TUTTOILRESTO ÈNOIA

«Mi tre­ma­no i pol­si all’idea di sve­gliar­mi un gior­no e sco­prir­mi an­no­ia­ta del­la mia vi­ta».

GIOIA - - Intervista - In una sce­na del­la se­rie th­ril­ler Kil­ling Eve.

San­dra Oh è fe­li­ce di por­ta­re sul­lo scher­mo Eve, la pro­ta­go­ni­sta di Kil­ling Eve, nuo­va se­rie tv già di cul­to pro­dot­ta da Bbc Ame­ri­ca e in strea­ming su Ti­mVi­sion. Ma fi­ni­re co­me lei pro­prio no, gra­zie. La se­rie, al­la qua­le Oh ap­pro­da do­po ave­re chiu­so de­fi­ni­ti­va­men­te il lun­go ca­pi­to­lo di Grey’s ana­to­my e del­la chi­rur­ga Cri­sti­na Yang, è trat­ta dai ro­man­zi th­ril­ler Co­de­na­me Vil­la­nel­le di Lu­ke Jen­nings, e idea­ta dall’at­tri­ce e sce­neg­gia­tri­ce Phoe­be Wal­ler-Brid­ge. Rac­con­ta di un’im­pie­ga­ta dell’MI5, i ser­vi­zi se­gre­ti bri­tan­ni­ci, co­stret­ta per lo più a oc­cu­par­si di scar­tof­fie, che di na­sco­sto ini­zia a in­da­ga­re su una scia di omi­ci­di com­mes­si da una spie­ta­ta e se­xy as­sas­si­na psi­co­pa­ti­ca, chia­ma­ta in co­di­ce Vil­la­nel­le (la in­ter­pre­ta Jo­die Co­mer). «Per Eve il la­vo­ro non ha una gran­de im­por­tan­za», mi rac­con­ta Oh al fe­sti­val Can­ne­se­ries. «So­lo la no­ia la spin­ge a cer­ca­re una vi­ta più ec­ci­tan­te. Io amo fa­re l’at­tri­ce e non vor­rei mai tro­var­mi co­me una don­na di mezz’età, con una vi­ta agia­ta, che non ha più la cu­rio­si­tà di esplo­ra­re il mon­do. In que­sto sen­so, Eve rap­pre­sen­ta le mie pau­re, ma con­di­vi­de an­che il mio stes­so co­rag­gio di esplo­ra­re nuo­ve stra­de».

Que­sto è un ri­tor­no in tv per lei, do­po qual­che film per il gran­de scher­mo. Do­ve si tro­va più a pro­prio agio?

Det­ta co­sì, sem­bra tre­men­da­men­te au­ste­ra, ma in real­tà è una se­rie dav­ve­ro di­ver­ten­te. Da do­ve le vie­ne que­sta ve­na co­mi­ca? Pri­ma di iscri­ver­mi a scuo­la di tea­tro, al li­ceo ho fat­to mol­tis­si­ma espe­rien­za in cor­si di im­prov­vi­sa­zio­ne, e ho im­pa­ra­to che la co­mi­ci­tà ri­chie­de un’estre­ma ca­pa­ci­tà di ascol­ta­re e rea­gi­re ve­lo­ce­men­te. È un do­no di quel­le per­so­ne ca­pa­ci di ca­pi­re al vo­lo i la­ti buf­fi di una si­tua­zio­ne, per sfrut­tar­li e tra­sfor­mar­li in una bat­tu­ta, ma ri­chie­de an­che l’abi­li­tà di en­tra­re in sin­to­nia con la sen­si­bi­li­tà di chi la pro­nun­cia. Il po­te­re del­la com­me­dia è aiu­ta­re le per­so­ne a ri­de­re in­sie­me. Ho mol­to ama­to l’umo­ri­smo bri­ti­sh por­ta­to nel­lo show da Phoe­be: l’ho tro­va­to una ven­ta­ta d’aria fre­sca.

Phoe­be è la crea­tri­ce del­lo show, lei e Jo­die Co­mer le pro­ta­go­ni­ste. È fe­li­ce che fi­nal­men­te tre don­ne pos­sa­no rac­con­ta­re una sto­ria la­scian­do ai ma­schi ruo­li di con­tor­no? Lei ha re­ci­ta­to per no­ve an­ni in Grey’s ana­to­my. Qua­li so­no le dif­fi­col­tà del­le se­rie che du­ra­no co­sì a lun­go?

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