A vol­te un tra­di­men­to può far ri­na­sce­re la cop­pia

Se l’adul­te­rio è una scap­pa­tel­la o una vendetta nei con­fron­ti del part­ner di­sat­ten­to, con il dia­lo­go lui e lei po­treb­be­ro ap­pro­fit­tar­ne per in­da­ga­re su­gli aspet­ti che non van­no. E ri­par­ti­re su nuo­ve ba­si

GENTE - - Salute -

Quan­do in una cop­pia che sem­bra­va so­li­da e tran­quil­la si sco­pre un tra­di­men­to, le sen­sa­zio­ni più fre­quen­ti, per chi lo su­bi­sce, so­no di in­cre­du­li­tà e di stu­po­re. An­che se, per lun­go tem­po, era­no sta­te igno­ra­te le av­vi­sa­glie di sot­ter­ra­nei ma­lu­mo­ri. I tra­di­men­ti non so­no tut­ti ugua­li: ci so­no quel­li “per” e quel­li “con­tro”. Si può di­ven­ta­re in­fe­de­li per met­te­re al­la pro­va se stes­si, per rea­gi­re all’in­sof­fe­ren­za quo­ti­dia­na per le abi­tu­di­ni o per una non me­glio iden­ti­fi­ca­ta in­sod­di­sfa­zio­ne ge­ne­ra­le. Ma si può tra­di­re an­che con­tro l’al­tro spin­ti da un ac­cu­mu­lo di ri­sen­ti­men­ti che, con il tem­po, han­no in­qui­na­to pe­san­te­men­te il rap­por­to. Pri­ma di de­ci­de­re se un tra­di­men­to è una con­dan­na de­fi­ni­ti­va per il le­ga­me amo­ro­so, bi­so­gna chie­de­re a se stes­si se c’è an­co­ra uno “spa­zio cop­pia” da re­cu­pe­ra­re per ri­pren­de­re la sto­ria in­ter­rot­ta. Tra l’una e l’al­tra in­fe­del­tà c’è dun­que una gran­de dif­fe­ren­za: può trat­tar­si di quel­la che, con in­dul­gen­za ver­ba­le, si de­fi­ni­sce “scap­pa­tel­la” o di un ve­ro e pro- prio at­tac­co al­la so­li­di­tà dell’unio­ne. La do­lo­ro­sa ana­li­si sul ti­po di of­fe­sa subita per­met­te di iden­ti­fi­ca­re quan­to l’on­ta sia sta­ta gra­ve per la cop­pia e fi­no a che pun­to sia re­cu­pe­ra­bi­le la re­la­zio­ne. Ri­tro­var­si in­na­mo­ra­ti e de­si­de­ro­si di re­cu­pe­ra­re il tem­po per­du­to ri­chie­de un so­len­ne at­to di fe­de da par­te di en­tram­bi. In ge­ne­re l’in­fe­del­tà è il se­gna­le ine­qui­vo­ca­bi­le che qual­co­sa nel­la cop­pia non ha fun­zio­na­to, ma è an­che l’oc­ca­sio­ne per ri­ve­de­re e cor­reg­ge­re ciò che non an­da­va. Un rap­por­to si può ri­co­strui­re per­cor­ren­do stra­de ori­gi­na­li e in­so­li­te. Mol­te vol­te l’adul­te­rio per­met­te di giun­ge­re a nuo­ve con­sa­pe­vo­lez­ze, pur por­tan­do un im­men­so do­lo­re. Se si rie­sce a ela­bo­ra­re ade­gua­ta­men­te il lut­to del­la per­du­ta in­ge­nui­tà («Lei o lui non mi tra­di­reb­be mai»), se si ha la for­za di met­te­re in di­scus­sio­ne an­che se stes­si, la cri­si di­ven­ta uno spar­tiac­que che di­vi­de il “pri­ma” dal “do­po”: fa­cen­do te­so­ro del­le espe­rien­ze e de­gli er­ro­ri pas­sa­ti si pos­so­no apri­re al­tri oriz­zon­ti, ba­san­do­li sul dia­lo­go. Un nuo­vo rap­por­to è dun­que pos­si­bi­le, ma do­vreb­be es­se­re ba­sa­to sul re­ci­pro­co de­si­de­rio di am­met­te­re, fi­nal­men­te, le ri­spet­ti­ve re­spon­sa­bi­li­tà, di scon­fig­ge­re i si­len­zi, i non det­ti, la ten­den­za a ri­fu­giar­si die­tro sce­na­ri di quo­ti­dia­na rou­ti­ne per non met­te­re in di­scus­sio­ne ciò che si è e ciò che si fa.

GIANNA SCHELOTTO

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