L’at­tri­ce più pro­met­ten­te di Hol­ly­wood fa le pro­ve da re­gi­na (di Sco­zia)

Glamour (Italy) - - SOMMARIO - di Fa­bián W. Wain­tal

Che lei sia una ve­ra e pro­pria stel­la del ci­ne­ma lo di­mo­stra il fat­to che in 24 an­ni di vi­ta ha già ri­ce­vu­to tre no­mi­na­tion agli Oscar: la pri­ma a 13 an­ni per Espia­zio­ne, l’ul­ti­ma, nel 2018 per La­dy Bird. Lo con­fer­ma la scel­ta del­la re­gi­sta Gre­ta Ger­wig che, per il re­ma­ke di Pic­co­le don­ne, sta met­ten­do in­sie­me la crè­me di Hol­ly­wood, da Me­ryl Streep a Ti­mo­thée Cha­la­met, e ha vo­lu­to lei nel ruo­lo di Jo Mar­ch, la pro­ta­go­ni­sta. Lo sug­gel­la la vo­ce che il film Ma­ria re­gi­na di Sco­zia di Jo­sie Rour­ke, pre­sto nel­le sa­le, si sia po­tu­to rea­liz­za­re prin­ci­pal­men­te gra­zie a lei: si mor­mo­ra, in­fat­ti, che gran par­te del­la trou­pe e del ca­st ab­bia ade­ri­to al pro­get­to per il pri­vi­le­gio di po­ter la­vo­ra­re con que­sto por­ten­to di at­tri­ce di ori­gi­ne ir­lan­de­se. Già, Saoirse Ronan ha po­te­re. In pri­mis, quel­lo di im­ba­raz­za­re tut­ti co­lo­ro che non san­no pro­nun­cia­re il suo no­me gae­li­co ( pic­co­lo aiu­to: si pro­nun­cia Scir­scia).

GIÀ CAN­DI­DA­TA ALL’OSCAR TRE VOL­TE, NON ESCLUDIAMO CHE, CON QUE­STO FILM, VINCA LA QUAR­TA NO­MI­NA­TION

MA­RIA RE­GI­NA DI SCO­ZIA Un film di Jo­sie Rour­ke, con Saoirse Ronan, Mar­got Rob­bie ( The Wolf of Wall Street, To­nya) e Guy Pear­ce ( L.A. Con­fi­den­cial, The Hurt Loc­ker), nel­le sa­le da me­tà gen­na­io.

Ma an­che quel­lo di sco­rag­gia­re chiun­que a por­le do­man­de per­so­na­li: non è da­to sa­pe­re chi fre­quen­ta né do­ve abi­ta a New York. E, so­prat­tut­to, ha il po­te­re di scom­pa­ri­re den­tro i per­so­nag­gi che in­ter­pre­ta. La gen­te che ti fer­ma per stra­da, og­gi, ti ri­co­no­sce per La­dy Bird. Pen­si che le co­se cam­bie­ran­no ora che è in usci­ta Ma­ria re­gi­na di Sco­zia? «L’im­por­tan­te è che, nel film, non ap­pa­ia mai Saoirse, ma so­lo Ma­ria». Che era una don­na di che ti­po? «Più for­te di co­me le pel­li­co­le pre­ce­den­ti la ri­cor­da­no. Di lei si pen­sa sem­pre che fos­se un po’ trop­po emo­ti­va. Era sen­si­bi­le, sì, ma an­che astu­ta e in­tel­li­gen­te » . Per ca­lar­ti nei suoi pan­ni ti sei ispi­ra­ta al­le in­ter­pre­ta­zio­ni di Ka­tha­ri­ne He­p­burn nel 1936 e di Va­nes­sa Red­gra­ve nel 1971? « No, non vo­le­vo es­ser­ne in­fluen­za­ta. Ho pre­fe­ri­to stu­dia­re be­ne la sto­ria del XVI se­co­lo e far emer­ge­re la sua tem­pra di co­man­dan­te: re­gi­na di Fran­cia a 16 an­ni, a 18 ri­ma­ne ve­do­va e, an­zi­ché ri­spo­sar­si, tor­na nel­la na­tia Sco­zia di cui ri­ven­di­ca il tro­no » . Che nel con­tem­po pe­rò è fi­ni­to sot­to la giu­ri­sdi­zio­ne del­la cu­gi­na, Eli­sa­bet­ta I d’In­ghil­ter­ra, alias Mar­got Rob­bie. « Esat­to. Il lo­ro è un rap­por­to am­bi­va­len­te. So­no ri­va­li, cer­to, ma si com­pren­do­no co­me nes­sun al­tro per­ché ri­ve­sto­no la stes­sa po­si­zio­ne: due don­ne al po­te­re in un mon­do ma­schi­le. Due re­gi­ne cir­con­da­te da con­si­glie­ri op­por­tu­ni­sti, che pos­so­no fa­re af­fi­da­men­to so­lo su se stes­se. Tra Ma­ria ed Eli­sa­bet­ta si svi­lup­pa una sor­ta di so­rel­lan­za » . Te­ma­ti­ca piut­to­sto at­tua­le quel­la del so­da­li­zio fem­mi­ni­le vol­to all’eman­ci­pa­zio­ne. « Il film non po­te­va usci­re in un mo­men­to mi­glio­re: fi­nal­men­te le don­ne stan­no unen­do le pro­prie vo­ci per rag­giun­ge­re obiet­ti­vi co­mu­ni, sen­za ri­nun­cia­re al­la fem­mi­ni­li­tà. Esat­ta­men­te co­me le due pro­ta­go­ni­ste, in co­stan­te ri­cer­ca di un equi­li­brio tra ra­gion di Sta­to e af­fet­ti, tra te­sta e cuo­re » . È ve­ro che tu e Mar­got Rob­bie non vi sie­te qua­si mai in­cro­cia­te du­ran­te le ri­pre­se? « Ve­ris­si­mo. È sta­ta una scel­ta con­sa­pe­vo­le: vo­le­va­mo re­ci­ta­re te­nen­do sem­pre in men­te il fan­ta­sma dell’al­tra. Pa­re che le due re­gi­ne non si co­no­sces­se­ro, pri­ma del­lo sto­ri­co in­con­tro » . La lo­ro era una r ela­zio­ne epi­sto­la­re. « Sì, si scri­ve­va­no lun­ghe let­te­re. E at­ten­de­va­no le re­ci­pro­che mis­si­ve con gran­de agi­ta­zio­ne. Se ci pen­si be­ne, an­che que­sto è un aspet­to at­tua­le: og­gi tan­ti rap­por­ti uma­ni si svi­lup­pa­no via mes­sag­gi » . Mo­ra­le: tu e Mar­got ave­te gi­ra­to in luo­ghi di­ver­si? « In tem­pi di­ver­si: lei ha co­min­cia­to pri­ma. Sai la co­sa più cu­rio­sa? Ho no­ta­to che tut­ti noi che in­ter­pre­ta­va­mo gli scoz­ze­si, an­che fuo­ri dal set, ten­de­va­mo a par­la­re in cer­chio: mol­to de­mo­cra­ti­co. Gli in­gle­si, in in­ve­ce, si di­spo­ne­va­no a pi­ra­mi­de, strut­tu­ra c che rap­pre­sen­ta la ge­rar­chia. È suf­fi­cien­te q que­sto per de­scri­ve­re i due mon­di » . Q Quan­do i due mon­di si so­no in­con­tra­ti? « È sta­ta, sem­pli­ce­men­te, una del­le emozioni più straor­di­na­rie di tut­ta la mia car­rie­ra » . An­che ri­ve­der­ti con la co­ro­na in te­sta ti ha emo­zio­na­to? «Di­cia­mo che mi ha fat­to im­pet­ti­re: ba­sta ri­guar­dar­mi e istin­ti­va­men­te rad­driz­zo la schie­na e apro le spal­le». Quin­di sa­re­sti una re­gi­na al­te­ra? « Sa­rei una bra­va re­gi­na. Mol­to giu­sta, cre­do » .

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