In­struc­tion for use

GQ (Italy) - - Sommario - Ser­vi­zio di AN­DREA TE­NE­RA­NI

lui, John e Pe­te Be­st ascol­ta­ro­no in si­len­zio il di­cias­set­ten­ne Geor­ge Har­ri­son sba­raz­zar­si del­la ver­gi­ni­tà, ap­plau­den­do al­la fi­ne. «Quel­lo mi sa che è ve­ro», ri­flet­te pru­den­te. «Il fat­to è che cer­ti aned­do­ti di­ven­ta­no ma­te­ria di leg­gen­da, e de­vo pen­sar­ci un at­ti­mo. Ri­cor­do che, se uno di noi si por­ta­va a ca­sa una ra­gaz­za, gli al­tri si in­fi­la­va­no a let­to con una co­per­ta ad­dos­so e cer­ca­va­no di sta­re fer­mi per non far­si no­ta­re. Non so se quel­la vol­ta Geor­ge per­se la ver­gi­ni­tà, è pos­si­bi­le. Al­la fi­ne cre­do fos­se que­sto uno dei pun­ti di for­za dei Bea­tles: l’in­ti­mi­tà for­za­ta, che io pa­ra­go­no sem­pre al­le ami­ci­zie nell’eser­ci­to, do­ve si è tut­ti nel­la stes­sa ca­me­ra­ta. Era­va­mo sem­pre vi­ci­ni, uno sot­to gli oc­chi dell’al­tro, e la con­se­guen­za era che ti ca­pi­vi al­la per­fe­zio­ne». È sta­to un aiu­to, per voi? Enor­me, sì. Ci ren­de­va mol­to com­pat­ti mu­si­cal­men­te, ma an­che co­me ami­ci. Una vol­ta, in au­to­stra­da sul fur­go­ne sen­za ri­scal­da­men­to, con un fred­do ca­ne in pie­no in­ver­no, ri­cor­do che ci met­tem­mo uno sull’al­tro, let­te­ral­men­te. Era l’uni­co mo­do per sta­re al cal­do. Sof­frim­mo per un po’, stan­do lì a tre­ma­re, fin­ché qual­cu­no dis­se: «Per­ché non…?». Fa­cem­mo un pa­ni­no di Bea­tles. Chi sta­va so­pra? Non lo so. Mi pia­ce­reb­be ri­cor­dar­me­lo. E nel mo­men­to stes­so in cui glie­lo rac­con­to mi ven­go­no i dub­bi: me lo sa­rò in­ven­ta­to? Ma se me lo so­no in­ven­ta­to, al­lo­ra ho dav­ve­ro co­no­sciu­to El­vis Pre­sley? Sì che l’ho co­no­sciu­to! Pe­rò la men­te a vol­te è in­cre­du­la, si chie­de: «Sul se­rio?». Ri­por­to il di­scor­so sull’evo­lu­zio­ne dell’in­ti­mi­tà nel cor­so del­la car­rie­ra dei Bea­tles. Leg­go a Mccart­ney una di­chia­ra­zio­ne di John Len­non, fat­ta po­co do­po la fi­ne dei Bea­tles, in cui cri­ti­ca­va i re­so­con­ti edul­co­ra­ti del­la vi­ta del­la band: «Non par­la­va­no mai del­le or­ge e di quel che suc­ce­de­va in tour: i tour dei Bea­tles era­no co­me Sa­ty­ri­con di Fel­li­ni». Mccart­ney ri­spon­de con sor­pren­den­te do­vi­zia di det­ta­gli: «Non era­no pro­prio or­ge. Era­no in­con­tri ses­sua­li del­la ca­te­go­ria ce­le­stia­le, e poi c’era­no le grou­pies. La co­sa più si­mi­le che io ri­cor­di − par­lo per me, per­ché le or­ge non mi piac­cio­no e cre­do di non aver­ne mai fat­te, non ce lo vo­glio, qual­cun al­tro, ro­vi­na tut­to! − fu la vol­ta in cui era­va­mo a Las Ve­gas e quel­lo del tour, un ma­neg­gio­ne, ci dis­se: «Sie­te in Ne­va­da, ra­gaz­zi, vo­le­te una put­ta­na?». E noi tut­ti: «Sì!». Io ne chie­si due, e fu un’espe­rien­za me­ra­vi­glio­sa. Pe­rò in ef­fet­ti nel­la stan­za ac­can­to i ra­gaz­zi se non sba­glio ave­va­no or­di­na­to dal me­nu qual­cos’al­tro, per cui ca­pi­sco che John pos­sa aver det­to che era tut­to un bac­ca­na­le. Cre­do che quel­lo un po’ più co­sì fos­se pro­prio lui. Mi vie­ne in men­te che una vol­ta ave­va in­con­tra­to una in un lo­ca­le, una don­na spo­sa­ta, ed era­no an­da­ti a ca­sa sua per­ché le pia­ce­va John, vo­le­va far­ci ses­so. E una vol­ta lì lui sco­prì che il ma­ri­to di lei sta­va a guar­da­re.

CO­SA C’EN­TRA KA­NYE WE­ST

La set­ti­ma­na do­po sia­mo di nuo­vo sul di­va­no dell’uf­fi­cio lon­di­ne­se. Ac­cen­no al mo­men­to del­le pro­ve in cui si è ac­cor­to che sta­va sba­glian­do A Hard Day’s Night, e gli chie­do com’è pos­si­bi­le che do­po tut­to que­sto tem­po non l’ab­bia an­co­ra im­pa­ra­ta. «Gli al­tri non so­no te», pro­te­sta, «e non sa co­sa vuol di­re. Gli al­tri non han­no scrit­to tre­cen­to can­zo­ni, e par­lo so­lo di quel­le scrit­te con John. Gli al­tri non han­no scrit­to… trop­pe can­zo­ni, non so nep­pu­re io quan­te». Sul ta­vo­lo da­van­ti a noi c’è la co­per­ti­na del suo nuo­vo al­bum, Egypt Sta­tion, che in un uni­ver­so al­ter­na­ti­vo avreb­be po­tu­to es­se­re tutt’al­tra co­sa. Mccart­ney in­fat­ti fa il no­me mol­to im­pro­ba­bi­le di una per­so­na che «si è gen­til­men­te of­fer­ta di pro­dur­lo», e quel no­me è Ka­nye We­st.

Lo ha pre­so in con­si­de­ra­zio­ne? Sì, ma poi ho pen­sa­to: “Io so in che di­re­zio­ne vo­glio an­da­re”. E sa­reb­be sta­ta di­ver­sis­si­ma da quel­la di Ka­nye. Mccart­ney e We­st si so­no co­no­sciu­ti nel 2008 agli Eu­ro­pean Mtv Awards di Li­ver­pool. «In quel­la stes­sa oc­ca­sio­ne ho in­cro­cia­to Amy Wi­ne­hou­se in un cor­ri­do­io. Sa­pe­vo che ave­va dei pro­ble­mi, ma l’ho so­lo sa­lu­ta­ta. “Ciao”, mi ha det­to lei. Do­po, pe­rò, ho pen­sa­to che avrei do­vu­to rin­cor­rer­la: “Sen­ti, Amy, tu sei dav­ve­ro bra­va, spe­ro tan­to che…”. Dir­le qual­co­sa che pe­ne­tras­se quel­la di­spe­ra­zio­ne, che le fa­ces­se pen­sa­re: “È ve­ro, so­no bra­va, ho una vi­ta da vi­ve­re”. Ma di que­sti rim­pian­ti se ne han­no sem­pre. A ogni mo­do, è sta­to lì che ho vi­sto Ka­nye per la pri­ma vol­ta». An­ni do­po, nel 2014, ha ri­ce­vu­to un mes­sag­gio inat­te­so: Ka­nye gli pro­po­ne­va di scri­ve­re in­sie­me. Mccart­ney ha ac­cet­ta­to, a con­di­zio­ne che non ne par­las­se­ro con nes­su­no e che, qua­lo­ra la co­sa non aves­se da­to frut­to, sa­reb­be ri­ma­sta un se­gre­to. In­sie­me, a Los An­ge­les, han­no tra­scor­so due o tre po­me­rig­gi in una vil­let­ta die­tro il Be­ver­ly Hills Ho­tel. Da quel­le ses­sio­ni di scrit­tu­ra, se co­sì si pos­so­no de­fi­ni­re, Mccart­ney è usci­to un po’ per­ples­so. Han­no par­la­to a lun­go [ 5] e ogni tan­to Mccart­ney suo­na­va la chi­tar­ra o il pia­no­for­te. Il tec­ni­co del suo­no di We­st re­gi­stra­va tut­to, e lo stes­so Ka­nye re­gi­stra­va con l’ipho­ne. «Mi ero por­ta­to il bas­so, nel ca­so aves­se vo­lu­to fa­re sul se­rio. Pen­sa­vo che ci sa­rem­mo se­du­ti a scri­ve­re una can­zo­ne co­me so­no abi­tua­to a scri­ver­le io: crea­re qual­co­sa lì, sul po­sto. E in­ve­ce a quan­to pa­re sta­va­mo crean­do un “ba­ci­no di in­gre­dien­ti”. Lui è abi­tua­to co­sì». Mccart­ney se ne an­dò con­vin­to che non aves­se­ro fat­to nul­la di con­cre­to, an­che se era sta­ta un’espe­rien­za coin­vol­gen­te: «Mi ha la­scia­to una buo­na im­pres­sio­ne, pen­so sia un ti­po in­te­res­san­te». Non ri­ce­ven­do più no­ti­zie per me­si, a un cer­to pun­to ha de­ci­so di non chie­der­ne nem­me­no, ma poi i ri­sul­ta­ti han­no co­min­cia­to a rag­giun­ger­lo. Il pri­mo, On­ly One, un de­li­ca­to ri­cor­do del­la ma­dre di We­st, era un pez­zo re­la­ti­va­men­te sem­pli­ce. [ 6] Il se­con­do bra­no a emer­ge­re, Four­fi­ve­se­conds di Ri­han­na, era più in­de­ci­fra­bi­le. Mccart­ney lo ha ascol­ta­to e gli è pia­ciu­to, ma ha do­vu­to te­le­fo­na­re per ac­cer­tar­si di es­se­re dav­ve­ro pre­sen­te nel pez­zo. So­lo al­lo­ra si è re­so con­to che la can­zo­ne era tut­ta co­strui­ta at­tor­no a un gi­ro di chi­tar­ra da lui suo­na­to sull’acu­sti­ca, poi ac­ce­le­ra­to e quin­di re­so più acu­to, e che an­che i co­ri al­la chi­p­munk in sot­to­fon­do era­no suoi. Non era il mo­do di la­vo­ra­re a cui era abi­tua­to, ma ha ap­prez­za­to il ri­sul­ta­to. Do­po­di­ché, la can­zo­ne è di­ven­ta­ta il suo sin­go­lo di mag­gior suc­ces­so in tren­ta­due an­ni. «Ri­han­na è una fuo­ri­clas­se. Una bel­la ti­pa. Per cui è sta­to ab­ba­stan­za esal­tan­te. Mi ono­ra il pen­sie­ro che mi ri­ten­ga­no de­gno del lo­ro mon­do. Sa­pe­vo di es­se­re de­gno del mio, ma non che lo­ro mi ri­te­nes­se­ro com­pa­ti­bi­le».

Una ter­za can­zo­ne di We­st, All Day, ha crea­to grat­ta­ca­pi di al­tro ti­po. «Mi ha sor­pre­so mol­to l’uso del­la pa­ro­la nig­ger ». Pe­ral­tro re­ci­di­vo: vie­ne ri­pe­tu­ta qua­ran­ta­quat­tro vol­te. Nel suo gi­ro, qual­cu­no lo ri­te­ne­va un pro­ble­ma − «Di­ce­va­no: “Non puoi far­ti as­so­cia­re a cer­te co­se”» −, al­lo­ra lui ha sug­ge­ri­to di ana­liz­za­re la fac­cen­da con at­ten­zio­ne. «Esi­sto­no due scuo­le di pen­sie­ro: la pri­ma di­ce che è una pa­ro­la di cui i rap­per ne­ri si so­no riap­pro­pria­ti, in qual­che mo­do neu­tra­liz­zan­do­la. L’al­tro pun­to di vi­sta è quel­lo di Oprah, ov­ve­ro che usar­la si­gni­fi­ca co­mun­que de­ni­gra­re la co­mu­ni­tà ne­ra, e io ca­pi­sco an­che que­sto». Al­la fi­ne ha de­ci­so di non fa­re sto­rie. «Ho pen­sa­to: “È poe­sia ur­ba­na, è Ka­nye”. Il di­sco mi pia­ce. Tro­vo ab­bia­no fat­to un ot­ti­mo la­vo­ro». È sta­to un pia­ce­re an­che sco­pri­re, leg­gen­do i no­mi dei ven­ti au­to­ri nei cre­di­ti di All Day, chi al­tro ave­va con­tri­bui­to al “ba­ci­no di in­gre­dien­ti”. «Ken­drick La­mar! Non sa­pe­vo di aver fat­to un di­sco con Ken­drick. È un gran­de ono­re». Scuo­te la te­sta. «Non ho idea di co­sa lui o gli al­tri di­ciot­to ab­bia­no fat­to, ma al gior­no d’og­gi fun­zio­na co­sì, e mi fa pia­ce­re par­te­ci­pa­re. Mi stu­pi­sce an­che un po’». Non tut­ti so­no ugual­men­te en­tu­sia­sti all’idea che il ta­len­to e la re­pu­ta­zio­ne di Sir Paul ven­ga­no usa­ti in que­sto mo­do. L’ar­ti­sta bri­tan­ni­co Da­mon Al­barn, quel­lo dei Blur e dei Go­ril­laz, ha de­fi­ni­to l’ope­ra­zio­ne di We­st «ag­gres­si­va», ag­giun­gen­do di aver man­da­to un mes­sag­gio a Mccart­ney quan­do l’ha sa­pu­to: «Oc­chio». «Mi fa pia­ce­re che un ar­ti­sta co­me Da­mon mi at­tri­bui­sca un si­mi­le ri­spet­to, ma io non so­no co­sì schiz­zi­no­so», è la ri­spo­sta di Mccart­ney. «Se vo­glio pren­de­re una stra­da di­ver­sa dal­la so­li­ta, o da quel­la che tut­ti si aspet­ta­no, lo fac­cio. E se pia­ce a me, ba­sta e avan­za. Il bel­lo è che poi ne ven­go­no co­se as­sur­de. Un sac­co di gen­te pen­sa che sia sta­to Ka­nye a sco­pri­re me. Non è una bat­tu­ta. Gli chie­do se Al­barn gli ab­bia dav­ve­ro scrit­to “Oc­chio”. «Può es­se­re, non me lo ri­cor­do. Non gli avrei co­mun­que da­to ret­ta. Non do ret­ta a nes­su­no». A ri­pro­va di que­sta af­fer­ma­zio­ne, mi rac­con­ta che di re­cen­te ha usa­to l’au­to-tu­ne su una can­zo­ne − che non fa par­te del nuo­vo al­bum − e per un at­ti­mo si è pre­oc­cu­pa­to. «Per­ché so che la gen­te di­rà: “Oh, no! An­che Paul Mccart­ney usa il ma­le­det­to Au­to-tu­ne! Do­ve an­dre­mo a fi­ni­re?”. Nel­la te­sta sen­to la vo­ce di El­vis Co­stel­lo che mi di­ce: “Ma che caz­zo, Paul”». Poi ci ha ri­flet­tu­to me­glio e si è det­to: «Sai che c’è? Se l’aves­si­mo avu­to ai tem­pi dei Bea­tles, l’avrem­mo usa­to un sac­co. John in par­ti­co­la­re». Pen­sa mai a che rap­por­to avre­ste con Len­non, se lui ci fos­se an­co­ra? A vol­te sì. So­no sta­to for­tu­na­to, per­ché quan­do è mor­to era­va­mo in ot­ti­mi rap­por­ti, e quin­di pen­so che ma­tu­ran­do non avreb­be­ro fat­to che mi­glio­ra­re. For­se ades­so sa­rei riu­sci­to a dir­gli quan­to so­no suo fan, men­tre all’epo­ca lo da­vo per sot­tin­te­so. Non gli di­ce­vo mai: «Sei dav­ve­ro bra­vo, ti am­mi­ro tan­to». Era­va­mo ra­gaz­zi di Li­ver­pool, e cer­te co­se non si fan­no. I com­pli­men­ti non esi­sto­no. Ti han­no cre­sciu­to co­sì.

Lo di­ce co­me se ora se ne pen­tis­se. Ma no. In qual­che mo­do lo fa­ce­va­mo ca­pi­re, e an­da­va be­ne co­sì, quel­lo era il mon­do. Ma mi ha chie­sto co­me sa­reb­be og­gi, e sic­co­me cre­do di es­ser­mi mol­to am­mor­bi­di­to, pen­so che si sa­reb­be am­mor­bi­di­to an­che John. Ba­sta ve­de­re con Rin­go, con cui le co­se van­no al­la gran­de. Ci di­cia­mo «ti vo­glio be­ne», ci ab­brac­cia­mo e via di­cen­do. E ci fac­cia­mo un muc­chio di com­pli­men­ti. L’al­tra se­ra era­va­mo a Lon­dra a ce­na con ami­ci, e di col­po ho avu­to un’il­lu­mi­na­zio­ne. Ho det­to: «Io e que­sto si­gno­re ci co­no­scia­mo da tan­to tem­po, sa­pe­te». La fra­se non era in­te­sa nel suo sen­so let­te­ra­le. Era co­me se all’im­prov­vi­so fos­si sba­lor­di­to di ave­re da­van­ti a me un uo­mo con cui ave­vo fat­to tan­ta stra­da, con­di­vi­so tan­te co­se. Al ta­vo­lo era­no tut­ti spi­ri­to­si, di­ce­va­no co­se in­tel­li­gen­ti, fa­ce­va­no bat­tu­te, e io me ne so­no usci­to con una fra­se da per­fet­to idio­ta: «Io e que­sto si­gno­re ci co­no­scia­mo da tan­to tem­po, sa­pe­te». Nan­cy mi ha guar­da­to e ha det­to: «Tut­to qui?». Sì, tut­to qui. E Rin­go co­me ha ri­spo­sto? «Oh, lui ha ca­pi­to. Poi ci sia­mo mes­si a par­la­re del fat­to che da ra­gaz­zi­no non ave­vo mai di­vi­so una stan­za con nes­su­no, a par­te mio fra­tel­lo − non dor­mi­va­mo da­gli ami­ci, né lo­ro da noi − per cui, co­min­cian­do ad an­da­re in tour, mi ero ri­tro­va­to in ca­me­ra con una per­so­na che co­no­sce­vo po­co, il no­stro bat­te­ri­sta, e di col­po era ini­zia­to un rap­por­to mol­to in­ten­so. Era bel­lo an­che so­lo guar­dar­lo la­var­si i den­ti, ve­de­re se co­me me la­va­va i cal­zi­ni con il sa­po­ne dell’al­ber­go quan­do puz­za­va­no, e li met­te­va ad asciu­ga­re sul ter­mo­si­fo­ne per­ché al mat­ti­no fos­se­ro pron­ti. Co­se pic­co­le, co­se co­sì. Dav­ve­ro ave­te par­la­to di cal­zi­ni spor­chi a ce­na? Be’, in tour si fi­ni­va per puz­za­re. E io ne ave­vo un pa­io so­lo. Il te­ma è in­te­res­san­te. Un pa­io so­lo? Esat­to, un pa­io di cal­zi­ni ne­ri. Il no­stro kit da tour era: un pa­io di cal­zi­ni, un pa­io di sti­va­let­ti al­la Bea­tles, un com­ple­to da Bea­tles, ca­mi­cia bian­ca, spaz­zo­li­no...

RI­TOR­NO AL­LE ORI­GI­NI

Mccart­ney ave­va do­vu­to in­ter­rom­pe­re il no­stro pri­mo in­con­tro lon­di­ne­se per­ché al­la se­ra lo aspet­ta­va un vo­lo per Li­ver­pool, do­ve l’in­do­ma­ni avreb­be gi­ra­to un epi­so­dio di Car­pool Ka­rao­ke con Ja­mes Cor­den. Pri­ma di par­ti­re, mi ave­va det­to che ini­zial­men­te era sta­to un po’ ri­lut­tan­te. «Ave­va­no fat­to epi­so­di bel­lis­si­mi, non ero si­cu­ro che il mio sa­reb­be sta­to all’al­tez­za». Ri­ser­ve in­fon­da­te: il pro­gram­ma si sa­reb­be ri­ve­la­to un gran­de mo­men­to di te­le­vi­sio­ne, e un suc­ces­so cla­mo­ro­so (tan­to da ri­por­ta­re l’an­to­lo­gia dei suc­ces­si dei Bea­tles al pri­mo po­sto del­la Top 40). Una del­le sce­ne più me­mo­ra­bi­li − non­ché per cer­ti ver­si più in­spie­ga­bi­le, vi­sta sul­le scher­mo − è quel­la in cui Mccart­ney tor­na nel­la sua ca­sa d’in­fan­zia al 20 di For­thlin Road, dov’è vis­su­to fi­no all’età di do­di­ci an­ni. L’il­lu­sio­ne crea­ta dal­le ri­pre­se, sep­pur non espli­ci­ta­ta, è che Paul si li­mi­ti a bus­sa­re, e ad apri­re la por­ta sia l’at­tua­le in­qui­li­na, an­che se non si ca­pi­sce co­me mai − a me­no di non es­se­re una spe­cie di stal­ker − ab­bia le pa­re­ti di ca­sa tap­pez­za­te di fo­to di Mccart­ney, né per­ché ab­bia rin­no­va­to co­sì po­co l’ar­re­da­men­to. La ri­spo­sta è che quel­la non è ca­sa del­la si­gno­ra: è un’at­tra­zio­ne per tu­ri­sti, pre­ser­va­ta in quan­to luo­go di in­te­res­se sto­ri­co e ge­sti­ta dal Na­tio­nal Tru­st bri­tan­ni­co. [ 7] Di as­so­lu­ta­men­te ve­ro c’è pe­rò che Mccart­ney non var­ca­va quel­la so­glia da più di mez­zo se­co­lo. Ne­gli an­ni gli è ca­pi­ta­to spes­so, quan­do vo­le­va mo­stra­re Li­ver­pool a qual­cu­no, di fa­re una de­via­zio­ne sul­la stra­da dall’ae­ro­por­to, par­cheg­gia­re da­van­ti a of­fri­re i suoi rac­con­ti dal­la stra­da. «Di­ce­vo: “Las­sù c’era la mia stan­za, e que­sto è il via­let­to che por­ta al giar­di­no sul re­tro”». [ 8] Vo­le­va evi­ta­re, mi di­ce, il tram­bu­sto che si sa­reb­be crea­to se aves­se chie­sto di en­tra­re, e te­me­va an­che che l’espe­rien­za fos­se in­quie­tan­te. «Non sem­pre tor­na­re nei luo­ghi del pas­sa­to è una buo­na idea». [ 9] Sta­vol­ta for­se era pron­to. «È sta­to in­cre­di­bil­men­te no­stal­gi­co. Con­ti­nua­vo a ri­pe­te­re: “Guar­da quel­lo! E quel­lo! E quel­lo!”». La trou­pe na­tu­ral­men­te cer­ca­va di gui­dar­lo ver­so i ri­cor­di le­ga­ti ai Bea­tles, e ce n’era­no in ab­bon­dan­za, ma Paul di­ce che per lui «il bel­lo era ri­cor­dar­mi i pic­co­li det­ta­gli: “In quell’ar­ma­diet­to te­ne­va­mo il lat­te con­den­sa­to...”». A fi­ne lu­glio, qual­che set­ti­ma­na do­po l’av­ven­tu­ra del Car­pool Ka­rao­ke, Mccart­ney tor­na a Li­ver­pool per due even­ti. Sta­vol­ta gui­da lui, co­me fa di so­li­to quan­do vie­ne da que­ste par­ti. In par­te è per­ché si trat­ta di Li­ver­pool: «Fac­cio stra­de che al­tri non fa­reb­be­ro, co­no­sco le

«Quan­do John è mor­to era­va­mo in ot­ti­mi rap­por­ti, e pen­so che ma­tu­ran­do sa­reb­be­ro mi­glio­ra­ti. For­se ades­so sa­rei riu­sci­to a dir­gli quan­to so­no suo fan, men­tre all’epo­ca lo da­vo per sot­tin­te­so. Era­va­mo ra­gaz­zi di Li­ver­pool: i com­pli­men­ti non esi­sto­no»

scor­cia­to­ie e tut­to il re­sto». Ma c’è an­che una que­stio­ne più ge­ne­ra­le: «Pre­fe­ri­sco gui­da­re che far­mi por­ta­re in gi­ro. Quan­do ho l’au­ti­sta mi sem­bra di es­se­re il sin­da­co, quan­do gui­do so­no sem­pli­ce­men­te Paul». Non si trat­ta so­lo dell’au­to. «Mi pia­ce usa­re i mez­zi pub­bli­ci. È il mio ca­rat­te­re, amo fa­re le co­se che ho sem­pre fat­to, ha a che fa­re con le ra­di­ci». Gior­ni fa, rac­con­ta, era an­da­to al ci­ne­ma con il ni­po­te a ve­de­re Ocean’s 8 («Non ma­le») e al ri­tor­no ha pro­po­sto di pren­de­re la me­tro­po­li­ta­na. È an­da­to tut­to be­ne, a par­te quan­do si è re­so con­to che il fran­ce­se se­du­to da­van­ti a lo­ro sta­va ten­tan­do di fo­to­gra­far­lo di na­sco­sto, e lui gli ha det­to che non gra­di­va. «Per­ché no?», ha ri­bat­tu­to quel­lo ad al­ta vo­ce. «Per­ché pre­fe­ri­rei che non lo fa­ces­se», ha ri­spo­sto. Il mo­ti­vo prin­ci­pa­le, ov­via­men­te, era la pre­sen­za del ni­po­te, ol­tre al fat­to di es­se­re in uno di quei mo­men­ti in cui sce­glie di es­se­re al­tro ri­spet­to al­la ce­le­bri­tà che po­sa sor­ri­den­te per le fo­to. «In quel­le si­tua­zio­ni so­no me stes­so, e so­no mo­men­ti mol­to pre­zio­si. Poi, cer­to ca­pi­sco: an­ch’io, se ve­des­si El­vis o Da­vid Bo­wie in me­tro­po­li­ta­na, la fo­to la vor­rei. Ma mi so­no re­so con­to che, per pre­ser­va­re la qua­li­tà del­la mia vi­ta, de­vo sta­bi­li­re del­le re­go­le». L’even­to clou di que­sta tra­sfer­ta nel­la sua cit­tà na­ta­le è un con­cer­to al Ca­vern Club. Il Ca­vern, uno scan­ti­na­to nel cuo­re di Li­ver­pool, oc­cu­pa un po­sto cen­tra­le nel­la mi­to­lo­gia dei pri­mi Bea­tles: tra il 1961 e il 1963 vi suo­na­ro­no due­cen­to­no­van­ta­due vol­te. Il lo­ca­le non è più lo stes­so di al­lo­ra, ma la va­len­za sim­bo­li­ca − Paul Mccart­ney che suo­na al Ca­vern − re­sta co­mun­que po­ten­te. Quan­do la vo­ce ini­zia a cir­co­la­re, per stra­da si ra­du­na una fol­la. Nel cor­so del­lo spet­ta­co­lo, Paul gio­ca abil­men­te con lo spi­ri­to e la ca­ri­ca no­stal­gi­ca dell’even­to, sta­vol­ta per qua­si due ore ton­de. La sto­ria, an­che quan­do la si ri­ci­cla cam­bian­do so­lo la con­fe­zio­ne, può co­mun­que ri­sul­ta­re sin­ce­ra, ol­tre che emo­zio­nan­te per chi vi as­si­ste. Al­la ra­dio, su­bi­to do­po il con­cer­to, sen­to un dj de­fi­ni­re gli spet­ta­to­ri che so­no riu­sci­ti a en­tra­re «le due­cen­to per­so­ne più for­tu­na­te del pia­ne­ta». L’al­tro even­to, pre­vi­sto il gior­no pri­ma, è mol­to più di­ste­so e in­for­ma­le: un in­con­tro con gli stu­den­ti del Li­ver­pool In­sti­tu­te for Per­for­ming Arts, una scuo­la che con­tri­buì a fon­da­re ne­gli An­ni 90 nel­lo stes­so edi­fi­cio che ospi­ta­va le sue su­pe­rio­ri. In ca­me­ri­no, a me­tà po­me­rig­gio, il vi­no ros­so co­min­cia a scor­re­re, e sti­mo­la­to da una do­man­da sul­le re­gi­stra­zio­ni di Band on the Run, l’al­bum che i Wings in­ci­se­ro in Ni­ge­ria sce­glien­do la de­sti­na­zio­ne qua­si a ca­so, of­fre un af­fa­sci­nan­te re­so­con­to del­le sue av­ven­tu­re afri­ca­ne, com­pre­sa una de­scri­zio­ne det­ta­glia­ta del­la ra­pi­na su­bi­ta a La­gos da lui e Lin­da quan­do, igno­ran­do gli av­ver­ti­men­ti del­la gen­te del po­sto, una se­ra ave­va­no de­ci­so di tor­na­re a ca­sa a pie­di fat­to buio. Il rac­con­to cul­mi­na con una se­ra­ta in cui si ri­tro­va fuo­ri cit­tà, fuo­ri dal suo am­bien­te, fuo­ri di te­sta, e a un cer­to pun­to la band di Fe­la Ku­ti co­min­cia a suo­na­re, e par­te un gi­ro di ta­stie­ra ip­no­ti­co, e Mccart­ney si sor­pren­de a pian­ge­re. «Non di­men­ti­che­rò mai quel­la mu­si­ca. Ri­cor­do an­co­ra le no­te». L’en­fa­si del­la di­chia­ra­zio­ne ri­schia di far­la sem­bra­re re­to­ri­ca, ma non lo è. All’im­prov­vi­so Paul si spo­sta in un an­go­lo do­ve c’è un pia­no­for­te elet­tri­co, col­le­ga la pre­sa e − in un’im­pro­ba­bi­le col­li­sio­ne di pia­ni tem­po­ra­li e sto­ria uf­fi­cia­le: un set­tan­ta­seien­ne che al pia­no su­pe­rio­re dell’edi­fi­cio do­ve un tem­po è an­da­to a scuo­la ri­cor­da un gi­ro di pia­no­for­te che l’ha fat­to pian­ge­re in Ni­ge­ria qua­ran­ta­cin­que an­ni pri­ma − co­min­cia a suo­na­re esat­ta­men­te ciò che ha sen­ti­to in quel­la not­te lon­ta­na. All’ini­zio è un mo­ti­vo che si ri­pe­te, sem­pli­ce ma in­si­sti­to, poi sci­vo­la in una se­rie di ac­cor­di più espan­si e jaz­za­ti. Non una co­sa che ti aspet­te­re­sti di sen­tir suo­na­re da Paul Mccart­ney.

SO­PRAV­VI­VE­RE AL SUC­CES­SO

Im­ma­gi­na­te di sve­gliar­vi un gior­no e ren­der­vi con­to che sie­te uno dei Bea­tles. Chie­de­te­vi co­me po­tre­ste ge­sti­re la co­sa in un ar­co di cin­quan­ta, ses­san­ta, set­tant’an­ni. An­che per chi ha ta­len­to, ego e de­ter­mi­na­zio­ne, il suc­ces­so è sem­pre un po’ una sorpresa, per­ché nes­su­no è in gra­do di im­ma­gi­na­re con esat­tez­za la for­ma che pren­de­rà, e me­no an­co­ra co­sa por­te­rà con sé. Quan­do as­si­stia­mo al­la va­rie­tà di com­por­ta­men­ti del­la gen­te fa­mo­sa, ciò che ve­dia­mo so­no per­lo­più per­so­ne che con­ti­nua­no a cer­ca­re un mo­do per rea­gi­re a quel­la sorpresa. È il la­vo­ro a vi­ta per il qua­le non si era­no ac­cor­ti di aver fat­to do­man­da. Il vol­to che Mccart­ney ten­de a pro­muo­ve­re in pub­bli­co è quel­lo di un in­di­vi­duo che, mal­gra­do la pie­ga straor­di­na­ria as­sun­ta dal­la sua vi­ta, è ri­ma­sto un sim­pa­ti­co uo­mo qua­lun­que. È un bluff che fun­zio­na, e con­tie­ne for­se an­che un fon­do di ve­ri­tà, an­che se più tem­po pas­so con lui, più mi ca­pi­ta di scor­ge­re al­tri Mccart­ney: mol­to più stra­ni, o più fra­gi­li, più spa­val­di, più du­ri, più bi­so­gno­si, più sec­chio­ni, più ec­cen­tri­ci o scher­zo­si del per­so­nag­gio che por­ta in gi­ro. E lo tro­vo lo­gi­co. Per­ché pen­so che sia­no sta­ti tut­ti ne­ces­sa­ri, per rea­liz­za­re ciò che ha rea­liz­za­to Paul Mccart­ney, e per ca­pi­re chi era a ma­no a ma­no che si di­spie­ga­va la por­ten­to­sa sorpresa del­la vi­ta che si è co­strui­to. Du­ran­te la no­stra pri­ma con­ver­sa­zio­ne, Paul Mccart­ney ha ac­cen­na­to al fat­to che all’ini­zio − quan­do cer­ca­va di in­ven­tar­si un fu­tu­ro, se­ra do­po se­ra, in po­sti co­me il Ca­vern − non ave­va in men­te nul­la di tut­to que­sto. Non era pre­vi­sto che di­ven­tas­se tut­to co­sì im­por­tan­te, per gli al­tri co­me per lui. «Gua­da­gna­re qual­che sol­do, com­pra­re una mac­chi­na, ri­mor­chia­re un po’. Poi di col­po», di­ce, «ti ren­di con­to che è suc­ces­sa que­st’al­tra co­sa...».

Fo­to di MI­CHE­LAN­GE­LO DI BATTISTA

So­pra­bi­to, giac­ca e dol­ce­vi­ta CORNELIANI . Nel­la pa­gi­na a fian­co: abi­to e dol­ce­vi­ta LOUIS V U I T TON, cin­tu­ra G I O RG I O AR­MA­NI

Cap­pot­to, ca­mi­cia, pan­ta­lo­ni e cra­vat­ta PRADA, scar­pe CHURC H Õ S

Cap­pot­to ST E L L A MCCART­NEY, ma­glia T H E ROW, pan­ta­lo­ni LEVI’S

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