1 UN AE­REO A IDRO­GE­NO DA 40 PO­STI SA­RÀ DI­SPO­NI­BI­LE EN­TRO IL 2033

GQ (Italy) - - Save The Date - LA B AR­CA “VER­DE” IL P RIMO T RE­NO P ULITO SF IDE

È fran­ce­se l’ener­gy Ob­ser­ver, che sta na­vi­gan­do in­tor­no al mon­do gra­zie all’idro­ge­no e al­le ener­gie rin­no­va­bi­li È en­tra­to in ser­vi­zio lo scor­so set­tem­bre in Ger­ma­nia. Ha un’au­to­no­mia di mil­le chi­lo­me­tri e può tra­spor­ta­re 300 pas­seg­ge­ri per se­pa­ra­re i suoi com­po­nen­ti e por­ta­re via l’idro­ge­no. È la rea­zio­ne in­ver­sa a quel­la del­la pi­la a idro­ge­no. L’ac­qua co­me com­bu­sti­bi­le, pro­prio ciò che pre­dis­se Ju­les Ver­ne nel suo ro­man­zo Lõi­so­la mi­ste­rio­sa. Lars Ja­kob­sen, dell’azien­da nor­ve­ge­se NEL Hy­dro­gen, è con­vin­to che, quan­do l’elet­tri­ci­tà pro­ver­rà da una fon­te rin­no­va­bi­le, l’elet­tro­li­si su sca­la in­du­stria­le cam­bie­rà il pa­no­ra­ma ener­ge­ti­co e ri­scri­ve­rà il no­stro fu­tu­ro. «Ci in­te­res­sa l’idro­ge­no ver­de, non quel­lo che si pro­du­ce dal gas na­tu­ra­le, che con­tie­ne car­bo­nio». La Nor­ve­gia è una po­ten­za pe­tro­li­fe­ra, e qui sta il pa­ra­dos­so. De­ve gran par­te del­la sua pro­spe­ri­tà al­le ab­bon­dan­ti ri­ser­ve di pe­tro­lio che estrae dal Mare del Nord. Nel 1927, gli scien­zia­ti del­la NEL crea­ro­no la pri­ma sta­zio­ne elet­tro­li­ti­ca, e ne­gli An­ni 40 co­strui­ro­no quel­la che ri­sul­tò es­se­re la più gran­de del mon­do, un com­ples­so che con­su­ma 135 me­ga­watt all’ora e nel­lo stes­so tem­po pro­du­ce 30.000 me­tri cu­bi di idro­ge­no. So­lo il 5% del­la pro­du­zio­ne di idro­ge­no nel mon­do si ot­tie­ne par­ten­do dall’ac­qua. Non è suf­fi­cien­te. Bi­so­gna fa­re un al­tro pas­so avan­ti. «Il pro­ble­ma prin­ci­pa­le dell’idro­ge­no non ver­de sta nel suo bas­so co­sto, trat­tan­do­si di un sot­to­pro­dot­to. Se lo si vuo­le ver­de, è ne­ces­sa­rio ri­cor­re­re all’elet­tro­li­si e al­le ener­gie rin­no­va­bi­li», as­si­cu­ra Lars Ja­kob­sen. La vi­sio­ne del­la so­cie­tà dell’idro­ge­no pog­gia su qual­co­sa che tut­ti noi co­no­scia­mo: il ven­to e la lu­ce del so­le, uti­liz­za­ti co­me fon­ti esclusive di ener­gia, e l’ac­qua li­qui­da. Ag­giun­gia­mo a que­sti ingredienti la tec­no­lo­gia elet­tro­li­ti­ca – par­ti­re dall’ac­qua – e le pi­le a com­bu­sti­bi­le che uti­liz­za­no l’idro­ge­no per pro­dur­re cor­ren­te elet­tri­ca, co­sa no­ta da più di un se­co­lo. Co­sì la ma­le­di­zio­ne si in­ter­rom­pe: la de­car­bo­niz­za­zio­ne gra­dua­le del­la so­cie­tà uma­na di­ven­ta pos­si­bi­le. Qua­si un ter­zo del­le emis­sio­ni to­ta­li di CO2 pro­vie­ne dai tra­spor­ti. Du­ran­te il no­stro viag­gio, una vi­si­ta al­la se­de di Al­stom ad Han­no­ver ci ha per­mes­so di co­no­sce­re uno dei mag­gio­ri pro­dut­to­ri di tre­ni del­la Ger­ma­nia. So­lo sei an­ni fa, di­ce il suo di­ret­to­re Jörg Ni­kut­ta, i con­cor­ren­ti ri­de­va­no ai pro­get­ti dell’azien­da per svi­lup­pa­re un tre­no a idro­ge­no. Og­gi i con­vo­gli Al­stom sa­ran­no i pri­mi a en­tra­re in ser­vi­zio in Ger­ma­nia, do­ve per­cor­re­ran­no 96 km sul­la li­nea tra Cux­ha­ven e Bux­te­hu­de, nel Nord del Pae­se. I va­go­ni por­te­ran­no sul tet­to i ser­ba­toi del gas. «Ci so­no mol­te pos­si­bi­li­tà di pro­dur­re idro­ge­no in ma­nie­ra eco­lo­gi­ca, e una di que­ste so­no i mu­li­ni a ven­to. Per un ter­zo del lo­ro tem­po, i mu­li­ni pro­du­co­no ener­gia che non vie­ne im­pie­ga­ta. Pos­sia­mo con­net­ter­li a un di­spo­si­ti­vo elet­tro­liz­za­to­re che pro­du­ca idro­ge­no in quan­ti­tà suf­fi­cien­te per ri­for­ni­re i ser­ba­toi dei tre­ni». Nei pros­si­mi 20 o 30 an­ni, i mu­li­ni a ven­to e le fat­to­rie so­la­ri, con­nes­si a elet­tro­liz­za­to­ri, di­vi­de­ran­no le mo­le­co­le d’ac­qua e pro­dur­ran­no idro­ge­no pu­ro, sen­za trac­ce di car­bo­nio. Il gas ver­rà im­ma­gaz­zi­na­to in gran­di sfe­re o in ser­ba­toi, per poi con­ver­tir­si in elet­tri­ci­tà; op­pu­re ver­rà di­stri­bui­to at­tra­ver­so tu­ba­tu­re agli edi­fi­ci per for­ni­re lu­ce e ca­lo­re. Ali­men­te­rà le pi­le a com­bu­sti­bi­le dei mo­to­ri dei tre­ni che tra­spor­ta­no idro­ge­no o i mo­to­ri dei gros­si ca­mion che tra­spor­ta­no i ser­ba­toi del pre­zio­so gas fi­no al­le sta­zio­ni di ser­vi­zio. Nel no­stro se­con­do gior­no ad Am­bur­go, do­ve ogni an­no si svol­ge la più gran­de fie­ra ae­ro­nau­ti­ca, il ru­mo­re de­gli ae­rei pas­sa at­tra­ver­so le im­po­nen­ti ve­tra­te del Cen­tro di ri­cer­ca ae­ro­nau­ti­ca ap­pli­ca­ta (ZAL). L’im­pron­ta di car­bo­nio dell’avia­zio­ne nel mon­do am­mon­ta al 2% del to­ta­le. En­tro il 2050 è in pro­get­to un au­men­to tra il 300 e il 700%. Pres­so il ZAL si svi­lup­pa­no pro­get­ti per rea­liz­za­re dro­ni e ae­rei all’idro­ge­no. «Ab­bia­mo già pron­ta la tec­no­lo­gia per co­strui­re un ae­reo a quat­tro po­sti, sen­za in­ven­ta­re nien­te di nuo­vo», di­chia­ra Florian Bec­ker, ri­cer­ca­to­re dell’isti­tu­to di in­ge­gne­ria ter­mo­di­na­mi­ca dell’agen­zia ae­ro­spa­zia­le te­de­sca. «En­tro una de­ci­na d’an­ni, sa­rà pos­si­bi­le con­ce­pi­re un ae­ro­ta­xi per no­ve pas­seg­ge­ri. Un ae­reo da quaranta po­sti con un’au­to­no­mia di 2.000 km sa­rà di­spo­ni­bi­le en­tro il 2033». L’ele­men­to più ab­bon­dan­te dell’uni­ver­so of­fre il con­trol­lo del fu­tu­ro ener­ge­ti­co. A Vin­cent Dewaer­seg­ger, por­ta­vo­ce di Toyo­ta in Eu­ro­pa, pia­ce pa­ra­go­na­re l’idro­ge­no al formaggio e l’elet­tri­ci­tà al lat­te. «I con­ta­di­ni pro­du­co­no lat­te, che è un ali­men­to di bre­ve du­ra­ta e po­co re­mu­ne­ra­ti­vo. Ma se lo tra­sfor­ma­no in formaggio, pos­so­no con­ser­var­lo e ven­der­lo a un prez­zo mag­gio­re. L’ener­gia si può im­ma­gaz­zi­na­re per lun­go tem­po, con un al­to va­lo­re eco­no­mi­co a lun­go ter­mi­ne, in­ve­ce di ven­der­la co­sì com’è».

Qual­che an­no fa Eric Kli­nen­berg, uno dei più in­fluen­ti so­cio­lo­gi d’ame­ri­ca, par­te­ci­pò a una ta­sk for­ce crea­ta dall’am­mi­ni­stra­zio­ne Oba­ma per va­lu­ta­re pro­get­ti in­no­va­ti­vi di ri­co­stru­zio­ne nel­lo Sta­to di New York do­po l’ura­ga­no San­dy. «Un team mi pre­sen­tò un’idea chia­ma­ta Re­si­lient Cen­ter », rac­con­ta Kli­nen­berg. «Li ho ascol­ta­ti de­scri­ve­re que­sto sti­mo­lan­te spa­zio di co­mu­ni­tà aper­to, gra­tui­to, de­mo­cra­ti­co, e gli ho det­to che l’idea era me­ra­vi­glio­sa ma che que­sti “cen­tri re­si­lien­ti” esi­ste­va­no già e si chia­ma­va­no bi­blio­te­che pub­bli­che». Fu in quel mo­men­to che Kli­nen­berg par­to­rì quel­lo che sa­reb­be poi di­ven­ta­to il suo nuo­vo sag­gio, Pa­la­ces for the Peo­ple, e la sua teo­ria: le so­cie­tà oc­ci­den­ta­li han­no un disperato bi­so­gno di luo­ghi fi­si­ci do­ve le per­so­ne pos­sa­no in­con­trar­si. E per i go­ver­ni sa­reb­be im­por­tan­te in­ve­sti­re in que­sto ti­po di in­fra­strut­tu­re so­cia­li quan­to lo è far­lo su pon­ti, au­to­stra­de e ae­ro­por­ti. Pa­laz­zi per il po­po­lo è un ti­to­lo af­fa­sci­nan­te. È un’espres­sio­ne di An­drew Car­ne­gie. Fu il Bill Ga­tes del­la sua epo­ca, tra l’ot­to­cen­to e il No­ve­cen­to: era uno de­gli uo­mi­ni più ric­chi del mon­do, af­fa­ri­sta sen­za scru­po­li, a trat­ti cru­de­le con i la­vo­ra­to­ri. Non un es­se­re uma­no esem­pla­re, in­som­ma, ma an­che un ve­ro fi­lan­tro­po. Cre­de­va nel po­te­re del­le bi­blio­te­che co­me luo­ghi do­ve im­mi­gra­ti e ope­rai po­tes­se­ro mi­glio­rar­si. Car­ne­gie ha fi­nan­zia­to la co­stru­zio­ne di ol­tre 2.800 bi­blio­te­che nel mon­do, c’è un ti­po di edi­fi­cio che si chia­ma Car­ne­gie Li­bra­ry, mol­to gran­de, sof­fit­ti al­ti, fi­ne­stre am­pie, spa­zi ge­ne­ro­si per ri­tro­var­si e leg­ge­re. Lui li chia­ma­va pa­laz­zi per il po­po­lo. L’idea era che po­tes­se­ro ac­co­glie­re tut­ti, a pre­scin­de­re da clas­se so­cia­le o di­rit­ti di cit­ta­di­nan­za. Un’idea mol­to at­tua­le. For­se og­gi più che mai. Io la uso per ri­fe­rir­mi al­le li­bre­rie, ma an­che a una se­rie di po­sti fi­si­ci che pos­so­no aiu­tar­ci a co­strui­re re­la­zio­ni e co­mu­ni­tà: i giar­di­ni, i par­chi gio­chi, i cam­pi atle­ti­ci, le scuo­le, le uni­ver­si­tà. So­no tut­ti par­te di quel­la che io chia­mo in­fra­strut­tu­ra so­cia­le. Quan­to in­flui­sce la man­can­za di que­sta in­fra­strut­tu­ra? In Ame­ri­ca spe­ri­men­tia­mo una sor­ta di guer­ra ci­vi­le per di­ver­se ra­gio­ni, ma il fat­to che le per­so­ne non ab­bia­no spa­zi pub­bli­ci do­ve in­con­trar­si e con­fron­tar­si ren­de tut­to si­gni­fi­ca­ti­va­men­te peg­gio­re. Trop­pi tra­scor­ro­no il tem­po sui so­cial me­dia a ur­lar­si con­tro, in un con­te­sto do­ve per pas­sa­re da ci­vi­li a vio­len­ti o mi­nac­cio­si ba­sta­no 140 ca­rat­te­ri. Non cre­do che in­ve­sti­re in edi­fi­ci pub­bli­ci sia ab­ba­stan­za per ag­giu­sta­re tut­to quel­lo che è rot­to in

Ame­ri­ca, ma cre­do an­che che sen­za in­di­vi­dua­re il mo­do di co­strui­re con­nes­sio­ni uma­ne so­li­de e sta­bi­li con quel­li che non so­no co­me noi per­dia­mo la pos­si­bi­li­tà di tro­va­re uno sco­po co­mu­ne, che è il ve­ro an­ti­do­to al po­pu­li­smo. Il mio li­bro è pro­prio un ap­pel­lo per por­ta­re in­ve­sti­men­ti pub­bli­ci nel­le in­fra­strut­tu­re so­cia­li. Pen­sa che l’at­tua­le am­mi­ni­stra­zio­ne ame­ri­ca­na pos­sa es­se­re in­te­res­sa­ta ad ac­co­glier­lo? Trump gio­ca su un ti­po di osti­li­tà per­fet­ta da aiz­za­re sui so­cial me­dia, con­tro per­so­ne che non si ve­do­no. È fa­ci­le odia­re e mi­nac­cia­re chi esi­ste so­lo den­tro uno scher­mo. Se le in­fra­strut­tu­re so­cia­li vi­vo­no un de­cli­no, si­gni­fi­ca che han­no avu­to un’età dell’oro. As­so­lu­ta­men­te sì. New York è di­ven­ta­ta la gran­de cit­tà che co­no­scia­mo per­ché ha crea­to una re­te di ser­vi­zi pub­bli­ci per tut­ti, per i la­vo­ra­to­ri po­ve­ri co­me per i mi­liar­da­ri. Pro­vi a im­ma­gi­na­re un mon­do nel qua­le le bi­blio­te­che non so­no an­co­ra sta­te in­ven­ta­te. E poi im­ma­gi­ni co­me sa­reb­be pre­sen­ta­re l’idea a Trump. Non vor­rei es­se­re nei pan­ni di chi lo de­ve fa­re. Per nien­te. Lei va­da dall’at­tua­le go­ver­no a di­re che vuo­le apri­re un bell’edi­fi­cio in ogni quar­tie­re, riem­pir­lo di li­bri, film e com­pu­ter, as­su­me­re per­so­ne per aiu­ta­re chi en­tra, gli di­ca che sa­reb­be una strut­tu­ra da te­ne­re aper­ta qua­si ogni gior­no e che sa­reb­be a di­spo­si­zio­ne di tut­ti, a pre­scin­de­re da ce­to, raz­za e di­rit­ti di cit­ta­di­nan­za, e so­prat­tut­to che sa­reb­be com­ple­ta­men­te gra­tui­ta. La cac­ce­reb­be­ro dal­la stan­za ri­den­do co­me dei paz­zi. Ep­pu­re c’è sta­to un mo­men­to in cui le cit­tà ame­ri­ca­ne so­no sta­te co­strui­te in­tor­no a que­st’idea ed è per que­sto che ab­bia­mo par­chi pub­bli­ci, pi­sci­ne, tra­spor­ti e bi­blio­te­che. Nel suo li­bro scri­ve che la dif­fe­ren­za sta nel mo­do con cui rea­gia­mo al­le fi­ne­stre rot­te. Per­ché? È una vec­chia teo­ria: se in una zo­na ci so­no le fi­ne­stre rot­te, bi­so­gna man­da­re la po­li­zia per­ché quel­lo è si­cu­ra­men­te un quar­tie­re di cri­mi­na­li. Un ap­proc­cio che ha por­ta­to al­la tol­le­ran­za ze­ro e all’in­car­ce­ra­zio­ne di mas­sa, ne­gli Sta­ti Uni­ti. La mia do­man­da è: co­sa suc­ce­de in­ve­ce se ri­pa­ria­mo le fi­ne­stre, crean­do in­fra­strut­tu­re so­cia­li e re­sti­tuen­do gli spa­zi al­le cit­tà, in­ve­ce di man­da­re la po­li­zia ad ar­re­sta­re la gen­te? In­nan­zi­tut­to, me­no ar­re­sti. Non so­lo. Ci so­no stu­di in­te­res­san­ti sul­la cit­tà di Phi­la­del­phia, che ha 50mi­la pro­prie­tà ab­ban­do­na­te. Spes­so ba­sta­no po­che cen­ti­na­ia di dol­la­ri per tra­sfor­ma­re un ter­re­no ab­ban­do­na­to in par­co gio­chi, po­che mi­glia­ia per fa­re di un pa­laz­zo ab­ban­do­na­to una bi­blio­te­ca. Se met­ti un edi­fi­cio fa­ti­scen­te a di­spo­si­zio­ne del quar­tie­re, gli spac­cia­to­ri non ci an­dran­no più. I da­ti di­mo­stra­no che a Phi­la­del­phia i rea­ti si so­no ri­dot­ti del 40%. Tan­ti cri­mi­ni non so­no una que­stio­ne di per­so­ne, ma di si­tua­zio­ni. Og­gi, in­ve­ce, ci si ri­tro­va sui so­cial me­dia. Do­po l’ele­zio­ne di Trump, Mark Zuc­ker­berg dis­se che non do­ve­va­mo pre­oc­cu­par­ci di nul­la, per­ché Fa­ce­book sa­reb­be di­ven­ta­to la no­stra prin­ci­pa­le in­fra­strut­tu­ra so­cia­le, che avreb­be por­ta­to nel­la vi­ta di tut­ti la pos­si­bi­li­tà di ap­par­te­ne­re a del­le co­mu­ni­tà. E vuo­le sa­pe­re qual è il pa­ra­dos­so? Che nes­su­no più di Zuc­ker­berg ha in­ve­sti­to in in­fra­strut­tu­re so­cia­li, il cam­pus di Fa­ce­book è un po­sto paz­ze­sco per la­vo­ra­re, c’è tut­to quel­lo che i mi­glio­ri in­ge­gne­ri, ar­chi­tet­ti e de­si­gner del mon­do po­te­va­no con­ce­pi­re per sod­di­sfa­re i bi­so­gni del­le per­so­ne. Ov­via­men­te so­lo di quel­le che la­vo­ra­no a Fa­ce­book. Co­me sap­pia­mo, nel­la Si­li­con Val­ley stan­no vie­tan­do i so­cial e gli smart­pho­ne ai bam­bi­ni: par­lia­mo di gen­te che pro­po­ne al­la no­stra so­cie­tà so­lu­zio­ni che non vuo­le per i pro­pri fi­gli. Nel sag­gio pre­ce­den­te ave­va af­fron­ta­to il te­ma del­le per­so­ne che sem­pre più spes­so vi­vo­no da so­le. Le due que­stio­ni so­no col­le­ga­te? Non sem­pre. Le per­so­ne vi­vo­no da so­le ma so­no con­nes­se in nuo­vi mo­di, suc­ce­de ne­gli Sta­ti Uni­ti co­me in Ita­lia. Og­gi è più fa­ci­le vi­ve­re da so­li, per­ché ci so­no tan­tis­si­mi luo­ghi di in­con­tro. Ma ov­via­men­te so­no so­lo a di­spo­si­zio­ne di de­ter­mi­na­te clas­si so­cia­li, un ric­co pro­fes­sio­ni­sta ur­ba­no non ha dif­fi­col­tà, il pro­ble­ma del­la so­cia­li­tà fuo­ri ca­sa è per quel­li che non han­no ac­ces­so a in­fra­strut­tu­re co­sto­se co­me caf­fè e ri­sto­ran­ti. C’è qual­che esem­pio che la fa es­se­re ot­ti­mi­sta? Nel­lo Sta­to di New York han­no co­strui­to una bar­rie­ra per pro­teg­ge­re la co­sta dal­le inon­da­zio­ni, ma l’han­no an­che tra­sfor­ma­ta in un par­co, che è un mo­do in­te­res­san­te di con­ver­ti­re un’in­fra­strut­tu­ra in un’in­fra­strut­tu­ra so­cia­le. A Co­lum­bus, Ohio, i cit­ta­di­ni si so­no au­to­tas­sa­ti per co­strui­re nuo­ve bi­blio­te­che. In Ban­gla­de­sh ci so­no bi­blio­te­che e scuo­le gal­leg­gian­ti, per per­met­te­re an­che al­le co­mu­ni­tà più fra­gi­li l’ac­ces­so a cul­tu­ra e so­cia­li­tà. E per quan­to ri­guar­da l’ita­lia? Le vo­stre cit­tà so­no na­tu­ral­men­te co­strui­te in­tor­no a in­fra­strut­tu­re so­cia­li, co­me le piaz­ze. So­no luo­ghi che voi da­te per scon­ta­ti, non vi ren­de­te con­to di che pri­vi­le­gio sia ave­re un po­sto co­sì in ogni cit­tà per se­der­si e pas­seg­gia­re. È ve­ro an­che che le vo­stre bi­blio­te­che stan­no in­vec­chian­do, han­no bi­so­gno di nuo­ve ri­sor­se per adat­tar­si ai bi­so­gni con­tem­po­ra­nei, e in­ve­ce si ri­du­co­no gli ora­ri e i ser­vi­zi a cau­sa dei ta­gli al bud­get. C’è bi­so­gno di nuo­vi in­ve­sti­men­ti per sal­va­re la so­cia­li­tà che ave­te la for­tu­na di ave­re.

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