Il fantasma dell’ope­ra

JU­LIAN SCHNABEL ha vo­lu­to W I L L E M D AFOE per in­ter­pre­ta­re Vin­cent van Go­gh nel suo film. Que­sta è la sto­ria del­la lo­ro “spet­tra­le” av­ven­tu­ra

GQ (Italy) - - Cover Story - Te­sto di CRI­STIA­NA AL­LIE­VI Fo­to d i THO­MAS L AISNÉ

«Ero al Met con mam­ma. Guar­dai un’ope­ra di Rem­brandt, Ari­sto­te­le con­tem­pla il bu­sto di Ome­ro, e in me suc­ces­se qual­co­sa. Mi sem­brò di­ver­sa ri­spet­to a tut­to ciò che la cir­con­da­va: splen­de­va». Ju­lian Schnabel non ave­va nem­me­no 10 an­ni, quel po­me­rig­gio in cui ca­pì di vo­ler di­ven­ta­re un ar­ti­sta. Un de­si­de­rio co­sì in­ten­so da con­sen­tir­gli di re­si­ste­re an­che nei pe­rio­di in cui non ave­va «nean­che i sol­di per com­pra­re una moz­za­rel­la». Fin­ché, ne­gli An­ni 80, si af­fer­mò sul­la sce­na new­yor­ke­se, aiu­tan­do mol­ti al­tri a far­si stra­da.

«A quei tem­pi so­gna­vo di crea­re una co­mu­ne», rac­con­ta. «La­vo­ra­vo co­me cuo­co in un ri­sto­ran­te vi­ci­no a Wa­shing­ton Squa­re: gli ar­ti­sti sa­reb­be­ro ve­nu­ti a man­gia­re gra­tis e avreb­be­ro an­che po­tu­to mo­stra­re il lo­ro la­vo­ro ai clien­ti». Dif­fi­ci­le non re­sta­re ip­no­tiz­za­ti dai rac­con­ti del pit­to­re, re­gi­sta e sce­neg­gia­to­re ame­ri­ca­no, clas­se 1951. Co­me quel­lo sul suo viag­gio in Ita­lia, a 20 an­ni, so­lo per ve­de­re il Ca­ra­vag­gio dal vi­vo, «per­ché sui li­bri non è mai la stes­sa co­sa».

All’ul­ti­ma Mo­stra del Ci­ne­ma di Ve­ne­zia, do­ve al so­li­to si è pre­sen­ta­to sul red car­pet in giac­ca e pigiama, il plu­ri­pre­mia­to e plu­ri­no­mi­na­to (an­che all’oscar) Schnabel ha por­ta­to in con­cor­so il suo se­sto film, Van Go­gh - At Eter­ni­ty’s Ga­te. «Non fac­cio ar­te per il­lu­stra­re quel­lo che so», spie­ga, «ma per tro­va­re qual­co­sa che non so. Il ve­ro suc­ces­so, dal mio pun­to di vi­sta, ar­ri­va nel mo­men­to in cui crei e sco­pri qual­co­sa den­tro di te. Quel­la è gio­ia e bel­lez­za, lì ti sen­ti dav­ve­ro vi­vo, non quan­do gli al­tri guar­da­no i tuoi la­vo­ri». Suo com­pli­ce nell’im­pre­sa, sta­vol­ta, è sta­to l’at­to­re Wil­lem Da­foe, 63 an­ni, che per la sua in­ter­pre­ta­zio­ne di Van Go­gh nel film (nel­le sa­le dal 3 gen­na­io) ha vin­to la Cop­pa Vol­pi co­me mi­glior at­to­re pro­ta­go­ni­sta.

Pos­sen­te e im­pe­tuo­so Schnabel, ete­reo e pe­ne­tran­te Da­foe, in que­sta con­ver­sa­zio­ne si con­fron­ta­no pro­prio sul pit­to­re olan­de­se dell’ot­to­cen­to che per il re­gi­sta di­ven­ta in real­tà qua­si un pre­te­sto. «Il mio non è un bio­pic», chia­ri­sce.«quel­lo che mi in­te­res­sa­va era rac­con­ta­re co­sa si­gni­fi­ca es­se­re ar­ti­sti ed es­se­re vi­vi». Co­sì è na­to il suo film più per­so­na­le, che rac­con­ta gli ul­ti­mi an­ni di vi­ta di Van Go­gh, met­ten­do al cen­tro il suo rap­por­to con la na­tu­ra e la sen­sa­zio­ne che re­sti­tui­sce crea­re un’ope­ra d’ar­te. Co­sa ave­te sco­per­to l’uno dell’al­tro, la­vo­ran­do in­sie­me? J.S. Co­no­sco Wil­lem da trent’an­ni, l’ho vi­sto in si­tua­zio­ni da cui sa­reb­be­ro scap­pa­ti in mol­ti. Da ami­co, se non gli aves­si chie­sto di in­ter­pre­ta­re Van Go­gh non avrei sop­por­ta­to me stes­so. E da ar­ti­sta ho pen­sa­to che non ci fos­se nes­sun al­tro con la sua pro­fon­di­tà. W.D. Co­no­sco Ju­lian da una vi­ta, so­no sta­to in stu­dio a guar­dar­lo crea­re e ho vi­sto an­che co­sa ha at­tra­ver­sa­to nel­la vi­ta. Le per­so­ne e gli ar­ti­sti con cui amo la­vo­ra­re rac­col­go­no mol­te co­se in­tor­no sé e vi si re­la­zio­na­no: non so­no in­ter­pre­ti, crea­no sul se­rio. Sta­re in­tor­no a gen­te co­sì ti tra­sfor­ma. Vi sie­te mai sen­ti­ti gli uni­ci sa­ni in un mon­do di mat­ti? W.D. Non ci ho mai pen­sa­to. J.S. Io mi sen­to sem­pre co­sì. E in ef­fet­ti Van Go­gh era sa­no, no­no­stan­te aves­se una pau­ra ter­ri­fi­can­te di im­paz­zi­re. So­no an­da­to con lo sce­neg­gia­to­re Jean-clau­de Car­riè­re a ve­de­re la mo­stra Van Go­gh/ar­taud: Il sui­ci­da­to del­la so­cie­tà, al Mu­sée d’or­say. Guar­dan­do

i suoi di­pin­ti ci è ve­nu­ta l’idea di ren­de­re l’emo­zio­ne, l’espe­rien­za di av­vi­ci­nar­si ai qua­dri, guar­dar­li e pas­sa­re ol­tre. Ma se pen­so al ti­to­lo del mio pri­mo di­pin­to su ta­vo­la del 1978, I pa­zien­ti e i dot­to­ri, la do­man­da sot­te­sa è chia­ra: so­no da ri­co­ve­ra­re quel­li in ma­ni­co­mio o quel­li che stan­no fuo­ri? La do­man­da «chi è più mat­to?» era già lì. Co­sa vi im­ma­gi­na­va­te di rea­liz­za­re in­sie­me? J.S. Quan­do ini­zi un la­vo­ro ci so­no co­se che sai, al­tre che ac­ca­do­no e non ti spie­ghi. Pri­ma del­le ri­pre­se Loui­se Ku­gel­berg, la don­na con cui vi­vo e con cui ho rea­liz­za­to que­sto film, ha scat­ta­to una fo­to a Wil­lem. Vo­le­va­mo mo­strar­la agli in­ve­sti­to­ri e pen­sa­va­mo che fos­se splen­di­da, ma quan­do lui è ar­ri­va­to in Fran­cia ed è en­tra­to nel per­so­nag­gio quel­la fo­to sem­bra­va ri­di­co­la al con­fron­to. Wil­lem si è tra­sfi­gu­ra­to, lo ha abi­ta­to un fantasma. Un fantasma? Ad­di­rit­tu­ra? J.S. Le rac­con­to una co­sa. L’al­tra not­te, sdra­ia­to a let­to, l’ho di­pin­to nei pan­ni di Van Go­gh. Era buio, ho vi­sto che il qua­dro ini­zia­va a muo­ver­si e ho pen­sa­to: «Mio Dio, ma­ga­ri è dav­ve­ro Ge­sù Cri­sto e avre­mo un sac­co di pro­ble­mi!». Wil­lem è l’in­car­na­zio­ne vi­ven­te di qual­co­sa che sta­vo aspet­tan­do. E qual è la co­sa che, in­ve­ce, ha stu­pi­to di più Wil­lem? W.D. In­se­gnan­do­mi a di­pin­ge­re, Ju­lian ha cam­bia­to dav­ve­ro il mio mo­do di ve­de­re la real­tà. Mi ha spie­ga­to co­me si tie­ne un pen­nel­lo e co­me si me­sco­la il co­lo­re, poi mi ha det­to «di­pin­gi quel ci­pres­so», e io ho cer­ca­to di ab­boz­za­re la sa­go­ma di un al­be­ro. A quel pun­to lui mi ha chie­sto: «Ma co­sa ve­di dav­ve­ro?». Ho ri­spo­sto che ve­de­vo mac­chie scu­re, e lui: «Al­lo­ra di­pin­gi quel­le». È di­ven­ta­ta una chia­ve per com­pren­de­re Van Go­gh: ho ini­zia­to a ve­de­re for­me, om­bre, vi­bra­zio­ni, mi so­no li­be­ra­to da un mo­do di pen­sa­re mec­ca­ni­co. Quin­di lei di­pin­ge per dav­ve­ro, nel film. W.D. In tan­ti mi han­no chie­sto di chi so­no le mani che si ve­do­no sul­lo scher­mo. Na­tu­ral­men­te Ju­lian non po­te­va sta­re a guar­dar­mi tut­to il gior­no, ma nel ca­so del qua­dro con le scar­pe, per esem­pio, mi ha fat­to eser­ci­ta­re e poi ha vo­lu­to che lo ese­guis­si in tem­po rea­le. È sta­to spa­ven­to­so do­ver pro­dur­re qual­co­sa di cre­di­bi­le per le ri­pre­se. Ma os­ser­va­re in un cer­to mo­do, in ter­mi­ni vi­si­vi, ti por­ta a guar­da­re tut­to in mo­do di­ver­so, in par­ti­co­la­re la na­tu­ra: en­tri in con­tat­to con il mistero che muo­ve tut­te le co­se. Ero già af­fa­sci­na­to dal­la vi­sio­ne di Van Go­gh che di­ce «la bel­lez­za è la na­tu­ra e la na­tu­ra è Dio», ma spe­ri­men­ta­re un eser­ci­zio con­cre­to che ti fac­cia sta­re in quel­la di­men­sio­ne è fa­vo­lo­so. Tut­to il film è fo­ca­liz­za­to sul­la feb­bre del­la crea­ti­vi­tà: una feb­bre in cui la ve­lo­ci­tà ha un ruo­lo cen­tra­le. W.D. Sì, per­ché la ve­lo­ci­tà met­te fuo­ri gio­co sia il giu­di­zio che la ten­ta­zio­ne di es­se­re trop­po con­cet­tua­li. An­che da at­to­re non vuoi mai pen­sa­re trop­po, per es­se­re com­ple­ta­men­te pre­sen­te nell’azio­ne. Se sei trop­po con­cen­tra­to non sen­ti, e at­tra­ver­so di te non flui­sce nien­te. E que­sto va­le den­tro e fuo­ri dal­lo scher­mo. J.S. Ol­tre al­la ve­lo­ci­tà, con­ta la chia­rez­za: un so­lo trat­to, de­ci­so e chia­ro. Van Go­gh di­ce che i pit­to­ri che gli piac­cio­no di­pin­go­no ve­lo­ce­men­te. Ho vo­lu­to mo­stra­re co­me la­vo­ra­va­no Goya, Ve­lá­z­quez e an­che Ca­ra­vag­gio, che do­ve­va es­se­re ve­lo­ce per for­za: lo in­se­gui­va­no in con­ti­nua­zio­ne per ar­re­star­lo... Van Go­gh di­ce­va di es­se­re sta­to rin­chiu­so in una stan­za per tut­ta la vi­ta, e di po­ter vi­ve­re so­lo nel­la na­tu­ra. W.D. Un aforisma di­ce che nes­su­na tri­stez­za è gran­de co­me quel­la dell’uo­mo che non rie­sce a ri­ma­ne­re se­du­to da so­lo nel­la pro­pria stan­za, per­ché la co­sa più dif­fi­ci­le che ci sia è sta­re con se stes­si. Quan­do Van Go­gh è nel­la na­tu­ra av­ver­te in­ve­ce una con­nes­sio­ne col tut­to, e pen­so che pro­prio per que­sto mo­ti­vo sia riu­sci­to ad an­da­re, nel sen­so bud­di­sta, ol­tre il pen­sie­ro dua­li­sti­co: lui or­mai sa con­te­ne­re den­tro di sé, in mo­do mol­to sem­pli­ce, tan­to la cru­del­tà del­la na­tu­ra quan­to la sua bel­lez­za. J.S. È un uo­mo al­la di­spe­ra­ta ri­cer­ca del­la libertà per ri­bel­lio­ne con­tro il pa­dre, un pa­sto­re pro­te­stan­te se­ve­ris­si­mo, che lo ha cre­sciu­to im­po­nen­do­gli re­go­le mol­to ri­gi­de. Van Go­gh di­ce, ad­di­rit­tu­ra, di es­ser­si sen­ti­to più clau­stro­fo­bi­co in col­le­gio, da ra­gaz­zo, di quan­to lo sia da adul­to in ma­ni­co­mio. Su di lei, Ju­lian, gli spa­zi aper­ti ce l’han­no un ef­fet­to? J.S. Cer­to. Quan­do fai una passeggiata, in cam­pa­gna o in cit­tà, tor­ni di­ver­so, an­che se sei stan­co o pi­gro, co­me so­no sem­pre sta­to io. L’ho con­sta­ta­to so­prat­tut­to gi­ran­do que­sto film. Ab­bia­mo sca­la­to mon­ta­gne per tro­va­re lo­ca­tion che an­das­se­ro be­ne a Loui­se. E per lei il pun­to giu­sto era sem­pre un po’ più in là.

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