Nel­la guer­ri­glia tra ge­ni­to­ri un fi­glio non può schie­rar­si

Un cla­mo­ro­so ca­so di di­vor­zio ri­lan­cia il te­ma del­la ma­ni­po­la­zio­ne dei mi­no­ri per col­pi­re il co­niu­ge. Un ra­gaz­zo ha chie­sto ai giu­di­ci di par­la­re e ha ri­ven­di­ca­to il di­rit­to di vo­ler be­ne a pa­pà e mam­ma in egual mi­su­ra

GENTE - - Salute - GIANNA SCHELOTTO

Un quin­di­cen­ne fio­ren­ti­no ha scrit­to ai giu­di­ci un’ac­co­ra­ta let­te­ra con la qua­le chie­de di es­se­re ascol­ta­to pri­ma che ven­ga pro­nun­cia­ta la sen­ten­za di di­vor­zio dei ge­ni­to­ri. Il col­le­gio del Tri­bu­na­le ci­vi­le ha ac­col­to l’in­so­li­ta ri­chie­sta e ha per­mes­so al ra­gaz­zo di espri­me­re le sue os­ser­va­zio­ni e di avan­za­re le sue pre­fe­ren­ze. Tut­to que­sto ha cer­ta­men­te pe­sa­to sul giu­di­zio fi­na­le, ma il co­rag­gio del quin­di­cen­ne ha su­sci­ta­to in mol­ti adul­ti stu­po­re e ap­prez­za­men­to al tem­po stes­so. Dai bre­vi trat­ti bio­gra­fi­ci ri­sul­ta che fin dall’età di 4 an­ni si è sen­ti­to usa­to co­me una «pal­li­na da ping pong». È cre­sciu­to nel di­sor­di­ne emo­ti­vo e il suo di­sa­gio era co­sì for­te da spin­ger­lo, a no­ve an­ni, a ri­vol­ger­si ai ser­vi­zi so­cia­li per de­nun­cia­re il pe­so di di­ri­me­re le li­ti tra mam­ma e pa­pà. È tri­ste pen­sa­re che un bam­bi­no pos­sa di­ven­ta­re l’og­get­to del dis­sen­so tra due adul­ti che non rie­sco­no a su­pe­ra­re i pro­pri con­flit­ti. Que­sti ge­ni­to­ri non si li­mi­ta­no a so­bil­la­re il fi­glio in­si­sten­do sui di­fet­ti e le man- can­ze del co­niu­ge av­ver­so, ma cer­ca­no di com­pra­re la sua pre­fe­ren­za con pro­mes­se o con­ces­sio­ni. Pur­trop­po ac­ca­de spes­so che in cer­te re­la­zio­ni i fi­gli di­ven­ti­no, per cia­scu­no dei co­niu­gi, un tro­feo da esi­bi­re co­me sim­bo­lo del­la pro­pria af­fer­ma­zio­ne. Si ve­ri­fi­ca una sor­ta di ca­po­vol­gi­men­to ge­ne­ra­zio­na­le nel qua­le sem­bra che nes­su­no oc­cu­pi il po­sto che gli è do­vu­to: gli adul­ti, per sen­tir­si gran­di, uti­liz­za­no il fa­vo­re dei pic­co­li. C’è sta­to un tem­po nel qua­le si tor­men­ta­va­no i bam­bi­ni con una do­man­da ri­cor­ren­te: «Vuoi più be­ne al­la mam­ma o al pa­pà?». I bim­bi si di­bat­te­va­no con­fu­si per­ché non riu­sci­va­no a ca­pi­re co­me fa­ces­se­ro gli adul­ti a fa­re do­man­de per le qua­li non c’è una ri­spo­sta. Quel tem­po si ri­pro­po­ne og­gi nel­le si­tua­zio­ni ri­cor­ren­ti si­mi­li a quel­la in cui si di­bat­te il gio­va­ne fio­ren­ti­no. Nel­la sua istan­za ai giu­di­ci il ra­gaz­zo ha ri­ven­di­ca­to il pro­prio di­rit­to di vo­ler be­ne a en­tram­bi i suoi ge­ni­to­ri, che in­ve­ce si osti­na­no nel­le lo­ro as­sur­de con­te­se. Le sue ri­chie­ste non po­te­va­no es­se­re igno­ra­te, co­sic­ché la sen­ten­za fi­na­le ha sta­bi­li­to che il quin­di­cen­ne pos­sa vi­ve­re, a set­ti­ma­ne al­ter­ne, con i ge­ni­to­ri. La guer­ri­glia tra gli adul­ti ha cer­ta­men­te pro­dot­to sof­fe­ren­za e smar­ri­men­to nel gio­va­ne fio­ren­ti­no, ma sem­bra aver rin­for­za­to la sua ca­pa­ci­tà di au­to­di­fe­sa.

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