Da­gli al­ta­ri al­la pol­ve­re/4 Lan­ce Arm­strong

DO­PO AVER SU­PE­RA­TO UNA MA­LAT­TIA TER­RI­BI­LE, LAN­CE ARM­STRONG TRIONFÒ A RI­PE­TI­ZIO­NE NEL­LA COR­SA A TAP­PE FRAN­CE­SE. SCO­PER­TA LA GRAN­DE TRUF­FA, SI LIMITÒ A DI­RE: «SÌ, È VE­RO»

GENTE - - Sommario - DI SIL­VIA CA­SA­NO­VA

Era pia­ciu­ta a tut­ti la fa­vo­la bel­la di Lan­ce Arm­strong, il cam­pio­ne pu­li­to che trion­fa al Tour de Fran­ce do­po aver do­ma­to il can­cro. En­tra nel­la leg­gen­da del ciclismo re­pli­can­do quel trionfo una, due, tre vol­te, fi­no a col­le­zio­na­re set­te vit­to­rie con­se­cu­ti­ve nel­la cor­sa a tap­pe più en­tu­sia­sman­te del mon­do. Set­te vol­te in ci­ma al po­dio de­gli Champ­sÉ­ly­sées, dal 1999 al 2005, a te­sti­mo­nia­re che si può ri­na­sce­re do­po una ma­lat­tia ter­ri­bi­le. In­tan­to con la sua Li­ve­strong Foun­da­tion so­stie­ne ma­te­rial­men­te chi sta an­co­ra

af­fron­tan­do cu­re e sof­fe­ren­ze. Ma le fa­vo­le re­sta­no fa­vo­le, si sa. E quel­la di Arm­strong, il te­xa­no da­gli oc­chi di ghiac­cio, non fa ec­ce­zio­ne. Non è pu­li­to, e non è sin­ce­ro quan­do rin­ghia «no» a chi gli chie­de: «Ha mai fat­to uso di so­stan­ze o pra­ti­che proi­bi­te per mi­glio­ra­re le sue pre­sta­zio­ni spor­ti­ve?». Per 13 an­ni ri­pe­te la stes­sa men­zo­gna, in­sul­ta e de­nun­cia chi osa rac­con­ta­re la verità. Dal­la sua par­te ci so­no i ri­sul­ta­ti sem­pre ne­ga­ti­vi dei con­trol­li an­ti­do­ping. La si­tua­zio­ne cam­bia nel 2012, quan­do l’agen­zia che vi­gi­la sul­le pra­ti­che di do­ping nel­lo sport ame­ri­ca­no (l’Usa­da) ot­tie­ne le te­sti­mo­nian­ze dei suoi gre­ga­ri più fi­da­ti e lo met­te con le spal­le al mu­ro. Arm­strong per la pri­ma vol­ta re­sta in si­len­zio e ri­nun­cia a di­fen­der­si. Emer­ge la verità: la squa­dra di cui era ca­pi­ta­no, la US Po­stal Ser­vi­ce, uti­liz­za­va un si­ste­ma so­fi­sti­ca­to per ag­gi­ra­re le nor­me e i te­st an­ti­do­ping. Epo, or­mo­ne del­la cre­sci­ta, te­sto­ste­ro­ne, cor­ti­so­ne, au­toe­mo­tra­sfu­sio­ni era­no gli stru­men­ti il­le­ga­li che per­met­te­va­no agli atle­ti di os­si­ge­na­re rapidamente i mu­sco­li e re­si­ste­re al­la fa­ti­ca. La ca­du­ta dell’eroe è im­me­dia­ta: per­de tut­ti i ti­to­li con­qui­sta­ti, le vit­to­rie al Tour, l’am­mi­ra­zio­ne di chi an­co­ra cre­de­va nel ci­cli­sta eroi­co. «Ho vi­sto la mor­te in fac­cia, vo­le­te che mi met­ta a truc­ca­re il mio san­gue?», ave­va ri­pe­tu­to Lan­ce. La de­lu­sio­ne è gran­de.

Chiu­sa

la fa­vo­la, re­sta la vi­cen­da di un uo­mo pie­no di con­trad­di­zio­ni. Ge­ne­ro­so e au­ten­ti­co nell’im­pe­gno per i ma­la­ti di can­cro, pre­po­ten­te con i com­pa­gni di squa­dra, ven­di­ca­ti­vo con chi ri­tie­ne un ne­mi­co. Ne sa qual­co­sa l’ita­lia­no Fi­lip­po Si­meo­ni, umi­lia­to nel Tour del 2004 per­ché ha osa­to te­sti­mo­nia­re con­tro Mi­che­le Ferrari, det­to “dot­tor Mi­to”. È il me­di­co di fi­du­cia di Lan­ce. Du­ran­te una tap­pa Si­meo­ni va in fu­ga e Arm­strong, che ve­ste la ma­glia gial­la e ha già il Tour in ta­sca, in­ter­vie­ne per ne­gar­gli la vit­to­ria. “Un ge­sto an­ti­spor­ti­vo, in­de­gno, vol­ga­re, ma-

fio­so”, scri­ve Gianni Mu­ra. Rac­con­te­rà Si­meo­ni: « Quel gior­no Arm­strong mi dis­se: “Ho tan­ti sol­di e tan­ti bra­vi av­vo­ca­ti, pos­so ro­vi­nar­ti quan­do vo­glio”. Poi mi fe­ce il ge­sto del­la boc­ca cu­ci­ta».

Na­tu­ra­le che un per­so­nag­gio del ge­ne­re di­ven­ti sog­get­to di li­bri e di film, co­me Tour de Phar­ma­cy con Or­lan­do Bloom e The Pro

gram, di­ret­to da Ste­phen Frears. Nei due do­cu­men­ta­ri Stop at No­thing: The

Lan­ce Arm­strong Sto­ry e The Arm­strong Lie l’ex cam­pio­ne in­ter­pre­ta se stes­so. La sua in­fan­zia ad Au­stin è sta­ta po­co fe­li­ce. Ha so­lo tre an­ni quan­do il pa­dre se ne va, la­scian­do nei pa­stic­ci lui e la ma­dre Lin­da. Non va me­glio con il pa­tri­gno Ter­ry e non va be­ne nep­pu­re con gli al­tri bam­bi­ni, che lo pren­do­no in gi­ro per­ché non gli pia­ce gio­ca­re a foot­ball e non ha un ve­ro pa­pà. Sce­glie lo sport più du­ro, il tria­thlon, adat­to a chi sa sof­fri­re. Ha un fi­si­co po­ten­te, una te­na­cia non co­mu­ne, un gran brut­to ca­rat­te­re. Di­ven­ta cam­pio­ne na­zio­na­le nel 1989 e nel 1990. Poi si de­di­ca so­lo al ciclismo. Nel 1993, pe­da­lan­do sot­to un nu­bi­fra­gio con la for­za di un com­bat­ten­te, vin­ce i Mon­dia­li di Oslo. Al mo­men­to del­la pre­mia­zio­ne li­ti­ga con gli ad­det­ti al ce­ri­mo­nia­le, che non vo­glio­no far pas­sa­re sua ma­dre. « O en­tra an­che lei o io non sal­go sul po­dio», di­ce. Nel 1995 fa il suo esor­dio al Tour e com­muo­ve il pub­bli­co con un ge­sto: vin­ce una tap­pa e ta­glia il tra­guar­do di Li­mo­ges in­di- can­do il cie­lo con le ma­ni. È la sua de­di­ca al com­pa­gno di squa­dra Fa­bio Ca­sar­tel­li, morto tre gior­ni pri­ma per una ca­du­ta. «Sen­ti­vo che non ero so­lo a pe­da­la­re», di­rà.

Arm­strong vi­ve e si al­le­na in Ita­lia. Lo chia­ma­no “il co­w­boy” per­ché è ir­ruen­to e un po’ spac­co­ne. Per vin­ce­re di più do­vreb­be cor­re­re con la te­sta, so­sten­go­no gli esper­ti. Fa­ti­ca ad ag­gre­di­re le sa­li­te per col­pa del fi­si­co mas­sic­cio. A fer­mar­lo nel 1996 è una dia­gno­si ter­ri­bi­le: can­cro ai te­sti­co­li, con me­ta­sta­si al cer­vel­lo. Ha da po­co com­piu­to 25 an­ni, lo aspet­ta­no in­ter­ven­ti chi­rur­gi­ci e ci­cli pe­san­tis­si­mi di che­mio­te­ra­pia. «Mi so­no det­to che avrei fat­to di tut­to per scon­fig­ge­re il ma­le», rac­con­te­rà in se­gui­to. Ed è quel­lo che fa, sen­za na­scon­de­re la sof­fe­ren­za e il cor­po de­va­sta­to dal­le cu­re, sen­za ta­ce­re gli aspet­ti peg­gio­ri. A star­gli ac­can­to c’è Kri­stin, che spo­se­rà quan­do tut­to sa­rà fi­ni­to. I fi­gli che ar­ri­va­no, tre, ven­go­no con­ce­pi­ti gra­zie al se­me con­ge­la­to pri­ma del­le ope­ra­zio­ni chi­rur­gi­che.

La

ri­pre­sa è mi­ra­co­lo­sa. Me­no di due an­ni do­po il pri­mo in­ter­ven­to Arm­strong si met­te in te­sta di vin­ce­re il Tour. È la cor­sa più fa­mo­sa e più du­ra, che ser­ve per ce­le­bra­re de­gna­men­te la sua ri­na­sci­ta. Ri­sa­le in sel­la con più de­ter­mi­na­zio­ne di pri­ma. La ma­lat­tia gli ha por­ta­to via pa­rec­chi chi­li e ora è for­mi­da­bi­le an­che in sa­li­ta. Nel lu­glio del 1999 trion­fa in ma­glia gial­la. È una vit­to­ria straor­di­na­ria e vale an­co­ra di più per­ché rap­pre­sen­ta una “spe­ran­za per tut­ti i ma­la­ti”, co­me di­ce uno stri­scio­ne lun­go gli Cham- ps-Ély­sées. Lan­ce di­ven­ta un sim­bo­lo, l’eroe che per­met­te a tut­ti di guar­da­re avan­ti. Sce­so dal po­dio, so­stie­ne che il can­cro ha fat­to di lui un al­tro atle­ta, ma so­prat­tut­to un al­tro uo­mo, mi­glio­re del pre­ce­den­te. Poi ab­brac­cia la mo­glie, in at­te­sa del pri­mo fi­glio.

Man

ma­no che ina­nel­la suc­ces­si sba­lor­di­ti­vi, na­sco­no i pri­mi so­spet­ti. Co­me può ave­re quel­la ca­den­za di pe­da­la­te in sa­li­ta? «Non sem­bra uma­no», di­co­no gli os­ser­va­to­ri. I so­spet­ti so­no fon­da­ti. Il cock­tail do­pan­te di Arm­strong, ca­pi­ta­no del­la Us Po­stal Ser­vi­ce, è com­po­sto da Epo, te­sto­ste­ro­ne e tra­sfu­sio­ni di san­gue, che l’atle­ta si fa pre­le­va­re me­si pri­ma che ini­zi il Tour. Con­ser­va­to in sac­che di pla­sti­ca, vie­ne poi por­ta­to in Fran­cia clan­de­sti­na­men­te. Per non de­sta­re so­spet­ti, co­me rac­con­te­rà l’ex com­pa­gno di squa­dra Floyd Lan­dis, tal­vol­ta gli atle­ti fan­no le tra­sfu­sio­ni sul pull­man che li tra­spor­ta in al­ber­go. L’au­ti­sta si fer­ma lun­go una stra­di­na iso­la­ta, si­mu­lan­do un gua­sto, i cor­ri­do­ri si sten­do­no lun­go il cor­ri­do­io e lo staff en­tra in azio­ne. Que­sta è la verità che Lan­ce re­spin­ge con te­na­cia. In­tan­to di­vor­zia dal­la mo­glie nel 2003 e, do­po una lun­ga re­la­zio­ne con la can­tan­te She­ryl Crow, dal 2008 ha una nuo­va com­pa­gna, An­na, poi spo­sa­ta nel 2017, che gli dà al­tri due fi­gli e gli re­sta ac­can­to al mo­men­to del gran­de scan­da­lo.

Nel 2013 Arm­strong par­te­ci­pa al talk show di Oprah Win­frey e am­met­te di es­se­re un bu­giar­do. «Mi so­no do­pa­to», con­fes­sa. Non en­tra nei det­ta­gli, non fa no­mi e in ap­pa­ren­za non mo­stra se­gni di pen­ti­men­to. Pe­rò si com­muo­ve quan­do par­la del fi­glio più gran­de, Lu­ke, che og­gi ha 18 an­ni. « Si fi­da­va di me, ri­pe­te­va a tut­ti che suo pa­dre era in­no­cen­te. Ho do­vu­to chie­der­gli di non di­fen­der­mi più, per­ché era tut­to ve­ro». So­lo qui gli oc­chi di ghiac­cio del te­xa­no so­no di­ven­ta­ti lu­ci­di.

DO­PO IL RI­TI­RO SI DÀ AL­LA MOUN­TAIN BI­KE Aspen (Sta­ti Uni­ti). Lan­ce con la se­con­da mo­glie An­na, ora 35, e il lo­ro fi­glio Max, 8, do­po una gara di moun­tain bi­ke nel 2012. L’an­no pri­ma si era ri­ti­ra­to dal­le cor­se. IL RI­PO­SO DEL GUER­RIE­RO Lil­le (Fran­cia)....

IMBATTIBILE Lan­ce in gara nel 2004, all’api­ce del­la car­rie­ra. Tor­na­to a cor­re­re nel 1998 do­po due an­ni di stop per cu­rar­si, vinse il Tour dal 1999 al 2005. Già al­lo­ra qual­cu­no par­la­va di do­ping.

ERA L’EROE DELL’AME­RI­CA Geor­ge W. Bu­sh, ora 71, ri­ce­ve al­la Ca­sa Bian­ca nel 2001 Arm­strong con la pri­ma mo­glie Kri­stin, 45, e il fi­glio Lu­ke, 18. Il ci­cli­sta, fe­steg­gia­to per le sue vit­to­rie, do­na al pre­si­den­te la ma­glia gial­la del Tour.

CON LA POP­STAR A de­stra, la can­tan­te She­ryl Crow, ora 56, ac­co­glie sul pal­co Lan­ce nel 2004. So­pra, lo in­co­rag­gia sul­le stra­de del Tour (in se­con­do pia­no, con la ma­gliet­ta az­zur­ra). La re­la­zio­ne tra lei e Arm­strong è du­ra­ta cir­ca tre an­ni.

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.