Tre uo­mi­ni in gam­ba

GQ (Italy) - - Life / Libri - a cu­ra di MI­CHE­LE NE­RI

Que­sta è l’ul­ti­ma di una se­rie di rubriche che in 30 me­si han­no fat­to par­la­re e ri­spon­de­re le no­vi­tà let­te­ra­rie più ori­gi­na­li. Poi­ché tra que­sti c’è ora So­spen­sio­ne, ope­ra pri­ma di chi ogni me­se ha fir­ma­to que­sta pa­gi­na, ab­bia­mo vo­lu­to con­clu­de­re con un’iper­bo­le: l’au­to­re che in­ter­ro­ga il suo ro­man­zo. Tan­to più che trat­ta d’amicizia, il fil rou­ge di que­sto nu­me­ro di GQ. Tra­ma: tre ex li­cea­li, su­pe­ra­ta la cin­quan­ti­na, si ri­tro­va­no per­ché uno di lo­ro si è re­so re­spon­sa­bi­le di di­sa­stri pub­bli­ci e pri­va­ti. Sa­rà l’oc­ca­sio­ne per sco­pri­re co­sa re­sta dei sen­ti­men­ti dell’ado­le­scen­za. E per af­fron­ta­re una se­con­da “for­ma­zio­ne” maschile, ri­tro­van­do nel­lo sguar­do de­gli ami­ci un sé più ve­ri­tie­ro.

Quan­ti an­ni so­no passati?

«Tren­ta... ami­co mio. Ami­co, bello chia­mar­ti di nuo­vo co­sì». Quand’è suc­ces­so?

«A fi­ne lu­glio, po­chi gior­ni dall’ul­ti­mo ora­le del­la ma­tu­ri­tà. Una se­ra d’esta­te, l’ora di ar­mo­nie estre­me, e quan­do di estre­mi vuoi ca­pi­re». Do­ve?

«Nel co­vo di Ga­brie­le: la ca­sa s’in­tra­ve­de­va ap­pe­na, rac­chiu­sa tra pian­te di ogni di­men­sio­ne». Chi era­va­mo?

«I so­li­ti tre ami­ci più un quar­to, e tre ra­gaz­ze». Che co­sa so­gna­va­mo?

«Tra­scor­re­re una due gior­ni sre­go­la­ta, ben­ché fos­se frut­to di una pre­pa­ra­zio­ne me­ti­co­lo­sa». E co­me pen­sa­va­mo di riu­scir­ci?

«Ci s’il­lu­de­va che ba­stas­se­ro i di­ciot­to an­ni, e ba­sta­va­no per­ché non c’era nes­su­no a di­re che ci stes­si­mo il­lu­den­do». Qua­li era­no i no­stri al­lea­ti?

«Il vio­la ef­fer­ve­scen­te dei cam­pi, il cam­bio di guar­dia tra ci­ca­le e gril­li, gli oc­chi al­ler­giz­za­ti, e poi la lu­na pie­na e cal­da, quei set­te cor­pi, in­dif­fe­ren­ti al­le vo­ci ri­ma­ste a val­le, al­la cap­pa del­le abi­tu­di­ni e del­le rac­co­man­da­zio­ni». Chi ha da­to il via?

«Ga­brie­le ha det­to “E ades­so co­sa fac­cia­mo di ec­ci­tan­te?”. Ten­tò di sa­bo­ta­re gli in­du­gi con un ef­fet­to spe­cia­le: so­ste­ne­va tra le ma­ni, co­me un bre­via­rio, de Sa­de, La fi­lo­so­fia nel bou­doir ». I ma­schi co­me sta­va­no?

«Il de­si­de­rio li ve­de­va, li in­ven­ta­va per poi con­su­mar­li; era ar­ro­ven­ta­to co­me una sor­sa­ta di J&B, af­fa­ma­to da se­co­li, era in­fe­li­ce e ir­ri­ta­bi­le». E le ra­gaz­ze?

«Eri­ca, sfi­ni­ta dal­le pre­ghie­re, ave­va mo­stra­to i se­ni... Si se­det­te sul­la pol­tron­ci­na in mez­zo al pra­to. Sot­to la ma­glia, nien­te, nien­te mu­tan­de». E poi?

«Ba­sta. Era­va­mo ar­ri­va­ti a un pla­teau co­strui­to con pa­zien­za e can­zo­ni, si­ga­ret­te, luc­cio­le e al­col. A quel punto del­la fe­sta in cui si era di­vi­si in due fron­ti: con­ten­te co­sì e non con­ten­ti co­sì». E il se­con­do gior­no?

«Ga­brie­le: quel­lo che non era ar­ri­va­to, fu lui a pro­dur­lo». In che mo­do?

«Sfi­lò su una ruo­ta del­la mo­to, una pa­ra­ta ver­ti­ca­le pro­trat­ta per una ven­ti­na di me­tri, rag­giun­gen­do l’equi­li­brio, il cor­po so­spe­so nell’in­fon­da­tez­za di un ge­sto da uo­mi­ni, e na­to per le don­ne». Spie­ga­ti.

«Ave­va cam­bia­to mar­cia sen­za fri­zio­ne, ri­tro­van­do il so­ste­gno di una cor­ren­te ascen­sio­na­le, af­fi­dan­do­si al­la fi­si­ca sen­za con­se­guen­ze dell’im­pen­na­ta. Fu uno spar­tiac­que. Per l’amicizia e l’amo­re. Fu la pri­ma vol­ta in cui s’af­fac­ciò l’ipo­te­si che la me­mo­ria del­la no­stra amicizia con­te­nes­se più di quan­to po­te­va ac­ca­de­re. Ri­cor­di?». Sì. E ora?

«È tar­di. Ma non è più la se­ra le­git­ti­ma e in cui tor­na­re a ca­sa; no, è la not­te del­le don­ne e de­gli uo­mi­ni, la not­te dell’ul­ti­ma se­dia in fon­do al bar». Co­sa pos­sia­mo fa­re?

«Non lo so. Pe­rò... In­con­tra­re chi ti ha co­no­sciu­to da ra­gaz­zo è guar­dar­si ne­gli oc­chi di uno zom­bie. Sal­ta­no fuo­ri cam­bia­men­ti scre­zia­ti; gli spec­chi non di­spon­go­no di que­sta su­per­fi­cie psi­che­de­li­ca». Qual è il sen­so del­la no­stra storia?

«Ri­cor­da­re è so­spen­de­re per un at­ti­mo l’er­ro­re in cui vi­vi. E per te?». Sia­mo for­tu­na­ti a es­se­re an­co­ra qui. * Dif­fu­so a fi­ne 800 nei sa­lot­ti fre­quen­ta­ti da Mar­cel Proust, il Que­stio­na­rio vie­ne ge­ne­ral­men­te uti­liz­za­to per in­ter­vi­sta­re i per­so­nag­gi. Qui le do­man­de so­no in­ve­ce ri­vol­te a un li­bro, che “ri­spon­de” con ci­ta­zio­ni trat­te dal pro­prio te­sto

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