Qui, una vol­ta, so­no sta­to fe­li­ce

Più che un sor­ri­so, ha an­co­ra il ghi­gno sa­ta­ni­co di una vol­ta. E a chi gli chie­de del suo gran­de pas­sa­to nel tennis, I VAN LENDL ri­spon­de: «Mi pia­ce­va gio­ca­re, e ba­sta. Da so­lo, in si­len­zio, nel cam­po di ca­sa mia»

GQ (Italy) - - Storie - Te­sto di MATTEO CODIGNOLA Fo­to di PAUL STUART

I due gio­va­ni in­fluen­cer in­vi­ta­ti all’even­to non sem­bra­no co­sì con­vin­ti che Ivan Lendl pos­sa in­fluen­za­re i lo­ro fol­lo­wer. Dal­le tre do­man­de che han­no fat­to si di­reb­be ab­bia­no un’idea va­ga dell’au­gu­sto per­so­nag­gio, e nes­su­na in­ten­zio­ne di pre­ci­sar­la. Pe­rò stan­no cal­zan­do le Su­per­ga che ne por­ta­no il no­me − un bril­lan­te re­sty­ling del mo­del­lo usa­to a suo tem­po da Ivan in ga­ra: fra po­co se le fo­to­gra­fe­ran­no, po­ste­ran­no lo scat­to su In­sta­gram, e avran­no fi­ni­to. Pe­rò me­no male che so­no ve­nu­ti, per­ché as­si­cu­ra­no un toc­co di con­tem­po­ra­nei­tà a una gior­na­ta che al­tri­men­ti ri­schie­reb­be di sem­bra­re un fi­lo ré­tro.

Sia­mo in una su­per­ba man­sion di cam­pa­gna a Ri­ch­mond, con an­nes­si una serra ri­ma­sta in­tat­ta dal tar­do Set­te­cen­to e un ro­se­to fra i cui via­li po­treb­be­ro tran­quil­la­men­te ag­gi­rar­si Bar­ry Lyn­don e si­gno­ra. Del re­sto dal pas­sa­to i pa­dro­ni di ca­sa, cioè la fa­mi­glia Bo­glio­ne, so­no in­du­bi­ta­bil­men­te at­trat­ti, o non avreb­be­ro ri­vi­ta­liz­za­to uno do­po l’al­tro una se­rie di mar­chi che so­no una cap­su­la tem­po­ra­le dei tar­di Set­tan­ta, o dei pri­mi Ot­tan­ta: Ro­be di Kap­pa, K-way, Su­per­ga e ad­di­rit­tu­ra (col­po da mae­stri) i jeans Je­sus, di cui co­min­cia­va a per­der­si per­si­no il ri­cor­do. Il de­fi­ni­ti­vo re­tro­gu­sto vin­ta­ge è da­to dal­la pre­sen­za di al­cu­ni rap­pre­sen­tan­ti del­la li­be­ra stam­pa, ma a ri­met­te­re le co­se a po­sto − co­me nell’ar­cai­co slo­gan dei Je­sus pas­sa­to, quel­lo sì, al­la sto­ria − prov­ve­do­no ap­pun­to gli in­fluen­cer.

Lendl è in ar­ri­vo, e so­no tut­ti va­ga­men­te ner­vo­si. A quan­to pa­re non ha pre­so con sé né giac­ca né ca­mi­cia, ma per chi un mi­ni­mo lo co­no­sce non è una sor­pre­sa. Paul Stewart, il bra­vis­si­mo fo­to­gra­fo che lo ha ri­trat­to in que­ste pa­gi­ne, non si pre­oc­cu­pa. È re­du­ce da uno shoo­ting ad Ar­co­re per il Sun­day Ti­mes, do­ve gli è toc­ca­to l’in­clu­si­ve tour − stan­za del­le ne­qui­zie e sca­to­la di cra­vat­te fir­ma­te in­clu­se −, quin­di è si­cu­ro che con Lendl se la ca­ve­rà, co­mun­que si pre­sen­ti. Be’, si pre­sen­ta co­me lo ve­de­te: un ra­gaz­zo­ne di Ostra­va og­gi un po’ so­vrap­pe­so, cui for­tu­na, glo­ria e opu­len­za non han­no cam­bia­to né l’umo­re né il co­di­ce ve­sti­men­ta­rio. Si fa fo­to­gra­fa­re, poi pre­sen­zia al pri­mo ap­pun­ta­men­to: una con­fe­ren­za stam­pa in giar­di­no, che sa­rà la più bre­ve cui ab­bia mai as­si­sti­to. Lo­ren­zo Bo­glio­ne, il più gio­va­ne del­la fa­mi­glia, rin­gra­zia tut­ti per es­se­re ve­nu­ti, e ri­cor­da che ono­re sia la­vo­ra­re con un testimonia­l co­me Ivan − cui pas­sa la pa­ro­la. Ivan rin­gra­zia a sua vol­ta. Poi, do­po una bre­ve pau­sa e con l’ac­cen­no di sor­ri­so che pro­ba­bil­men­te John Mcenroe si so­gna an­co­ra la not­te, di­ce che da mol­to tem­po non si ri­tro­va­va in un po­sto do­ve ave­va­no tut­ti le stes­se scar­pe. Ri­sa­ti­ne ner­vo­se, poi si­len­zio. La con­fe­ren­za stam­pa è fi­ni­ta, si pas­sa al­le in­ter­vi­ste.

Ri­spol­ve­ran­do un truc­co uni­ver­si­ta­rio, ho fat­to in mo­do di ri­ma­ne­re per ul­ti­mo, nel­la spe­ran­za che i col­le­ghi am­mor­bi­dis­se­ro il sog­get­to, o al­me­no che dal ta­vo­lo si al­lon­ta­nas­se Jer­ry So­lo­mon, che è il ma­na­ger di Ivan da sem­pre − ai tem­pi, si di­ce­va che quan­do Lendl ave­va se­te, Jer­ry be­ve­va, e quan­do Lendl ave­va cal­do, Jer­ry su­da­va. Uno a uno, ho vi­sto i miei pre­de­ces­so­ri se­der­si espan­si­vi, e al­zar­si im­pie­tri­ti. Ero cer­to di fa­re la stes­sa fi­ne, e per peg­gio­ra­re le co­se ho pro­va­to e ri­pro­va­to la pri­ma do­man­da che in­ten­de­vo far­gli, e cioè per­ché nel­la sua ca­sa in Con­nec­ti­cut aves­se te­nu­to per an­ni so­lo ope­re di Al­fons Mu­cha, il ge­niac­cio Art Nou­veau di cui è il più gran­de col­le­zio­ni­sta al mondo − an­ni fa, a un cro­ni­sta di Sports Il­lu­stra­ted, ave­va ri­spo­sto che met­te­re vi­ci­no a Mu­cha un al­tro ar­ti­sta sa­reb­be sta­to co­me scen­de­re in cam­po con cal­zon­ci­ni Fi­la e ma­gliet­ta Tac­chi­ni. Quan­do al­la fi­ne mi so­no se­du­to, pe­rò, non era aria di di­va­ga­zio­ni. Qual­cu­no pri­ma di me gli ave­va chie­sto che sen­sa­zio­ne gli des­se es­se­re so­prav­vis­su­to a un mondo scom­par­so, quel­lo del tennis ro­man­ti­co − e l’ag­get­ti­vo lo ave­va enor­me­men­te ir­ri­ta­to.

Ho pro­va­to a far­mi rac­con­ta­re su­bi­to per­ché aves­se de­ci­so di tor­na­re, do­po tan­ti an­ni, e se il tennis gli fos­se man­ca­to. Ri­sul­ta­to, una di­chia­ra­zio­ne la­pi­da­ria: so­no tor­na­to per­ché era il mo­men­to giu­sto. L’ho mes­sa sul tec­ni­co, ten­tan­do di estor­cer­gli su qua­le aspet­to in­si­stes­se di più, con Mur­ray, di cui ora è di nuovo l’al­le­na­to­re: i col­pi, la te­nu­ta psi­co­lo­gi­ca, o la con­dot­ta di ga­ra. Do­po i se­di­ci an­ni i col­pi non si cam­bia­no, mi ha det­to − a me­no di non chia­mar­si Fe­de­rer, pen­so ab­bia ag­giun­to, ma in un ta­le sof­fio che po­trei es­ser­me­lo

«Nei pri­mi an­ni c’era un gio­va­ne ame­ri­ca­no che mi bat­te­va sem­pre. L’ho stu­dia­to al­la tv, e ho vi­sto che ser­vi­va la se­con­da sem­pre sul drit­to. Da al­lo­ra con me non ha più vin­to. Si chia­ma­va MCENROE »

im­ma­gi­na­to. Co­mun­que, ha con­clu­so, con An­dy par­lia­mo so­lo di tat­ti­ca.

A pro­po­si­to di tat­ti­ca, gli ho con­fes­sa­to che il gior­no pri­ma di par­ti­re ave­vo ri­vi­sto qual­che fram­men­to del­la sua leg­gen­da­ria par­ti­ta con Chang, a Pa­ri­gi, ne­gli ot­ta­vi di fi­na­le dell’89, sco­pren­do con rac­ca­pric­cio di ri­cor­dar­la scam­bio do­po scam­bio. E mi ave­va mol­to col­pi­to una di­chia­ra­zio­ne re­cen­te del­lo stes­so Chang: “Da al­lo­ra avrò in­con­tra­to Ivan mi­glia­ia di vol­te, ma su quel mat­ch non mi ha mai det­to una pa­ro­la”. Era ve­ro? Qui Lendl, li­be­ri di non cre­der­ci, ha sor­ri­so. Cer­to, mi ha ri­spo­sto, non ave­vo nien­te da di­re: è un in­con­tro so­prav­va­lu­ta­to, nel­la mia car­rie­ra non ha con­ta­to. Non do­ve­vo far­lo, quel Ro­land Gar­ros, ero in­for­tu­na­to, e se non mi ci fos­si iscrit­to for­se avrei vin­to Wim­ble­don. Ma non è per que­sto che la ri­cor­da­no tut­ti, ho pro­va­to a dir­gli, la ri­cor­da­no per­ché è l’in­cu­bo di ogni ten­ni­sta: tro­var­si da­van­ti uno mol­to più scar­so, che ti ri­met­te una pal­let­ta fin­ché tu non sba­gli, e lui vin­ce. Qui il sor­ri­so si è aper­to un po’ di più, ma ave­vo po­co tem­po per al­lar­ga­re la brec­cia. Al­lo­ra coi tuoi dos­sier su­gli av­ver­sa­ri sem­bra­vi un alie­no, ma non cre­di che col tem­po il tennis ab­bia fi­ni­to per so­mi­gliar­ti? Qui − sull’im­ma­gi­ne di lui da­van­ti al­la tv per ore, con un bloc­co in cui an­no­ta­va do­ve Mcenroe piaz­zas­se ser­vi­zi, drit­ti e ro­ve­sci − si è ab­ban­do­na­to a un rac­con­to che me­ri­te­reb­be più spa­zio. «All’ini­zio del­la mia car­rie­ra c’era un gio­va­ne ame­ri­ca­no che mi bat­te­va sem­pre. L’ho stu­dia­to al­la te­le­vi­sio­ne, e ho vi­sto che ser­vi­va la se­con­da sem­pre sul drit­to. Da al­lo­ra», pau­sa, e sor­ri­so lie­ve­men­te sa­ta­ni­co, «con me non ha più vin­to». I quin­di­ci mi­nu­ti sta­va­no sca­den­do, ma co­sa gli pia­ces­se del tennis do­ve­vo chie­der­glie­lo. Era sem­pre sta­to il gran­de mi­ste­ro, do­po­tut­to. «Mi pia­ce­va gio­ca­re», ha det­to. «E ba­sta. Da so­lo, in si­len­zio, nel cam­po di ca­sa mia ( do­ve ave­va fat­to po­sa­re la stes­sa su­per­fi­cie de­gli Us Open, nda). Il re­sto − gli ae­rei, gli al­ber­ghi, i tor­nei − era la­vo­ro, e spes­so non mi pia­ce­va. Ma su quel cam­po sì, ero fe­li­ce».

È un pec­ca­to che So­lo­mon si sia av­vi­ci­na­to fa­cen­do il se­gno del­le for­bi­ci, sa­reb­be val­sa la pe­na di chiac­chie­ra­re per qual­che al­tra ora. Pe­rò non c’era mo­do, an­che se al mo­men­to di strin­ger­gli la ma­no non so­no riu­sci­to a non chie­de­re a Ivan se sa­pes­se che og­gi tut­ti noi, a ogni suo pri­mo pia­no nel box di Mur­ray, ci di­cia­mo sem­pre la stes­sa co­sa: guar­da Lendl, chis­sà co­sa sta pen­san­do. « Mo­st of the ti­me, I’m slee­ping », ha con­clu­so. E, sta­vol­ta, ha pro­prio ri­so.

Tut­ti noi, og­gi, a ogni suo pri­mo pia­no nel box di MUR­RAY ci chie­dia­mo: guar­da Lendl, chis­sà co­sa sta pen­san­do. « Mo­st of the ti­me, I’m slee­ping », di­ce Ivan. E, sta­vol­ta, ha pro­prio ri­so

Vin­ci­to­re di ot­to ti­to­li del Gran­de Slam e per due vol­te in fi­na­le a Wim­ble­don, Lendl ha do­mi­na­to la clas­si­fi­ca ATP nel­la se­con­da me­tà de­gli an­ni Ot­tan­ta. Ri­va­li­tà sto­ri­che: quel­le con Con­nors, Borg, Mcenroe e Bec­ker. A si­ni­stra, a Pa­ri­gi al Ro­land...

Le con Sport nuo­ve au­to­gra­foREMAKE Lendl, Su­per­ga­del cam­pio­ne e lo­go “co­da di ron­di­ne”, si­mi­li a quel­le in­dos­sa­te in cam­po dal ten­ni­sta ai tem­pi d’oro ( 99 €)

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