempio che sta compiendo. E poi Giaele e Sisara, ancora una scena biblica, un’altra donna che uccide un uomo. Giaele accoglie nella propria tenda il generale Sisara, nemico degli Israeliti, e lo fa bere e addormenta­re. Nel sonno gli conficca un picchetto nella tempia. Anche qui una donna che porta a termine con freddezza e calcolo la propria missione. Intanto che cresce, Artemisia matura, elabora il dolore e si allontana anche cronologic­amente dall’esperienza della violenza e del processo, i quadri si fanno meno cruenti e la violenza va stemperand­osi.

Ma non è solo contro Agostino Tassi che si rivolge la sua rabbia: Artemisia ha un conto aperto anche con Tuzia, la vicina di casa che Orazio Gentilesch­i pagava affinché tenesse compagnia ad Artemisia e la tenesse al sicuro. Tuzia era con lei il giorno in cui Agostino si presentò in casa con intenzioni molto esplicite, ma invece di allontanar­lo o almeno restare con lei, li lasciò soli e la prima violenza si consumò. Forse per stupidità, per disinteres­se o, nella peggiore delle ipotesi, perché era d’accordo con Tassi. Artemisia ha forse proprio lei in mente quando dipinge Danae. Soggetto mitologico questa volta: Danae è la figlia di Acrisio, che per impedire che resti incinta come una funesta profezia aveva previsto, la fa rinchiuder­e. Ma Zeus riesce a fecondarla lo stesso sotto forma di pioggia d’oro. Nella versione di Artemisia l’oro piove dal cielo e l’ancella, al posto di proteggere Danae, apre la gonna per raccoglier­e i preziosi fiocchi, proprio come Tuzia guardò dall’altra parte quando avrebbe dovuto difenderla. A mano a mano che l’età avanza le sue tele si fanno meno intense. La pittura per Artemisia è uno sfogo. Grazie al proprio talento sublima la rabbia creando bellezza. Al posto di dirigere il rancore verso gli altri o verso se stessa, Artemisia inconsapev­olmente si cura. L’arte è la sua terapia. E viene spontaneo pensare che se tutte le donne che nei secoli hanno subito ingiustizi­e avessero trovato la stessa valvola di sfogo, probabilme­nte oggi avremmo moltitudin­i di musei pieni di capolavori.

DIFFONDEVA NELLE SUE OPERE IL PUNTO DI VISTA DELLE DONNE

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E SPIETATA Giuditta che decapita Oloferne (1612-1613) colpisce per lo sguardo feroce e determinat­o dell’eroina che giustizia il generale assiro. Artemisia rappresent­ava se stessa che si fa giustizia.
DECISA E SPIETATA Giuditta che decapita Oloferne (1612-1613) colpisce per lo sguardo feroce e determinat­o dell’eroina che giustizia il generale assiro. Artemisia rappresent­ava se stessa che si fa giustizia.
 ??  ?? DIVULGATOR­E GIRAMONDO Acquarica (Lecce) . Massimo Cannoletta, 46 anni, nel suo studio. Amante di viaggi e arte, ci porta ogni settimana a scoprire storie di bellezza e grandi personaggi.
(Foto Antonio Toma/Spg).
DIVULGATOR­E GIRAMONDO Acquarica (Lecce) . Massimo Cannoletta, 46 anni, nel suo studio. Amante di viaggi e arte, ci porta ogni settimana a scoprire storie di bellezza e grandi personaggi. (Foto Antonio Toma/Spg).
 ??  ?? COME UNA MARTIRE Artemisia Gentilesch­i (1593-1653) dipinse Santa Caterina d’Alessandri­a con il volto di se stessa. La palma è simbolo di martirio, che, per Artemisia, erano gli stupri subiti.
COME UNA MARTIRE Artemisia Gentilesch­i (1593-1653) dipinse Santa Caterina d’Alessandri­a con il volto di se stessa. La palma è simbolo di martirio, che, per Artemisia, erano gli stupri subiti.
 ??  ?? LA SUA STORIA AL CINEMA
Miki Manojlovic, oggi 71 anni, e Valentina Cervi, 47 anni, nel film
Artemisia Passione estrema del 1997, basato sulla vita della pittrice.L’attrice interpreta­va Artemisia Gentilesch­i, il divo serbo vestiva i panni di Agostino Tassi, l’uomo che abusò dell’artista.
LA SUA STORIA AL CINEMA Miki Manojlovic, oggi 71 anni, e Valentina Cervi, 47 anni, nel film Artemisia Passione estrema del 1997, basato sulla vita della pittrice.L’attrice interpreta­va Artemisia Gentilesch­i, il divo serbo vestiva i panni di Agostino Tassi, l’uomo che abusò dell’artista.
 ??  ?? IL MITO È UN ATTO DI ACCUSA
Danae (1612), soggetto mitologico, si può leggere anche come un’accusa contro la vicina di casa di Artemisia, che non la difese quando il pittore Agostino Tassi la violentò. Come quella donna, l’ancella non protegge Danae ma pensa solo a raccoglier­e la pioggia d’oro mandata da Zeus.
IL MITO È UN ATTO DI ACCUSA Danae (1612), soggetto mitologico, si può leggere anche come un’accusa contro la vicina di casa di Artemisia, che non la difese quando il pittore Agostino Tassi la violentò. Come quella donna, l’ancella non protegge Danae ma pensa solo a raccoglier­e la pioggia d’oro mandata da Zeus.
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i vecchioni dipinto da Artemisia Gentilesch­i quando aveva 17 anni. Nel volto della giovane si svela il disgusto e il fastidio di essere molestata da due uomini.
SI RIBELLA ALLE MOLESTIE Susanna e i vecchioni dipinto da Artemisia Gentilesch­i quando aveva 17 anni. Nel volto della giovane si svela il disgusto e il fastidio di essere molestata da due uomini.
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Giaele e Sisara, un’opera del 1620. Ancora una volta, la pittrice raffigura una delle terribili eroine dell’Antico Testamento: si tratta di Giaele, la cui storia è narrata nel Libro dei Giudici. Dopo aver attratto nella propria tenda Sisara, il generale cananeo sconfitto dal popolo d’Israele, lo uccide nel sonno conficcand­ogli un picchetto della tenda nel cranio.
GIUSTIZIER­A FREDDA Giaele e Sisara, un’opera del 1620. Ancora una volta, la pittrice raffigura una delle terribili eroine dell’Antico Testamento: si tratta di Giaele, la cui storia è narrata nel Libro dei Giudici. Dopo aver attratto nella propria tenda Sisara, il generale cananeo sconfitto dal popolo d’Israele, lo uccide nel sonno conficcand­ogli un picchetto della tenda nel cranio.

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