An­dre Agassi

Fe­de­ri­co Buf­fa lo ha in­con­tra­to per Sky­sport e GQ per chie­der­gli co­sa c’è ol­tre Open e il suc­ces­so pla­ne­ta­rio che ha avu­to. E ha sco­per­to che c’è mol­to: «Ho se­te di co­no­scen­za. Non mi spa­ven­ta più fa­re do­man­de, ho su­pe­ra­to quel­la fa­se del­la mia vi­ta in cu

GQ (Italy) - - Sommario - Te­sto di FE­DE­RI­CO BUF­FA e CAR­LO PIZZIGONI Fo­to di STE­FA­NO GA­LUZ­ZI Ser­vi­zio di AN­DREA TENERANI

Fe­de­ri­co Buf­fa in­con­tra per GQ una leg­gen­da del ten­nis

An­dre Agassi en­tra nel­la sui­te del Geor­ge V di Pa­ri­gi a pas­so spe­di­to, co­me quan­do si di­ri­ge­va ver­so i rac­cat­ta­pal­le pri­ma di ser­vi­re. Umi­le, edu­ca­to, saluta tut­ti a bas­sa vo­ce. Non sce­glie più le pal­li­ne per ini­zia­re il ga­me, ora se­le­zio­na con cu­ra le pa­ro­le.

Co­me av­ve­ni­va in cam­po, non c’è nul­la di or­di­na­rio, nul­la di scon­ta­to in An­drei­no, co­me lo chia­ma­va Gian­ni Cle­ri­ci. In Open, l’au­to­bio­gra­fia di Agassi, scrit­ta con il con­tri­bu­to de­ter­mi­nan­te del pre­mio Pu­li­tzer J.R. Moeh­rin­ger («Ho scel­to io ogni pa­ro­la, ne so­no or­go­glio­so», ci di­rà An­dre), il cam­pio­ne ha se­mi­na­to di pro­fon­di, e quin­di pe­ri­co­lo­si, in­ter­ro­ga­ti­vi la sto­ria del­la sua vi­ta. Ini­zia in un cam­po da gio­co ma si spo­sta su­bi­to fuo­ri, nel mon­do. E si ri­vol­ge a tut­ti noi.

«Men­tre lo scri­ve­vo», ci rac­con­ta Agassi, men­tre si ac­cen­do­no le te­le­ca­me­re di Sky, «ho rea­liz­za­to col tem­po che, pur aven­do tut­ti espe­rien­ze di­ver­se, in fon­do con­di­vi­dia­mo un per­cor­so si­mi­le. Lì ho ca­pi­to che que­sto li­bro non era fat­to per per­met­te­re a qual­cu­no di co­no­scer­mi me­glio, ma per far sì che, leg­gen­do­lo, la gen­te po­tes­se co­no­sce­re se stes­sa. È un li­bro che par­la di for­ma­zio­ne. È la sto­ria di tut­ti gli uomini».

Uni­ver­sa­le, ma non so­lo. Que­sto li­bro pos­sie­de una se­du­cen­te ca­ri­ca ri­bel­li­sti­ca che na­sce da un con­cet­to chia­ve: The­re is a Lie. Da qual­che par­te c’è una bu­gia co­me la mia. C’è si­cu­ra­men­te qual­cu­no che sta per es­se­re in­dot­to a es­se­re la per­so­na che non è, dai pro­pri ge­ni­to­ri o dal­le cir­co­stan­ze in cui è cre­sciu­to. Un ra­gaz­zo che non ha avu­to la pos­si­bi­li­tà di es­se­re di­ver­so da co­me gli al­tri vo­glio­no che sia. Open ha que­sta vi­sio­ne del­la ri­bel­lio­ne gio­va­ni­le, non ge­ne­ri­ca, co­me nel Gio­va­ne Hol­den, ma sin­te­tiz­za­ta nel­lo sport. Si giu­sti­fi­ca co­sì il con­sen­so di più di 750mi­la let­to­ri, so­lo in Ita­lia. Un nu­me­ro ab­nor­me, che rac­con­ta del­la ca­pa­ci­tà di un’ope­ra di con­vin­ce­re tan­ti gio­va­ni, di so­li­to non ispi­ra­ti dal­la let­tu­ra.

Il ca­po­la­vo­ro di J.D. Sa­lin­ger, uno dei li­bri chia­ve per ca­pi­re la mo­der­ni­tà, è sta­to scrit­to ne­gli An­ni 50 e con­ti­nua ad at­ti­ra­re let­to­ri. Per­ché la ri­bel­lio­ne, la vo­lon­tà di cam­bia­men­to dei gio­va­ni si per­pe­tua in ogni ge­ne­ra­zio­ne. Quel te­sto con­tie­ne l’es­sen­za, la ca­ri­ca di­rom­pen­te del­la gio­ven­tù che vuo­le al­tro da quel­lo che ha. Il gio­va­ne Hol­den espri­me la pro­fon­da ri­bel­lio­ne del suo pro­ta­go­ni­sta all’isti­tu­zio­na­li­tà. Il va­lo­re di Open sta an­che qui: rac­con­ta del pri­mo spor­ti­vo che non vo­le­va es­se­re quel­lo che è di­ven­ta­to, in­di­pen­den­te­men­te dal fat­to che sia di­ven­ta­to il più for­te di tut­ti.

Un ma­ni­fe­sto, pro­fon­do, co­me in tut­te le con­vin­zio­ni che na­sco­no quan­do si è gio­va­ni, di amo­re e odio. «Odio e amo­re», ci cor­reg­ge Agassi. «In­ver­ti­rei l’or­di­ne per­ché il li­bro ef­fet­ti­va­men­te ini­zia con l’odio, un ri­sen­ti­men­to che cre­sce aven­do vi­sto quel­lo che mi fat­to la mia fa­mi­glia, man­dan­do­mi fuo­ri di ca­sa co­sì gio­va­ne. Ho fat­to fa­ti­ca a ca­pi­re chi fos­si, men­tre ero su un pal­co­sce­ni­co mon­dia­le che vo­le­va de­ci­de­re per me. Ec­co per­ché ho odia­to co­sì tan­to il ten­nis. Più avan­ti, fi­nal­men­te ho preso il con­trol­lo del­la mia vi­ta. E in que­sto mi ha aiu­ta­to la ste­su­ra di Open. Ave­vo bi­so­gno di guar­da­re al mio per­cor­so at­tra­ver­so un filtro let­te­ra­rio, per da­re sen­so a una vi­ta che ave­va mol­te ap­pa­ren­ti con­trad­di­zio­ni, per ca­pi­re me­glio».

Se vo­glia­mo tro­var­ci un ul­te­rio­re gan­cio, nel Gio­va­ne Hol­den non suc­ce­de so­stan­zial­men­te nul­la, se non co­se straor­di­na­ria­men­te or­di­na­rie, co­me in uno di que­gli splen­di­di film ira­nia­ni di alto li­vel­lo. E pro­prio dall’iran ini­zia la sto­ria de­gli Agassi, an­zi de­gli Aghas­sian, co­me vor­reb­be l’ana­gra­fe per­sia­na: Em­ma­nuel det­to Mi­ke, cam­bia il no­me quan­do en­tra ne­gli Sta­ti Uni­ti. «Mio pa­dre è ar­ri­va­to in Ame­ri­ca a 18 an­ni, ha do­vu­to an­da­re a scuo­la per im­pa­ra­re l’in­gle­se, tro­va­re su­bi­to un la­vo­ro, cre­sce­re quat­tro fi­gli: ha vi­sto nel ten­nis la scor­cia­to­ia ver­so l’ame­ri­can dream. Lì è na­ta la sua os­ses­sio­ne. Ci so­no tan­ti ge­ni­to­ri os­ses­si­vi, che non so­no ca­pa­ci di ca­pi­re i pro­pri fi­gli, li trat­ta­no co­me se fos­se­ro più gran­di e vi­vo­no, in qual­che mo­do, at­tra­ver­so di lo­ro. Que­sto, di per sé, è qual­co­sa di abu­si­vo».

Il so­gno ame­ri­ca­no di Mi­ke Agassi ha un mo­del­lo an­che piut­to­sto di­chia­ra­to. Se ri­fac­cia­mo un sal­to all’ana­gra­fe, no­tia­mo che il no­me per este­so del no­stro

«Ho vin­to, e mi so­no tol­to il rim­pian­to di chi non ce la fa. Ma la par­te brut­ta del­la sto­ria è aver rea­liz­za­to che VINCERE era co­sì im­por­tan­te nel­la mia vi­ta. Era co­me sen­ti­re con­ti­nua­men­te in te­sta il ri­tor­nel­lo di mio pa­dre: “De­vi es­se­re il mi­glio­re”»

cam­pio­ne è An­dre Kirk Agassi. Kirk, il midd­le na­me, è un ri­fe­ri­men­to chia­ve per pa­pà Agassi. La dia­spo­ra ar­me­na è mol­to pre­sen­te ne­gli Sta­ti Uni­ti, spe­cie sul­la co­sta oc­ci­den­ta­le, do­ve so­no sbar­ca­ti an­che i Ker­ko­rian, che han­no avu­to un fi­glio di no­me Kirk (ec­co­lo). Ap­par­te­nen­te al­la se­con­da ge­ne­ra­zio­ne di quei fi­gli dell’im­pe­ro ot­to­ma­no che si era di­sgre­ga­to, Kirk Ker­ko­rian cre­sce a Fre­sno, nel­la Ca­li­for­nia ru­ra­le. Non ha un dol­la­ro ma più di qual­che idea da par­te, fin dall’ado­le­scen­za.

An­zi­ché an­da­re in fan­te­ria, co­me fa­reb­be ogni stra­nie­ro che vuol di­ven­ta­re un “ve­ro ame­ri­ca­no”, Kirk sce­glie di fa­re il pi­lo­ta. Pren­de il bre­vet­to di vo­lo sor­vo­lan­do il de­ser­to del Mo­ja­ve, a una de­ci­na di cam­pi da ten­nis di di­stan­za dal­la ba­se ae­rea mi­li­ta­re Mu­roc Air Field, si ar­ruo­la nell’ae­ro­nau­ti­ca, fa il pi­lo­ta du­ran­te la Se­con­da guerra mon­dia­le, e man­tie­ne vi­va que­sta at­ti­vi­tà an­che do­po il con­flit­to. Con un pa­io di fe­li­ci in­tui­zio­ni crea un pic­co­lo im­pe­ro e in­ve­ste su Las Ve­gas, che sta per di­ven­ta­re il par­co dei di­ver­ti­men­ti per adul­ti più im­por­tan­te al mon­do: la ce­le­bre “Las Ve­gas Strip” viene edi­fi­ca­ta su ter­re­ni di sua pro­prie­tà. Ker­ko­rian in­ve­ste an­che in ho­tel, si com­pra il Fla­min­go, do­ve fa can­ta­re El­vis Pre­sley per 30 gior­ni di fi­la fa­cen­do più di 4.000 per­so­ne a se­ra (che poi na­tu­ral­men­te si spo­sta­no in mas­sa sui ta­vo­li da gio­co). Di­ven­ta gaz­zi­lio­na­rio. Un per­fet­to esem­pio di rea­liz­za­zio­ne del So­gno Ame­ri­ca­no.

Pu­gi­le di mo­de­sta tec­ni­ca e di an­co­ra più mo­de­sti ri­sul­ta­ti, Ker­ko­rian of­fre un la­vo­ro al suo ami­co ira­nia­no-ar­me­no Mi­ke Agassi, che tro­va po­sto al MGM Grand Ho­tel and Ca­si­no. Il pa­pà di An­dre è sta­to in­ve­ce un buon pu­gi­le e ha rap­pre­sen­ta­to l’iran a due Olimpiadi, Londra ‘48 ed Hel­sin­ki ‘52. È sta­to eli­mi­na­to su­bi­to, an­che per­ché, pen­sa, gli ira­nia­ni han­no scar­se sim­pa­tie fra i giu­di­ci a bor­do ring.

«I miei fi­gli fa­ran­no gli spor­ti­vi». Cer­ta­men­te co­me ri­scat­to so­cia­le, e for­se an­che per ven­di­car­si di quei ver­det­ti in­giu­sti. Ec­co la scor­cia­to­ia di Mi­ke: il suo So­gno Ame­ri­ca­no sa­rà mes­so in ope­ra dal più gio­va­ne dei suoi quat­tro fi­gli, da An­dre Kirk. «Ave­va­mo una re­go­la mol­to sem­pli­ce in ca­sa: ci si sve­glia­va, si gio­ca­va a ten­nis e ci si la­va­va i denti. In que­st’or­di­ne. Una vol­ta al­za­ti, via nel cam­po a col­pi­re pal­li­ne. Mio pa­dre ve­ni­va dal­la bo­xe, che è sem­pre un “uno con­tro uno”, ma es­sen­do af­fa­sci­na­to dal­la ma­te­ma­ti­ca, e dal­la geo­me­tria in par­ti­co­la­re, vi­de nel ten­nis il rias­sun­to spor­ti­vo di tut­te que­ste scien­ze. Quan­do an­da­va a dor­mi­re fis­sa­va il sof­fit­to im­ma­gi­nan­do­si nuo­vi mo­di per gio­ca­re a ten­nis, mo­di in cui nes­su­no ave­va mai gio­ca­to, e mi ha cre­sciu­to con l’uni­co sco­po che io li im­pa­ras­si. Qual­sia­si al­tro la­vo­ro non era un’op­zio­ne con­tem­pla­ta».

In­som­ma: tu, il Pre­scel­to, An­dre, gio­che­rai a ten­nis, e gio­che­rai co­me di­co io. E per im­pa­ra­re, co­me ter­ro­ri­sti­ca­men­te quan­ti­fi­ca Open, il pic­co­lo Agassi, nem­me­no de­cen­ne, do­ve­va ri­spon­de­re a 2.500 pal­li­ne al gior­no, che fanno 17.500 al­la set­ti­ma­na e a più di un mi­lio­ne l’an­no, spa­ra­te da un di­su­ma­no ag­geg­gio che pren­de le sem­bian­ze di un dra­go per il gio­va­ne atle­ta. Un ag­geg­gio vo­lu­to da Mi­ke, che ave­va an­che co­strui­to con le pro­prie ma­ni il cam­po da ten­nis nel de­ser­to, po­co ol­tre la cit­tà del di­ver­ti­men­to. Un luo­go geo­gra­fi­co che ha qual­co­sa di pro­fon­do e di spi­ri­tua­le, an­che se pa­re una be­stem­mia af­fer­mar­lo per una cit­tà che ha ap­pic­ci­ca­to il no­mi­gno­lo di Sin Ci­ty. «Par­lia­mo di una cit­tà na­ta nel de­ser­to: la cul­tu­ra di Las Ve­gas è cre­der­ci, cre­de­re che tutto sia pos­si­bi­le. Quan­do ero an­co­ra pic­co­lo, mio pa­dre di­ce­va a tut­ti che io sa­rei sta­to il nu­me­ro uno al mon­do nel ten­nis e la ti­pi­ca ri­spo­sta a Las Ve­gas era: “Qual­cu­no do­vrà pur es­ser­lo. Quin­di, cer­to, po­tre­sti an­che es­se­re tu”. Tutto ruo­ta at­tor­no al “cre­der­ci”».

Agassi è fi­glio di una ter­ra uni­ca, da cui nem­me­no ora rie­sce a stac­car­si com­ple­ta­men­te. La sua re­si­den­za con­ti­nua a es­se­re lì, vi­ci­no al de­ser­to. Lon­ta­no, pe­rò, lo ha por­ta­to il ten­nis, per­ché il per­cor­so del no­stro gio­va­ne Hol­den pro­se­gue nell’aca­de­my di Nick Bol­let­tie­ri, luo­go af­fat­to co­strit­ti­vo da do­ve pe­rò so­no ve­nu­ti fuo­ri una li­sta infinita di gran­di gio­ca­to­ri. Po­chi pe­rò, e que­sto il tec­ni­co di ori­gi­ne ita­lia­ne de­ve aver­lo no­ta­to pre­sto, ave­va­no le ca­rat­te­ri­sti­che di Agassi. So­prat­tut­to una. Inal­le­na­bi­le, e per que­sto pre­zio­sis­si­ma: l’am­pia per­ce­zio­ne vi­si­va.

Ca­pi­ta di ra­do di tro­va­re per­so­ne co­sì: so­stan­zial­men­te, non ha il pro­ble­ma di gi­ra­re la te­sta, il che gli per­met­te di non cam­bia­re l’an­go­lo vi­si­vo, con­ce­den­do­gli la ca­pa­ci­tà uni­ca di “an­ti­ci­pa­re” con­ti­nua­men­te i col­pi. Pra­ti­ca, quel­la del colpo in an­ti­ci­po, al­le­na­ta nel­le lun­ghe gior­na­te del “dra­go spa­ra­pal­le”.

Ma­dre­na­tu­ra e al­le­na­men­to: co­sì si co­strui­sce una del­le mi­glio­ri ri­spo­ste al ser­vi­zio del­la sto­ria del gio­co. «Pro­va­vo un gran­de ri­sen­ti­men­to ver­so il mon­do del ten­nis. Ero sta­to man­da­to, a 13 an­ni, in que­sto po­sto do­ve la vi­ta era com­ple­ta­men­te im­po­sta­ta sul ten­nis, e i ri­sul­ta­ti sul cam­po era­no in ci­ma a qual­sia­si sca­la ge­rar­chi­ca. Non c’era su­per­vi­sio­ne de­gli adul­ti ma so­lo una infinita se­rie di re­go­le. Ero poi uno dei po­chi che non po­te­va tor­na­re a ca­sa, per­ché avrei do­vu­to at­tra­ver­sa­re il Pae­se e non po­te­va­mo per­met­ter­ce­lo. Nien­te di quel­lo che ac­ca­de­va lì den­tro era per mia scel­ta. Ai miei oc­chi, quin­di, Bol­let­tie­ri era la ra­gio­ne per

La An­dre Agassi Foun­da­tion for Edu­ca­tion, crea­ta nel 1994 per i ra­gaz­zi che non pos­so­no per­met­ter­si una scuo­la di buon li­vel­lo, ha tra i suoi spon­sor an­che La­vaz­za

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