Ales­san­dro Ro­ja 40 an­ni da paura di Mat­tia Car­za­ni­ga

Di­ven­ta­to fa­mo­so con la se­rie Ro­man­zo cri­mi­na­le, l’ar­ti­sta ro­ma­no fe­steg­gia l’ap­pro­do agli “an­ta” col suo pri­mo hor­ror, in cui fron­teg­gia un’in­va­sio­ne di zombie. Bi­lan­ci? Buo­ni, per uno che non si sen­te mai ar­ri­va­to, e an­co­ra si chie­de: ma che dav­ve­ro fac

GIOIA - - Sommario - Mat­tia Car­za­ni­ga di

Chie­do su­bi­to ad Ales­san­dro Ro­ja se c’è aria, di­cia­mo

co­sì, di scoop: è la pri­ma in­ter­vi­sta che fa da qua­ran­ten­ne? Ri­spon­de: «Pro­ba­bil­men­te sì: può scri­ver­lo». La se­con­da domanda vie­ne da sé: do­po il 4 giu­gno, gior­no del fa­ti­di­co com­plean­no, qual­co­sa è cam­bia­to? Af­fer­ma­ti­vo pu­re que­sto. «È co­me sta­re su una li­nea, ve­de­re a che pun­to sei ar­ri­va­to, ri­pen­sa­re agli obiet­ti­vi che ave­vi. Il bi­lan­cio è po­si­ti­vo: so­no se­re­no». Il regalo che si è fat­to, in­tan­to, è un film biz­zar­ro e ul­tra in­die. S’in­ti­to­la The end? - L’in­fer­no fuo­ri, ha gi­ra­to per va­ri fe­sti­val in­ter­na­zio­na­li, è sta­to un pic­co­lo ca­so nel­le sa­le giap­po­ne­si, il 14 ago­sto esce fi­nal­men­te da noi.

Co­min­cia­mo da qui. È un hor­ror con tut­ti i cri­smi, pro­dot­to dai Manetti Bros., di­ret­to da un re­gi­sta “al­le­va­to” sui lo­ro set, Da­nie­le Mi­si­schia. Io so­no un ma­na­ger che pen­sa so­lo al la­vo­ro, ai sol­di, è stra­fot­ten­te, aman­te del­le don­ne. Si ri­tro­va bloc­ca­to in un ascen­so­re e sco­pre che è il po­sto più si­cu­ro do­ve sta­re: fuo­ri

in­fu­ria un’epi­de­mia zombie che con­ta­gia i col­le­ghi. Si sa­rà di­ver­ti­to. Sta­re per ore den­tro un metro qua­dro di spa­zio cam­bia la tua re­ci­ta­zio­ne. Da noi tut­ti vo­glio­no il na­tu­ra­li­smo, ogni tan­to una fu­ga dal­la real­tà è sa­lu­ta­re. A ren­der­la ce­le­bre è sta­ta la se­rie Ro­man­zo cri­mi­na­le, tra i pri­mi ti­to­li che han­no ri­lan­cia­to il co­sid­det­to “ge­ne­re”. The end? di­mo­stra che og­gi la mo­da di­la­ga. In Ita­lia va co­sì: quan­do una co­sa fun­zio­na, si re­pli­ca all’in­fi­ni­to. Pri­ma c’era l’ob­bli­go del­la com­me­dia, era­no co­mi­ci pu­re i film in cui ci si am­maz­za­va. Ora è tut­to ge­ne­re. Il van­tag­gio del mo­men­to, per un at­to­re, è che il con­fi­ne tra ci­ne­ma e tv è sem­pre più sfu­ma­to. In teo­ria. Ci si al­li­nea ai nuo­vi me­dia, le fu­tu­re ge­ne­ra­zio­ni di at­to­ri ne gio­ve­ran­no an­co­ra di più. Ma in cer­te vec­chie ca­ste, in cer­te fa­mi­glie del ci­ne­ma ro­ma­no, vi­ge an­co­ra uno sno­bi­smo in­giu­sti­fi­ca­to ver­so le se­rie. Io cre­do che di film in Ita­lia se ne pro­du­ca­no fin trop­pi. Me­glio po­chi ma buo­ni. Tor­nia­mo ai bi­lan­ci da ci­fra ton­da. Ha rag­giun­to tut­ti i tra­guar­di pre­fis­sa­ti? Li ho rag­giun­ti tut­ti e non li rag­giun­ge­rò mai. Vo­le­vo fa­re que­sto me­stie­re a tut­ti i co­sti e so­no par­ti­to da me­no 20, sen­za nes­su­na co­no­scen­za. Es­se­re ar­ri­va­to qui è una vit­to­ria. Poi pe­rò con­ti­nuo ad al­za­re l’asti­cel­la, pen­so che po­trò fa­re sem­pre me­glio. Ho ca­pi­to che sod­di­sfat­to non lo sa­rò mai. An­zi, met­tia­mo­la co­sì: non so­no sod­di­sfat­to, ma so­no fe­li­ce. Non è una con­trad­di­zio­ne. Co­me rea­gi­ro­no i suoi ge­ni­to­ri quan­do lei, ra­gaz­zo, dis­se: «Vo­glio re­ci­ta­re»? Era­no estra­nei a quell’am­bien­te, dun­que con­tra­ri. Non mi avreb­be­ro mai pa­ga­to una scuo­la, li ho con­vin­ti vin­cen­do il con­cor­so del Cen­tro spe­ri­men­ta­le di ci­ne­ma­to­gra­fia. Pre­se­ro so­lo sei uo­mi­ni, non po­te­ro­no dir­mi nul­la. Og­gi la per­ce­pi­sco­no co­me at­to­re? Sì, ma non mi ci ve­do io. Non vo­glio che il me­stie­re si im­pos­ses­si di me. Quan­do mi ri­co­no­sco­no per stra­da, mi fa an­co­ra stra­no. Pren­do il buo­no che que­sto la­vo­ro mi dà, e per il re­sto fac­cio una vi­ta nor­ma­le. È “nor­ma­le” an­che il suo rac­con­to so­cial. I miei col­le­ghi de­vo­no sem­pre dir­ti qual­co­sa, rap­pre­sen­tar­si in un cer­to mo­do. A me In­sta­gram di­ver­te per­ché mi met­te in con­tat­to con un sac­co di gen­te. So­no ap­pas­sio­na­to di au­to, cer­co per­so­ne co­me me. Per di­re: c’è un ra­gaz­zo che ha di­se­gna­to un nuovo mo­del­lo par­ten­do dal­la vec­chia Lan­cia Del­ta In­te­gra­le, ora sia­mo ami­ci. Su In­sta­gram met­te an­che la sua vi­ta pri­va­ta. Ho con­vin­to an­che Clau­dia ( Ra­nie­ri, sua mo­glie, ndr) a far­lo. Sua mo­glie è an­che la sua ad­det­ta stam­pa. Per­ché ave­te scel­to di la­vo­ra­re in­sie­me? È ve­nu­to na­tu­ra­le. La pen­sia­mo ugua­le, per­ciò le la­scio car­ta bianca. E so­no cam­bia­to io. Pri­ma sta­vo at­ten­to a tut­to, se un’in­ter­vi­sta non mi pia­ce­va ci sof­fri­vo. Ora non me ne Con oc­cu­po que­sta più, pre­sa ci pen­sa di di­stan­za lei. c’en­tra an­che il fat­to di es­se­re di­ven­ta­to pa­dre? To­tal­men­te. Da quan­do c’è Or­lan­do, che ora ha 3 an­ni e mez­zo, so­no mol­to più tran­quil­lo e si­cu­ro di me. Pri­ma vie­ne lui, il re­sto non mi fa né cal­do né fred­do. Suo fi­glio è ro­ma­ni­sta co­me lei? In­tan­to gio­ca a cal­cio con me, fa cer­ti ti­ri... Io lo fa­ce­vo per di­ver­tir­mi, ora ho smes­so. Col­pa di suo suo­ce­ro Clau­dio Ra­nie­ri, ex al­le­na­to­re del­la Roma? For­se sì ( ri­de, ndr). Mi ha al­le­na­to una so­la vol­ta: mi ha fat­to gio­ca­re quat­tro mi­nu­ti. Che mi di­ce del­lo sta­dio del­la Roma, al cen­tro di un pro­ces­so per cor­ru­zio­ne? Non ne so gran­ché, cer­to è che la mia cit­tà non sta pas­san­do una fa­se mol­to fe­li­ce. So­no tut­ti in­caz­za­ti ne­ri. La la­sce­reb­be? Ma sta­re no. ma­le Al­la sul fi­ne se­rio, si vi­ve pri­ma be­ne. di Il an­dar­se­ne ro­ma­no si via. la­men­ta ma de­ve

«Ho ca­pi­to che sod­di­sfat­to non lo sa­rò mai. Con­ti­nuo ad al­za­re l’asti­cel­la: po­trò sem­pre fa­re me­glio»

Sul set Il re­gi­sta Da­nie­le Mi­si­schia con Ales­san­dro Ro­ja. Theend?L’in­fer­no­fuo­ri

rac­con­ta di un uo­mo d’af­fa­ri bloc­ca­to in ascen­so­re e di un vi­rus le­ta­le che tra­sfor­ma chiun­que in zombie.

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