Co­sì il ter­re­mo­to non fa più pau­ra

SI CHIA­MA RE­SI­LIEN­ZA LA CA­PA­CI­TÀ, DI FRON­TE A GRAN­DI TRA­GE­DIE, DI RIORGANIZZARE IL PRO­PRIO QUO­TI­DIA­NO. LA SI PUÒ AP­PREN­DE­RE. VI RACCONTIAMO CO­ME

GENTE - - Sommario - DI ROS­SA­NA LIN­GUI­NI

Lo chia­ma­no “pre­fi­gu­ra­re il fu­tu­ro”, e bi­so­gna par­la­re con Pa­tri­zio Pao­let­ti,

deus ex ma­chi­na dell’omo­ni­ma Fon­da­zio­ne, per ca­pi­re per­ché a ogni in­con­tro de­di­ca­to a que­sto te­ma nel­le lo­ca­li­tà mar­chi­gia­ne e um­bre col­pi­te dal ter­re­mo­to ci sia la fi­la per en­tra­re. «Laddove i pro­ble­mi quo­ti­dia­ni, do­po un evento trau­ma­ti­co co­me è sta­to il sisma dell’Ita­lia cen­tra­le, so­no co­sì ab­nor­mi, pro­prio le ri­sor­se in­te­rio­ri di­ven­ta­no de­ter­mi­nan­ti. E al­lo­ra un’ini­zia­ti­va che pro­po­ne una se­rie di ap­pun­ta­men­ti con l’obiet­ti­vo di aiu­ta­re le per­so­ne a po­ten­zia­re spe­ran­za e pro­get­tua­li­tà è im­por­tan­te».

Se at­tor­no tut­to crol­la non re­sta che guar­da­re a se stes­si: e la re­si­lien­za, cioè la ca­pa­ci­tà di re­si­ste­re e di riorganizzare con po­si­ti­vi­tà la pro­pria vi­ta, di­ven­ta fon­da­men­ta­le. «Non so­lo per ge­sti­re il mo­men­to trau­ma­ti­co, ma la quo­ti­dia­ni­tà», pre­ci­sa Pao­let­ti, che ha ap­pe­na da­to al­le stam­pe Omm, one

mi­nu­te me­di­ta­tion, edi­to da Me­di­dea. Let­te­ra­le: un mi­nu­to di me­di­ta­zio­ne. «Un mi­nu­to lo ab­bia­mo tut­ti», spie­ga. Una pro­vo­ca­zio­ne

che Pao­let­ti con­di­vi­de con chi par­te­ci­pa agli incontri che du­re­ran­no fi­no a giu­gno (il ca­len­da­rio si tro­va su www.fon­da­zio­ne­pa­tri­zio

pao­let­ti.org), de­cli­nan­do­la in una me­ta­fo­ra. Cin­que di­ta del­la ma­no co­me cin­que pas­si ver­so la re­si­lien­za: «Il pol­li­ce, co­me ok, so­no pron­to a par­ti­re. L’in­di­ce che in­di­ca l’oriz­zon­te, la vi­ta ver­so la qua­le an­da­re. Il me­dio che sim­bo­leg­gia le tre “D”, di­stac­co, di­stan­za e de­ter­mi­na­zio­ne, in­di­spen­sa­bi­li per ab­ban­do­na­re i vec­chi sche­mi com­por­ta­men­ta­li. L’anu­la­re, il di­to del­la pro­mes­sa, per pren­de­re l’im­pe­gno con te stes­so, e in­fi­ne il mi­gno­lo, per le pic­co­le azio­ni quo­ti­dia­ne».

Me­to­di e tec­ni­che per pro­gram­ma­re il fu­tu­ro, in at­te­sa che la ca­sa sia ri­co­strui­ta o che ar­ri­vi­no i fi­nan­zia­men­ti: in al­tre pa­ro­le, con­cen­trar­si su quel che si può con­trol­la­re. La fa­mi­glia, il la­vo­ro, due cal­ci al pal­lo­ne il sa­ba­to mat­ti­na. Que­sto si im­pa­ra og­gi ad Ac­qua­san­ta Ter­me, nell’au­la po­li­fun­zio­na­le gre­mi­ta di gen­te. C’è Bar­ba­ra Bo­nel­li, 50 an­ni, mae­stra che vi­ve ad Ascoli e pas­sa­va

ogni esta­te ad Ar­qua­ta, nel­la ca­sa di fa­mi­glia che, do­po la scom­par­sa dei suo­ce­ri, era di­ven­ta­ta luo­go di af­fet­ti e di con­ti­nui­tà fa­mi­lia­re. «Sa­rem­mo ri­ma­sti fi­no al­la fi­ne dell’esta­te, ma nel 2016 mio fi­glio era sta­to ri­man­da­to, co­sì il 23 ago­sto tor­nam­mo ad Ascoli. Il gior­no do­po è suc­ces­so quel che è suc­ces­so. Ci so­no tor­na­ta so­lo una vol­ta con i vi­gi­li del fuo­co e an­da­ta via su­bi­to, la­scian­do tut­to com’era. Am­mi­ro gli abi­tan­ti di Ar­qua­ta che con­ti­nua­no a vi­ve­re lì, in so­lu­zio­ni di emer­gen­za: per me è sta­to trop­po». C’è Pier­lui­gi Cer­qua, 61 an­ni, ex as­si­cu­ra­to­re che nel 2011 è tor­na­to ad Al­ti­no di Mon­te­mo­na­co, 1.050 me­tri di al­ti­tu­di­ne, ad apri­re una vec­chia pro­prie­tà pa­ter­na con il so­gno di por­ta­re la gen­te nel Par­co na­zio­na­le dei Mon­ti Si­bil­li­ni per vi­ve­re la na­tu­ra in sel­la a un ca­val­lo. «In quel pro­get­to ave­vo in­ve­sti­to tut­to. La mia ca­sa ha ret­to al­le scos­se del 24 ago­sto, ma non a quel­le del 30 ot­to­bre; quan­do il 15 gen­na­io è ar­ri­va­ta la ne­ve e i miei ca­val­li han­no ri­schia­to di mo­ri­re con­ge­la­ti, io so­no tor­na­to las­sù, a dor­mi­re nel­la stal­la. Co­me ho fat­to? La di­spe­ra­zio­ne, for­se. Ora ho quat­tor­di­ci ca­val­li sa­ni e an­co­ra il mio so­gno da in­se­gui­re». C’è an­che Lui­gi Ca­priot­ti, 63 an­ni, da giu­gno 2016 vi­ce­sin­da­co di Ac­qua­san­ta. «È sta­to un ini­zio mor­bi­do, in ef­fet­ti», scher­za. Il pri­mo ter­re­mo­to a due me­si dall’in­se­dia­men­to, e il 26 ot­to­bre uno scher­zet­to di quel­li che non si di­men­ti­ca­no. «Do­po la scos­sa del­le 19.11 mi chia­ma­no per dir­mi di due an­zia­ni che non da­va­no se­gna­li dal­la fra­zio­ne Pe­rac­chia. Non do­ve­va­no es­ser­ci, è zo­na ros­sa! An­dia­mo a cer­car­li, li tro­via­mo, sa­ni e sal­vi, e li por­tia­mo giù con la no­stra jeep. Ma, men­tre scen­dia­mo, una fra­na ci sbar­ra la stra­da, poi la mon­ta­gna crol­la an­che die­tro. Sia­mo ri­ma­sti lì tut­ta not­te. Non era scon­ta­to riu­sci­re a tor­na­re a ca­sa».

Co­min­cia la le­zio­ne di re­si­lien­za. «Per po­ten­ziar­la si la­vo­ra sul li­vel­lo fi­si­co, emo­ti­vo e men­ta­le», spie­ga Tal Do­tan Ben-Sous­san, neu­ro­scien­zia­ta israe­lia­na e di­ret­to­re del di­par­ti­men­to di ri­cer­ca neu­ro­scien­ti­fi­ca del­la Fon­da­zio­ne Pao­let­ti. «Ci so­no mec­ca­ni­smi neu­ro­na­li che pos­so­no me­dia­re que­sto cam­bia­men­to at­tra­ver­so la neu­ro­pla­sti­ci­tà. La co­sa bel­la è che ve­dia­mo co­me le per­so­ne pos­so­no mi­glio­ra­re la lo­ro ca­pa­ci­tà di ri­sol­ve­re i pro­ble­mi e ac­cre­sce­re la crea­ti­vi­tà, che in que­sto am­bi­to è mol­to im­por­tan­te. Un esem­pio? Ci so­no stu­di che di­mo­stra­no che an­che un mi­nu­to con le spal­le aper­te an­zi­ché cur­ve può ab­bas­sa­re il li­vel­lo di cor­ti­so­lo e al­za­re quel­lo di te­sto­ste­ro­ne, fa­cen­do cre­sce­re la sen­sa­zio­ne di con­trol­lo».

«Dia­mo al­le per­so­ne ri­fe­ri­men­ti nuo­vi», rias­su­me Ta­nia Di Giu­sep­pe, psi­co­lo­ga e re­spon­sa­bi­le del pro­get­to. «Cioè sa­pe­ri ed espe­rien­ze che at­tin­gia­mo dal­la neu­ro­scien­za, dal­la psi­co­lo­gia e dal­la pe­da­go­gia, che tra­du­cia­mo in un lin­guag­gio di­ret­to e pra­ti­co, tra­sfor­man­do­li in ri­fe­ri­men­ti che di­ven­ta­no ispi­ra­zio­ne per chi par­te­ci­pa a que­sti ap­pun­ta­men­ti». Per esem­pio, sa­pe­re che pos­sia­mo cam­bia­re l’orientamento del­le no­stre gior­na­te. «Tut­ti noi lo ab­bia­mo spe­ri­men­ta­to nel­la no­stra quo­ti­dia­ni­tà», con­ti­nua la Di Giu­sep­pe. «Ca­pi­ta di sen­tir­si be­ne quan­do si ve­de un film, si leg­ge un li­bro, ci si ac­com­pa­gna a per­so­ne che mi­glio­ra­no il no­stro sta­to emo­ti­vo: di so­li­to ac­ca­de sen­za ri­cer­car­lo vo­lu­ta­men­te. In­ve­ce la scien­za ci in­se­gna che que­sto at­teg­gia­men­to è sem­pre più im­por­tan­te per orien­ta­re la pro­pria vi­ta ver­so la re­si­lien­za». In at­te­sa che par­ta la ri­co­stru­zio­ne o ven­ga­no con­se­gna­te le ca­set­te di emer­gen­za. E ogni vol­ta in cui ri­schia­mo di far­ci tra­vol­ge­re da­gli al­tri, ma­ga­ri più pic­co­li, ter­re­mo­ti del­la vi­ta.

Ac­qua­san­ta Ter­me (Ascoli Pi­ce­no). Pa­tri­zio Pao­let­ti, 58 an­ni, pre­si­den­te dell’omo­ni­ma fon­da­zio­ne e idea­to­re del­la se­rie di incontri “Pre­fi­gu­ra­re il fu­tu­ro”, con i ter­re­mo­ta­ti del cen­tro Ita­lia (nel ri­qua­dro sot­to, le sche­de di la­vo­ro). Nel­le riu­nio­ni, si im­pa­ra che ba­sta­no po­chi ge­sti per re­si­ste­re e rior­ga­niz­zar­si. (Fo­to I. Coc­cia/ Con­tra­sto). IL SE­GRE­TO IN PO­CHI GE­STI

LÌ NON È PIÙ TOR­NA­TA Bar­ba­ra Bo­nel­li, 50 an­ni. La ca­sa do­ve vi­ve­va­no i suo­ce­ri era di­ven­ta­ta per lei un luo­go de­gli af­fet­ti. «Do­po il sisma ci so­no tor­na­ta una vol­ta e per me è già trop­po».

IL MA­NUA­LE CHE AIU­TA A VIN­CE­RE I TER­RE­MO­TI DEL­LA VI­TA

HA DOR­MI­TO CON I SUOI CA­VAL­LI Pier­lui­gi Cer­qua, 61 an­ni, sta­va rea­liz­zan­do un ma­neg­gio per tu­ri­sti. Do­po il ter­re­mo­to ha dor­mi­to in stal­la per sal­va­re i suoi ca­val­li. «Ho il mio so­gno an­co­ra da in­se­gui­re», di­ce.

PER CA­SA UNA TEN­DA Ni­co­let­ta Ga­liè, 40 an­ni, ma­dre di tre fi­gli. Do­po la pri­ma scos­sa, ha dor­mi­to in au­to per tre gior­ni. Poi la sua ca­sa è di­ven­ta­ta una ten­da.

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