In pri­ma per­so­na «UN GIOR­NO, SEN­ZA CHE CI FOS­SI­MO MAI VI­STI,

Mi ca­pi­ta spes­so, ul­ti­ma­men­te, So­no par­ti­to il 5 mag­gio. Al­le per­so­ne che stan­no leg­gen­do que­ste mie pa­ro­le,

GIOIA - - In Prima Persona -

du­ra­ta. Me lo con­fer­ma P., scrit­to­re, che mi rac­con­ta la sua sto­ria co­me fos­se un ro­man­zo. O, for­se e piut­to­sto, un in­cu­bo: «Una vi­ta in­sie­me. Fi­dan­za­ti già al li­ceo, do­po l’uni­ver­si­tà an­dia­mo a con­vi­ve­re. Poi, len­ta­men­te, l’amo­re si esau­ri­sce e lei non lo ac­cet­ta. La la­scio, ma su­bi­to ca­pi­sco che non sa­rà fa­ci­le. Co­min­cia ad ap­po­star­si sot­to ca­sa dei miei ge­ni­to­ri, mi se­gue al la­vo­ro, quan­do so­no in gi­ro. Smet­to di fre­quen­ta­re i miei ami­ci sto­ri­ci per­ché so­no ami­ci co­mu­ni. Cam­bio lo­ca­li. Al­la fi­ne mi tra­sfe­ri­sco in un al­tro quar­tie­re. Fi­ni­sco in ana­li­si per­ché non reg­go la si­tua­zio­ne. So­no tor­men­ta­to dai dub­bi. Mi chie­do: non è che sto sba­glian­do io?». DO­PO UN AN­NO, P. IN­CON­TRA UNA RA­GAZ­ZA, ini­zia una nuo­va re­la­zio­ne. Il pas­sa­to, pe­rò, è sem­pre in ag­gua­to. «Con­ti­nua­va a tar­tas­sar­mi di mes­sag­gi», ri­cor­da, con la vo­ce che tre­ma. «Le co­se cam­bia­no quan­do, po­co pri­ma del de­col­lo per Pa­ri­gi con la mia nuo­va com­pa­gna, mi scri­ve: spe­ro che l’ae­reo cada e che voi moriate. Non ci ho vi­sto più. L’ho chia­ma­ta e le ho det­to che spe­ra­vo ac­ca­des­se qual­co­sa di al­tret­tan­to brut­to a lei. Pri­ma di al­lo­ra non ero mai sta­to ag­gres­si­vo. Ma al­la fi­ne ci era riu­sci­ta: mi ave­va esasperato, ave­va ti­ra­to fuo­ri la par­te peg­gio­re di me». In quel mo­men­to qual­co­sa si tra­sfor­ma e la si­tua­zio­ne cam­bia: la stal­ker si tran­quil­liz­za un po’, ini­zia a scri­ve­re e a te­le­fo­na­re di me­no. «Ades­so so­no pas­sa­ti quat­tro an­ni, lei ha un fi­glio. Non è an­co­ra scom­par­sa dal­la mia vi­ta, ma non c’è pa­ra­go­ne ri­spet­to a un tem­po. Del suo com­por­ta­men­to, pe­rò, io ri­sen­to an­co­ra og­gi: non ho mai re­cu­pe­ra­to i vec­chi ami­ci, evi­to i po­sti do­ve so che va lei, ho sem­pre l’an­sia di in­con­trar­la. Non ho avu­to il co­rag­gio di de­nun­ciar­la per­ché mi di­spia­ce­va per i suoi ge­ni­to­ri, e poi ave­vo pau­ra che po­tes­se fa­re qual­co­sa di fol­le, ave­vo pau­ra di non es­se­re cre­du­to. Al­la mia com­pa­gna non ne ho mai par­la­to. Mi sen­ti­vo re­spon­sa­bi­le di quel­lo che suc­ce­de­va. E poi te­me­vo di per­der­la. Se fos­se ca­pi­ta­to, sa­rei crol­la­to». LA STO­RIA DI P. È PIÙ CO­MU­NE DI QUAN­TO SI PEN­SI. «La don­na», evi­den­zia la psi­chia­tra Do­na­tel­la Ma­raz­zi­ti dell’U-

Ora che le co­se van­no me­glio, ho co­min­cia­to a pen­sar­ci.

No­vem­bre 2016 lo pas­sai in­vian­do cur­ri­cu­lum dal­la mat­ti­na al­la se­ra e co­min­ciai a scri­ve­re Na­po­li mon amour. A di­cem­bre, co­me pro­po­si­to per l’an­no nuo­vo, die­di a Na­po­li e all’Ita­lia sei me­si di tem­po, al ter­mi­ne dei qua­li me ne sa­rei sem­pli­ce­men­te an­da­to, per­ché se uno con due lau­ree, a 31 an­ni, non rie­sce a tro­va­re un qual­sia­si la­vo­ro, be’, non è col­pa sua, ho pen­sa­to. Per la fi­ne di quel pe­rio­do ave­vo man­da­to qua­si 500 cur­ri­cu­lum e scrit­to ses­san­ta­due­mi­la pa­ro­le. L’obiet­ti­vo ini­zia­le era di la­vo­ra­re a con­tat­to con im­mi­gra­ti o de­te­nu­ti ma, di­spe­ra­to, mi ri­dus­si a man­dar­lo a chiun­que e per chiun­que in­ten­do chiun­que, an­che a una ma­cel­le­ria. In tut­to, mi han­no ri­chia­ma­to in due: un call cen­ter e un’as­so­cia­zio­ne che da­va le aza­lee in piaz­za ed en­tram­bi of­fri­va­no 200 eu­ro al me­se.

Ho scel­to quel­la da­ta per­ché, no­no­stan­te le tan­te co­se che mi ero det­to, mi sem­bra­va d’aver fal­li­to, di non es­ser riu­sci­to ad in­co­min­cia­re un mio per­cor­so e vo­le­vo per sem­pre ri­cor­da­re il gior­no del­la mia de­fi­ni­ti­va di­sfat­ta. So­no at­ter­ra­to a Lon­dra e non è tut­to oro quel che luc­ci­ca, ma va be­ne co­sì.

e che han­no più o me­no la mia stes­sa età o che so­no più gio­va­ni, vo­glio di­re di non tor­men­tar­si trop­po: si può fa­re del pro­prio me­glio, ma af­fin­ché que­sto me­glio di­ven­ti rea­le è ne­ces­sa­rio un in­ter­lo­cu­to­re che non sia né sor­do né cie­co. A tut­ti, in­ve­ce, di qual­sia­si età e ses­so, vor­rei di­re che la vi­ta non si fer­ma mai e, se pro­prio vi sem­bra che non va­da avan­ti, sta­te tran­quil­li e guar­da­te me­glio: co­me una mac­chia d’ac­qua su di un tes­su­to, si al­lar­ga e si espan­de.

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