Tra Jo­va e Fa­vi­no su­do­re e la­cri­me

GQ (Italy) - - Talks - Te­sto di GIOVA N N I MOLASCHI

«La gen­te de­ci­de di fa­re un’espe­rien­za quan­do com­pra il bi­gliet­to per un con­cer­to di Lo­ren­zo». Per ren­de­re que­sto mo­men­to uni­co, Ni­co­lò Ce­rio­ni, lo sty­li­st che col­la­bo­ra con Jo­va­not­ti dal 2011, ha pen­sa­to a dei ca­pi spe­cia­li. «Il pan­ta­lo­ne di Lo­ren­zo è un pez­zo di guar­da­ro­ba da atle­ta. Con lui i ve­sti­ti de­vo­no fa­re il te­st dri­ve: non pos­so­no rom­per­si, de­vo­no es­se­re mor­bi­di, ela­sti­ci, in cer­ti pun­ti van­no rin­for­za­ti. Du­ran­te il tour pre­ce­den­te, quan­do ab­bia­mo ini­zia­to a la­vo­ra­re con Va­len­ti­no, ci era­no sta­te pro­po­ste del­le ca­mi­cie in chif­fon, trop­po de­li­ca­te per reg­ge­re lo stress del pal­co. E poi Lo­ren­zo su­da mol­to: per­ciò ab­bia­mo op­ta­to per un mi­sto-ra­so che reg­ge be­ne sia il ba­gna­to che la ten­sio­ne. Per i con­cer­ti si usa, di so­li­to, tan­ta pel­le. Un truc­co: me­glio l’eco-pel­le, per­ché è più ela­sti­ca».

Il ma­te­ria­le è so­lo uno dei fat­to­ri da pren­de­re in con­si­de­ra­zio­ne quan­do si pre­pa­ra­no i co­stu­mi di uno spet­ta­co­lo mu­si­ca­le, che ne­ces­si­ta an­che di un tem­po pre­ci­so, a trat­ti in­vi­si­bi­le. «Sul tour di Lo­ren­zo ab­bia­mo ini­zia­to a ra­gio­na­re tra set­tem­bre e ot­to­bre del 2017». Oh, Vi­ta!, l’ul­ti­mo di­sco di Jo­va­not­ti, è usci­to lo scor­so 1° di­cem­bre. Il tour, in­ve­ce, è par­ti­to il 12 feb­bra­io da Mi­la­no. «Di so­li­to tra l’usci­ta in­ver­na­le del di­sco e la par­ten­za esti­va del tour ci so­no 6 me­si per pre­pa­ra­re tut­to». Per Lo­ren­zo Li­ve 2018 il la­vo­ro si è con­cen­tra­to in 120 gior­ni. Per es­se­re ve­lo­ci è ne­ces­sa­rio ave­re una vi­sio­ne chia­ra.

L’il­lu­mi­na­zio­ne a Ni­co­lò è ar­ri­va­ta sul set del pri­mo sin­go­lo trat­to dal nuo­vo al­bum. «Tut­to è na­to men­tre rea­liz­za­va­mo il vi­deo di Oh, Vi­ta!, non ave­vo an­co­ra ascol­ta­to la can­zo­ne fi­ni­ta. Men­tre Lo­ren­zo fa­ce­va il play­back mi è sem­bra­to di tor­na­re ne­gli An­ni 90, a un

gior­no pre­ci­so a cui so­no le­ga­to da un ri­cor­do emo­ti­vo, a un po­me­rig­gio pas­sa­to con i miei ge­ni­to­ri a Ric­cio­ne. All’epo­ca ero ra­gaz­zi­no, mam­ma e pa­pà la­vo­ra­va­no tan­to, quin­di i mo­men­ti tra­scor­si in­sie­me di­ven­ta­va­no oc­ca­sio­ni spe­cia­li. Du­ran­te il viag­gio di ri­tor­no ver­so ca­sa, do­po il ma­re, ave­va­mo ascol­ta­to Lo­ren­zo 1994, il di­sco che ave­va­mo com­pra­to pri­ma di ri­par­ti­re. Sul­la co­per­ti­na dell’al­bum lui in­dos­sa­va una ca­mi­cia a scac­chi bian­ca e ne­ra. Gli ho pro­po­sto di tra­sfor­ma­re quel ca­po ico­ni­co in un’ar­ma­tu­ra mi­to­lo­gi­ca, ca­pa­ce di re­si­ste­re al tem­po. Per que­sto mo­ti­vo Lo­ren­zo apre il con­cer­to con una ca­mi­cia di fla­nel­la su cui so­no ter­mo­sal­da­ti de­gli Swaro­v­ski mi­cro­sco­pi­ci». Uno dei tan­ti mo­men­ti ma­gi­ci pro­dot­ti dall’in­con­tro tra la me­mo­ria di Ni­co­lò e il pre­sen­te vis­su­to da Jo­va­not­ti sul pal­co. «Con Guc­ci, per esem­pio, ab­bia­mo la­vo­ra­to su boz­zet­ti che la ca­sa di mo­da ha svi­lup­pa­to, per la pri­ma vol­ta, con Lo­ren­zo. Tra que­sti ca­pi c’è un car­di­gan, uno di quel­li che si tro­va­no nei mer­ca­ti­ni, ri­ve­sti­to com­ple­ta­men­te di Swaro­v­ski».

Il­lu­mi­na­re l’uo­mo, per Ni­co­lò, è più in­te­res­san­te del­la mes­sa a fuo­co del­la don­na. «Con l’uo­mo è una que­stio­ne d’equi­li­brio. Può ri­sul­ta­re ri­di­co­lo in un at­ti­mo. Una don­na, in­ve­ce, non è dan­neg­gia­ta da un abi­to ec­cen­tri­co. Per que­sto mo­ti­vo pre­fe­ri­sco la­vo­ra­re con gli uo­mi­ni. C’è più da fa­re».

Il la­vo­ro tal­vol­ta ri­chie­de sot­tra­zio­ne. So­lo to­glien­do il su­per­fluo ci si può pre­sen­ta­re al pub­bli­co con la pre­ci­sio­ne che ge­ne­ra, poi, un ri­cor­do. Nel­la me­mo­ria di tut­ti c’è la mi­su­ra che Pier­fran­ce­sco Fa­vi­no, se­gui­to da Ni­co­lò, ha scel­to per San­re­mo. «Pier­fran­ce­sco ha un ap­proc­cio ele­gan­te. È l’uo­mo di una vol­ta che no­ta il cen­ti­me­tro in più o in me­no sul­la spal­la. In lui ho ri­vi­sto il gla­mour di quel­la Hol­ly­wood che og­gi non c’è più».

Il pas­sa­to di­ven­ta pre­zio­so se tro­va sul pal­co un suo spa­zio, un suo tem­po. Per es­se­re i mi­glio­ri all’eu­ro­vi­sion è ne­ces­sa­rio la­scia­re a ca­sa le mez­ze mi­su­re. «A Em­ma Mar­ro­ne ( nel 2014, ndr), par­ten­do dai sim­bo­li del no­stro Pae­se, pro­po­nem­mo una ri­vi­si­ta­zio­ne glam rock dell’an­ti­ca Ro­ma. Al lam­po di Zig­gy Star­du­st ag­giun­gem­mo la co­ro­na d’al­lo­ro di Ce­sa­re. E fu la vol­ta che sco­prii in Em­ma una ti­gre. Lei può di­ven­ta­re un clas­si­co ita­lia­no per­ché non ha pau­ra».

Per stu­pi­re, co­me so­ste­ne­va John Peel, sto­ri­ca vo­ce del­la BBC, non bi­so­gna da­re al­la gen­te ciò che vuo­le, ma quel­lo che an­co­ra non sa di vo­le­re. Co­me un ve­sti­to che vi­ve.

«Con gli uo­mi­ni è una que­stio­ne d’equi­li­brio. Pos­so­no ri­sul­ta­re ri­di­co­li in un at­ti­mo. Per que­sto pre­fe­ri­sco la­vo­ra­re con lo­ro: c’è più da fa­re»

FRAN­CE­SCO FAC­CHI­NET­TI

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