La sua pri­ma col­le­zio­ne per Louis Vuit­ton è già una ri­vo­lu­zio­ne

Con la sua pri­ma col­le­zio­ne per Louis Vuit­ton, VIRGILABL OH sta per ri­vo­lu­zio­na­re la mo­da uo­mo. Que­sto è il suo ma­ni­fe­sto pro­gram­ma­ti­co

GQ (Italy) - - Prologo - Te­sto di TEO VAN DEN BROEKE Fo­to di SI­MO­NE LEZZI

L’ ate­lier di Virgil Abloh nel­la se­de pa­ri­gi­na di Louis Vuit­ton rac­con­ta tut­to sul nuo­vo di­ret­to­re crea­ti­vo del­la li­nea ma­schi­le del­la mai­son. La mag­gior par­te de­gli ate­lier in­fat­ti, nel­la set­ti­ma­na che pre­ce­de una sfi­la­ta, si tra­sfor­ma­no in cen­tri ner­vo­si ad al­to con­te­nu­to di stress e fre­ne­sia, do­ve i ca­pric­ci so­no all’or­di­ne del gior­no e gli sbal­zi di umo­re cor­ro­no ve­lo­ci. In­ve­ce, quan­do fac­cio vi­si­ta ad Abloh a po­chi gior­ni dal­la sua pri­ma usci­ta per il brand, l’at­mo­sfe­ra è da cal­ma piat­ta. Da­gli enor­mi am­pli­fi­ca­to­ri Pio­neer ne­ri, che Abloh ha fat­to in­stal­la­re di re­cen­te, sci­vo­la­no i bra­ni jazz del nuo­vo al­bum dei Sons of Ke­met. Ci so­no gio­va­ni al­la mo­da con ber­ret­ti e snea­kers che si muo­vo­no lan­gui­di, di­scu­ten­do di cam­pio­ni di tes­su­to in to­no som­mes­so, e ci so­no al­tri uo­mi­ni cur­vi sul­la con­so­le nell’uf­fi­cio di Abloh, in­ten­ti a de­ci­de­re la co­lon­na so­no­ra per l’even­to. La so­la co­sa che so­mi­glia a un am­bien­te in cui si pro­du­ce mo­da è il raf­fi­na­to pran­zo del­lo staff, a ba­se di roast­beef al san­gue, po­mo­do­ri­ni ta­glia­ti in fet­ti­ne per­fet­te e ci­pol­le gri­glia­te all’ace­to bal­sa­mi­co (nes­sun car­boi­dra­to in vi­sta), pre­pa­ra­to da un uo­mo mas­sic­cio che in­dos­sa un abi­to im­pec­ca­bi­le. Ep­pu­re, Abloh è de­ci­sa­men­te an­ti­e­sta­blish­ment. Il de­si­gner afroa­me­ri­ca­no che si è fat­to da sé ama lo street­wear, tie­ne un at­teg­gia­men­to di bas­so pro­fi­lo, van­ta 3,3 mi­lio­ni di fol­lo­wer su In­sta­gram e, a tren­tot­to an­ni, ha già spo­sta­to la lan­cet­ta dell’al­ta mo­da mon­dia­le.

La pri­ma co­sa che no­to di lui quan­do ar­ri­va in ate­lier è il fi­si­co. È ro­bu­sto e al­to al­me­no un me­tro e ot­tan­ta­cin­que. Non ha nulla del­la schi­va esi­li­tà che co­sì spes­so si tro­va nel por­ta­men­to dei gran­di no­mi del­la mo­da, e il suo sor­ri­so è sin­ce­ro e im­me­dia­to. Mi viene in­con­tro con i suoi pas­si pe­san­ti e mi strin­ge gar­ba­ta­men­te la ma­no. Gli chie­do co­me rie­sca a man­te­ne­re un ta­le sen­so di cal­ma in uf­fi­cio e la sua ri­spo­sta è: «La mia por­ta è sem­pre aper­ta, né vo­glio che la gen­te chie­da il per­mes­so di en­tra­re. Non ci so­no ge­rar­chie. Sia­mo una squa­dra. Io ho avu­to la for­tu­na di fa­re una se­rie di co­se che mi han­no por­ta­to a di­ri­ge­re il team e ne ho la re­spon­sa­bi­li­tà».

Abloh è un uo­mo in­tel­li­gen­te. Di un’in­tel­li­gen­za ec­ce­zio­na­le, che s’ir­ra­dia co­me on­de da un’an­ten­na in abi­ti spor­ti­vi. No­no­stan­te sa­pes­si già dal­le mie ri­cer­che che fos­se un ti­po bril­lan­te (pri­ma di in­con­trar­lo ho guar­da­to an­che il vi­deo del­la con­fe­ren­za sul­la crea­ti­vi­tà che ha te­nu­to a Har­vard nell’ot­to­bre dell 2017), Abloh mi ha sor­pre­so an­che per­ché ha lo sguar­do di una per­so­na che sa esat­ta­men­te ciò che sta fa­cen­do: in par­te fur­ti­vo, in par­te cu­rio­so, in par­te con un bri­cio­lo di su­pe­rio­ri­tà. Quan­do fi­nia­mo di par­la­re del suo ate­lier, pas­sa di­ret­ta­men­te a rac­con­ta­re del­la nuo­va col­le­zio­ne, e io non gli ho an­co­ra fat­to nean­che una do­man­da.

«Lei è tra le pri­me per­so­ne a ve­der­la. Quan­do ho co­min­cia­to sa­pe­vo che era un pro­get­to im­por­tan­te, ma den­tro sen­ti­vo già che avrei crea­to una col­le­zio­ne di que­sto ge­ne­re», di­ce Abloh, con la par­la­ta len­ta e rit­mi­ca dell’il­li­nois, mi­ti­ga­ta da una pro­nun­cia ble­sa cau­sa­ta dal­la man­di­bo­la spor­gen­te. «Pri­ma di co­min­cia­re ho pen­sa­to: “De­vo fa­re qual­co­sa di straor­di­na­rio”. Poi so­no ar­ri­va­to qui e mi so­no re­so con­to che in­ve­ce ba­sta­va fa­re ciò che già ave­vo in men­te. Ho bi­so­gno di es­se­re na­tu­ra­le. A ma­no a ma­no che ci av­vi­ci­nia­mo al­la sfi­la­ta, mi col­pi­sce la con­sa­pe­vo­lez­za che il mio la­vo­ro sa­rà vi­sto da al­tre per­so­ne. Pen­so sia que­sto il ve­ro si­gni­fi­ca­to di espor­re una col­le­zio­ne».

L’al­tra co­sa che im­pa­ro su­bi­to di Abloh è che il suo cer­vel­lo non smet­te mai di la­vo­ra­re. Ha la ten­den­za a ri­spon­de­re a do­man­de che non gli so­no an­co­ra sta­te po­ste

e que­sto lo ren­de un in­ter­vi­sta­to im­pre­ve­di­bi­le. Inol­tre non sta fer­mo un istan­te. Sul ta­vo­lo in­tor­no al qua­le sia­mo se­du­ti c’è una sca­to­la di pen­na­rel­li da la­va­gna di va­ri co­lo­ri, e nel pri­mo mi­nu­to del­la no­stra con­ver­sa­zio­ne li estrae dal­la con­fe­zio­ne e li ri­met­te a po­sto in con­ti­nua­zio­ne. Do­po­di­ché pas­sia­mo la mag­gior par­te dell’in­ter­vi­sta in pie­di, o cam­mi­nan­do per lo sho­w­room, toc­can­do va­ri ca­pi di ab­bi­glia­men­to e rim­bal­zan­do da un ar­go­men­to all’al­tro a ve­lo­ci­tà su­per­so­ni­ca, dal­la ri­fra­zio­ne del­la lu­ce e a che cos’ab­bia a che fa­re lui con Louis Vuit­ton (si ve­da più avan­ti) fi­no al fat­to che in gran par­te la nuo­va col­le­zio­ne di Abloh è in­fluen­za dal Ma­go di Oz (an­che per que­sto si ve­da più avan­ti).

Ma chi è que­sto in­quie­to sag­gio del­la mo­da? E co­me è ar­ri­va­to un ex stu­den­te di ar­chi­tet­tu­ra di Rock­ford, Il­li­nois, al ver­ti­ce del set­to­re men­swear di uno dei mag­gio­ri mar­chi di lus­so al mon­do?

Cre­sciu­to in una fa­mi­glia bor­ghe­se, Virgil Abloh ha avu­to un’edu­ca­zio­ne del tut­to tra­di­zio­na­le. I ge­ni­to­ri, im­mi­gra­ti del Gha­na – mam­ma sar­ta, pa­pà ma­na­ger in un’azien­da di ver­ni­ci –, han­no in­co­rag­gia­to la crea­ti­vi­tà del fi­glio fin da bam­bi­no, so­prat­tut­to la ma­dre, che gli ha in­se­gna­to i truc­chi del suo me­stie­re. Nel 2003, Virgil si è lau­rea­to in in­ge­gne­ria ci­vi­le al­la Uni­ver­si­ty of Wi­scon­sin-ma­di­son, per poi com­ple­ta­re un ma­ster in ar­chi­tet­tu­ra all’il­li­nois In­sti­tu­te of Tech­no­lo­gy. Ri­sa­le a que­sto pe­rio­do l’in­con­tro con Ka­nye We­st, suo gran­de ami­co e col­la­bo­ra­to­re. Se quel che si di­ce è ve­ro, Abloh sal­tò gran par­te del­la pro­pria ce­ri­mo­nia di lau­rea per in­con­tra­re l’al­lo­ra ma­na­ger di We­st, John Mo­no­po­ly. E po­co do­po ini­ziò a la­vo­ra­re per l’ar­ti­sta ame­ri­ca­no.

Il per­cor­so nel­la mo­da si è aper­to nel 2009. Quell’an­no – lo stes­so in cui Ka­nye We­st pro­dus­se una li­nea di snea­kers pro­prio con Vuit­ton, e al­la Ca­sa Bian­ca eb­be ini­zio la pre­si­den­za Oba­ma – Abloh fe­ce uno sta­ge in­sie­me a Ka­nye pres­so la ca­sa di mo­da ro­ma­na Fen­di, di pro­prie­tà del grup­po LVMH. Fu in que­st’oc­ca­sio­ne che cat­tu­rò l’at­ten­zio­ne di Mi­chael Bur­ke, l’ex Ceo del brand che ora ri­co­pre lo stes­so ruo­lo da Vuit­ton. «Ri­ma­si dav­ve­ro im­pres­sio­na­to da co­me (Abloh e We­st) fos­se­ro riu­sci­ti a por­ta­re un’at­mo­sfe­ra com­ple­ta­men­te nuo­va in ate­lier, e a rom­pe­re con il pas­sa­to nel sen­so più po­si­ti­vo del ter­mi­ne», ha rac­con­ta­to Bur­ke al New York Ti­mes. «Virgil era riu­sci­to a crea­re una nuo­va me­ta­fo­ra e un nuo­vo vo­ca­bo­la­rio per de­scri­ve­re qual­co­sa che ap­par­te­ne­va al­la vec­chia scuo­la, co­me Fen­di. Da al­lo­ra ho con­ti­nua­to a se­gui­re la sua car­rie­ra».

Do­po la crea­zio­ne, nel 2012, di un mar­chio di street­wear di bre­ve du­ra­ta, Py­rex Vi­sion, è sta­to con la fon­da­zio­ne di Off-whi­te, nel 2013, che Abloh ha at­ti­ra­to l’at­ten­zio­ne del mon­do. Le sue col­le­zio­ni in­cen­tra­te sul­lo street­wear – ric­che di ma­glie se­ri­gra­fa­te, fel­pe lun­ghe con il cap­puc­cio e jeans pat­ch­work – lo han­no su­bi­to re­so un no­me nel cir­cui­to del­la mo­da. A pro­po­si­to del­la col­le­zio­ne di Off-whi­te per la Pri­ma­ve­ra-esta­te 2015,

SO­NO UN DE­SI­GNER CHE NON SO­MI­GLIA A NES­SU­NO DEI DE­SI­GNER CHE CI SO­NO IN GIR O… A QUES TO PUN­TO, CHE MO TI­VO AVREI PER ES­SE­RE INSICURO? LA PAR­TE DIF­FI­CI­LE È LA VIT A. NON LA MOD A

Ala­ba­ma, o in qua­lun­que al­tro po­sto, e che non ave­va mai pen­sa­to a tut­to que­sto – la li­ber­tà di pren­de­re de­ci­sio­ni di vi­ta e di la­vo­ro se­guen­do so­lo la pro­pria­pas­sio­ne – co­me qual­co­sa di pos­si­bi­le per lui. E all’im­prov­vi­so, il fat­to che io sia qui gli fa ca­pi­re che an­che lui può far­ce­la. Ec­co per­ché ho te­nu­to quel­la con­fe­ren­za a Har­vard: non per me stes­so, ma spe­ran­do di es­se­re un fa­ro per qual­cu­no. Que­sto è lo sco­po di qual­sia­si ar­ti­sta o crea­ti­vo: vuoi es­se­re si­cu­ro che il tuo la­vo­ro ab­bia con­se­guen­ze po­si­ti­ve sugli al­tri».

La pres­sio­ne af­fin­ché Abloh man­ten­ga (e au­men­ti) i no­te­vo­li mar­gi­ni di pro­fit­to rag­giun­ti dal suo pre­de­ces­so­re, Kim Jo­nes, sa­rà de­ci­sa­men­te al­ta. Mol­ti sti­li­sti non reg­go­no una si­mi­le ten­sio­ne e – poi­ché lui in­ten­de con­ti­nua­re a di­se­gna­re col­le­zio­ni an­che per Off-whi­te, a fa­re il Dj (sì, è an­che un Dj) con il no­me d’ar­te Flat Whi­te, e si è im­pe­gna­to a rea­liz­za­re una gran­de mo­stra re­tro­spet­ti­va del suo la­vo­ro (que­st’an­no a Chi­ca­go) – nel suo ca­so la car­ne al fuo­co sa­rà an­co­ra di più. «Non puoi es­se­re un atle­ta olim­pi­co e pen­sa­re di al­le­nar­ti so­lo tre gior­ni al­la set­ti­ma­na. O con­vin­cer­ti che il tuo cer­vel­lo ab­bia bi­so­gno di ri­po­so, o con­ce­der­ti di man­gia­re tan­to sem­pli­ce­men­te per­ché ti pia­ce far­lo. De­vi sa­per­ti di­re di no», spie­ga, strin­gen­do­si nel­le spal­le. «Nel­la mia pro­spet­ti­va, sto cer­can­do di rap­pre­sen­ta­re una ge­ne­ra­zio­ne. Sai com’è, ogni ge­ne­ra­zio­ne ha dei de­si­gner di ri­fe­ri­men­to. E pen­so sia pro­prio il fat­to di di­vi­de­re il mio tem­po tra mol­ti im­pe­gni di­ver­si a ren­der­mi in gra­do di ca­pi­re quan­to è im­por­tan­te ciò che fac­cio».

E le cri­ti­che? È pron­to ad af­fron­tar­le? «Non mi pre­oc­cu­pa­no. Cer­to, se tut­ti do­ves­se­ro di­sprez­za­re la mia col­le­zio­ne do­vrò fa­re una ri­fles­sio­ne, ma io l’ho crea­ta pren­den­do in con­si­de­ra­zio­ne il con­te­sto…so­no so­lo un ri­fles­so di ciò che ac­ca­de, che ela­bo­ro e cer­co di per­fe­zio­na­re per trar­ne la mi­glior ver­sio­ne. Pro­ven­go da un per­cor­so mol­to par­ti­co­la­re, da un mo­do com­ple­ta­men­te di­ver­so di di­se­gna­re ve­sti­ti e di fa­re cul­tu­ra, e so­no ar­ri­va­to qui per gen­ti­le con­ces­sio­ne di Mon­sieur Ar­nault».

L’aplomb di Abloh è af­fa­sci­nan­te. Nien­te sem­bra tur­bar­lo e quel­la che po­treb­be ap­pa­ri­re ar­ro­gan­za va let­ta in­ve­ce co­me una for­te fi­du­cia in sé stes­so e nel­le sue idee. Quan­do gli chie­do se si sen­te mai insicuro, mi par­la di ciò che chia­ma “l’alo­ne”: un’au­ra di se­re­na cer­tez­za che gli de­ri­va dal­le sue eclet­ti­che at­ti­vi­tà. «So­no i vo­li, so­no le se­ra­te da Dj, so­no tut­ti i club da cen­to per­so­ne in cui ho suo­na­to a Co­lo­nia nell’in­dif­fe­ren­za ge­ne­ra­le men­tre quel­le cen­to per­so­ne dicevano: “Quel ra­gaz­zo fa ve­sti­ti, scar­pe, sa crea­re, ma sa an­che fa­re mol­to be­ne il Dj e mi ha fat­to vi­ve­re la not­te più bel­la del­la mia vi­ta”», rac­con­ta con un sor­ri­so. «Pren­di tut­to que­sto e fan­ne un de­si­gner che non as­so­mi­glia a nes­su­no dei de­si­gner che ci so­no in gi­ro… A que­sto pun­to, che mo­ti­vo avrei per es­se­re insicuro? La par­te dif­fi­ci­le è la vi­ta. Non la mo­da».

Una set­ti­ma­na do­po aver in­con­tra­to Abloh a Pa­ri­gi, ri­tor­no nel­la Vill­le Lu­miè­re per la sua pri­ma sfi­la­ta per Louis Vuit­ton. Tra il suo de­but­to del gio­ve­dì e la pri­ma di Kim Jo­nes per Dior il sa­ba­to, è un wee­kend im­por­tan­te per la mo­da ma­schi­le e nell’aria c’è un gran fer­men­to.

La pas­se­rel­la di Abloh, che do­mi­na l’in­te­ro giar­di­no del Pa­lais-royal, è uno sfu­ma­to ar­co­ba­le­no di aran­cio­ne, gial­lo, ver­de aci­do e bian­co. È lun­ga – ab­ba­stan­za da far pre­oc­cu­pa­re per gli in­dos­sa­to­ri che de­vo­no an­da­re avan­ti e in­die­tro nel­la ca­lu­ra esti­va – e ci so­no mi­glia­ia di stu­den­ti di va­rie uni­ver­si­tà pa­ri­gi­ne, in­vi­ta­ti da Abloh, in pie­di die­tro la pri­ma fi­la.

L’at­mo­sfe­ra è po­si­ti­va, ener­gi­ca ed ec­ci­tan­te. Tra il pub­bli­co ci so­no an­che Nao­mi Cam­p­bell, Kim Kar­da­shian e Ri­han­na, e la co­lon­na so­no­ra è sta­ta cu­ra­ta dal nuo­vo di­ret­to­re mu­si­ca­le di Vuit­ton, Be­n­ji B. Uno dei bra­ni che ri­suo­na­no lun­go la pas­se­rel­la è – in­do­vi­na­te un po’ – di Ka­nye We­st, an­che lui pre­sen­te.

Quan­do la sfi­la­ta ini­zia, sal­ta su­bi­to all’oc­chio che i pri­mi di­cias­set­te in­dos­sa­to­ri che scen­do­no in pas­se­rel­la han­no la pel­le scu­ra. In un’epo­ca in cui mol­ti brand lot­ta­no an­co­ra per pre­sen­ta­re in una sfi­la­ta uno o due mo­del­li di co­lo­re su quaranta, que­sta di Abloh è un’af­fer­ma­zio­ne for­te, an­che per­ché pro­vie­ne da uno dei mar­chi di mo­da più in­fluen­ti al mon­do.

Il se­con­do ele­men­to che col­pi­sce è che mol­ti dei mo­del­li so­no per­so­nag­gi ce­le­bri: il mu­si­ci­sta A$AP Na­st, l’ar­ti­sta Blon­dey Mc­coy, il rap­per Kid Cu­di e lo ska­ter Lu­cien Clar­ke.

Con que­sto de­but­to per Vuit­ton, Abloh pre­sen­ta il suo ma­ni­fe­sto pro­gram­ma­ti­co: sta nor­ma­liz­zan­do la di­ver­si­tà a tal pun­to che da og­gi in poi sa­rà im­ba­raz­zan­te e dan­no­so, per gli al­tri mar­chi, non se­guir­ne l’esem­pio. «Even­ti co­me que­sto», mi spie­ga, «so­no piat­ta­for­me im­men­se, ca­pa­ci di ri­suo­na­re nel mon­do ester­no in mo­do gran­dio­so. Non sto fa­cen­do il fur­bo, mi sto ser­ven­do dei mo­del­li co­me per­so­ne, non so­lo co­me cor­pi per ren­de­re bel­li i miei ve­sti­ti. E non ho scel­to so­lo ra­gaz­zi dal­la pel­le scu­ra, ma ar­ti­sti e ami­ci. Ora, con que­sta sfi­la­ta ho una ba­se da cui par­ti­re per cam­bia­re il set­to­re, ed è giu­sto che lo fac­cia. Non è un se­gre­to: sia­mo de­si­gner, quin­di creia­mo ten­den­ze, por­tia­mo te­mi in pri­mo piano, pos­sia­mo far sì che la gen­te si con­cen­tri su qual­co­sa op­pu­re che si con­cen­tri su di noi. Que­st’ul­ti­mo pun­to non mi in­te­res­sa. Mi in­te­res­sa in­ve­ce usa­re la mia cas­sa di ri­so­nan­za – so­no tra i po­chi uo­mi­ni afroa­me­ri­ca­ni ad aver­ne una – per co­strui­re una ca­sa, per da­re poe­sia agli es­se­ri uma­ni. I mo­del­li so­no per me, nel­la mia men­te, per pri­ma co­sa de­gli ar­ti­sti, non uo­mi­ni con la pel­le scu­ra».

Gli abi­ti so­no all’al­tez­za del­le aspet­ta­ti­ve. La par­ten­za – giac­ca a dop­pio­pet­to in la­na mo­hair bian­ca, pan­ta­lo­ni dou­ble pleat, cin­tu­ra col mo­no­gram­ma LV, am­pio bor­so­ne bian­co in pel­le stam­pa­ta a coc­co­dril­lo – fa già ca­pi­re do­ve si an­drà a pa­ra­re. I se­di­ci look che se­guo­no so­no tut­ti bian­chi, e tut­ti te­sti­mo­nia­no il ta­len­to di Abloh, che è riu­sci­to a con­fe­ri­re a ogni out­fit un sen­so di in­tri­gan­te pro­fon­di­tà.

Tra le va­rie pro­po­ste, no­tia­mo de­gli straor­di­na­ri pan­ta­lo­ni in pel­le tie-dye e T-shirt di co­to­ne, ma leg­ge­re co­me se­ta. C’è an­che una nuo­va forma di “se­mi-in­du­men­to”, che ve­ste la schie­na e la vi­ta di mol­ti mo­del­li. Si trat­ta di bor­se da viag­gio pro­get­ta­te per es­se­re in­dos­sa­te piut­to­sto che tra­spor­ta­te, con una se­rie di im­bra­ca­tu­re in pel­le do­ta­te di ta­sche mul­ti­ple (a me­tà tra una giac­ca, una bor­sa a tra­col­la e una di quel­le fon­di­ne ascel­la­ri che si ve­do­no nei po­li­zie­schi ame­ri­ca­ni de­gli An­ni 80). Ci so­no ca­mi­cie di po­pe­li­ne bian­che ri­fi­ni­te con del­le top­pe e c’è una mez­za giac­ca con un’im­bra­ca­tu­ra su una ma­ni­ca. «Ho rea­liz­za­to una nuo­va ti­po­lo­gia di in­du­men­ti: so­no ca­pi di me­dio pe­so, al no­stro in­ter­no li chia­mia­mo “ac­ces­sa­mor­pho­sis”», spie­ga Abloh. «Un ter­mi­ne co­nia­to dal­la squa­dra del­lo sty­ling. Fa par­te del no­stro ma­ni­fe­sto, è il pun­to in cui un ac­ces­so­rio di­ven­ta un in­du­men­to».

Do­po­di­ché ven­go­no pre­sen­ta­te al­cu­ne pro­po­ste ispi­ra­te al Ma­go di Oz. C’è una fel­pa con cap­puc­cio in ny­lon e una giac­ca da col­le­ge ri­ca­ma­ta a ma­no con l’im­ma­gi­ne di Ju­dy Gar­land nei pan­ni di Do­ro­thy che dor­me in un cam­po di pa­pa­ve­ri. C’è an­che un ma­glio­ne gi­ro­col­lo jac­quard vio­la, stam­pa­to con le si­lhouet­te di Do­ro­thy, dell’uo­mo di Lat­ta, del Leo­ne Co­dar­do e del­lo Spa­ven­ta­pas­se­ri a brac­cet­to lun­go la stra­da di mat­to­ni gial­li, che ri­man­da all’al­le­gra pas­se­rel­la di Abloh.

Il de­si­gner ri­tie­ne for­se che l’in­ca­ri­co per Louis Vuit­ton gli ab­bia per­mes­so di rag­giun­ge­re il suo Oz per­so­na­le? «Quel film par­la di stra­nia­men­to, e que­sto ri­spec­chia in ef­fet­ti il nuo­vo mon­do in cui mi trovo», di­ce pen­sie­ro­so. «Il con­te­sto del­la col­le­zio­ne è ba­sa­to

SE MI TR OVO QUI È PER CHÉ, QUAN­DO ENTRAVO IN UN NE GOZIO LOUIS VUIT­TON, NON PO TEVO PERMETTERM­I CIÒ CHE MI PIA CE­VA. QUE­STA ASPIRAZION­E HA PLA­SMA TO IL MIO SEN­SO DEL DO VE­RE

sul pri­sma, ec­co per­ché l’iri­de­scen­za in ar­ti­co­li co­me la bor­sa tra­spa­ren­te: la lu­ce en­tra e si ri­fran­ge nei co­lo­ri dell’in­te­ro spet­tro di Louis Vuit­ton. Ve­di l’esplo­sio­ne in cui si tra­sfor­ma la lu­ce. E poi vai a fi­ni­re nel Ma­go di Oz. L’ar­co­ba­le­no di co­lo­ri, il tie-dye, tut­to ha una coe­ren­za. Ec­co per­ché pri­ma ho det­to che ci ho ri­flet­tu­to a fon­do. È una col­le­zio­ne per il tu­ri­sta e per il pu­ri­sta. È co­me il ra­gaz­zi­no che ama Su­pre­me e non ha bi­so­gno di ca­pi­re in pro­fon­di­tà, ma una pro­fon­di­tà è co­mun­que pre­sen­te».

I te­mi del­la col­le­zio­ne di de­but­to di Abloh per Louis Vuit­ton so­no ric­chi e in­ten­si. Da do­ve gli pro­ven­go­no le idee? Chi lo ispi­ra? «Marc Ja­cobs, per esem­pio. So­no se­du­to nell’uf­fi­cio che oc­cu­pa­va lui, in­cre­di­bi­le eh? (Ja­cobs è sta­to di­ret­to­re crea­ti­vo di Louis Vuit­ton dal 1997 al 2013, ndr). E poi Phoe­be Phi­lo», di­ce con de­fe­ren­za, «una sti­li­sta che per una ge­ne­ra­zio­ne ha pro­dot­to un’idea dav­ve­ro mo­der­na di ciò che la mo­da po­treb­be es­se­re. Il suo la­vo­ro è mol­to elo­quen­te sen­za in real­tà di­re al­cun­ché, e con que­sto ha aper­to una stra­da. Ma mi so­no ispi­ra­to an­che a per­so­nag­gi del­la cul­tu­ra pop: Phar­rell e Ka­nye We­st mi han­no istrui­to sui brand, sull’eu­ro­pa, su co­sa c’è là fuo­ri. Non si trat­ta so­lo dei de­si­gner che so­no ve­nu­ti pri­ma di me, ma di tut­ti co­lo­ro che han­no do­na­to qual­co­sa di sé e usato il pro­prio la­vo­ro per par­la­re a una ge­ne­ra­zio­ne più gio­va­ne: Ja­mes Jeb­bia con Su­pre­me, Karl La­ger­feld».

Quan­do gli chie­do, nell’in­ter­vi­sta pri­ma del­la sfi­la­ta, di mo­strar­mi i suoi pez­zi preferiti, si tro­va in dif­fi­col­tà a sce­glie­re. An­zi­tut­to pun­ta al tie-dye. «Non fun­zio­na so­lo sul jer­sey, ma an­che sul­la pel­le: i pan­ta­lo­ni tin­ti a ma­no so­no in­tri­gan­ti». Poi in­di­ca una spu­meg­gian­te ca­mi­cia di crê­pe de Chi­ne di un te­nue co­lor pi­stac­chio. «Per il mio ab­bi­glia­men­to for­ma­le, que­sto è il ti­po di det­ta­glio a cui pre­sto at­ten­zio­ne», di­ce, in­di­can­do l’an­go­lo per­fet­to del col­let­to. «Mi pia­ce pren­de­re un det­ta­glio e stra­vol­ger­lo. Lo ado­ro».

Quin­di pro­se­gue nel­la scel­ta: una vi­va­ce T-shirt hea­vy­weight, che se non mi ver­go­gnas­si chie­de­rei di por­tar­mi a ca­sa. «Vo­le­vo una T-shirt di quel­le che po­tre­sti ave­re nell’ar­ma­dio», spie­ga Abloh, mo­stran­do­me­la in mo­do che io pos­sa ve­de­re più chia­ra­men­te il di­se­gno dell’au­da­ce ar­co­ba­le­no tie-dye. «Sem­bra ve­ni­re dal per­fet­to ne­go­zio vin­ta­ge di Los Angeles. Ri­ten­go im­por­tan­te rea­liz­za­re an­che ca­pi di que­sto ti­po. Na­tu­ral­men­te fac­cia­mo sar­to­ria di al­to li­vel­lo e abi­ti più tra­di­zio­na­li, ma per­so­nal­men­te è que­sto che cer­co. Per­ché quan­do va­do a fa­re shop­ping in quel ti­po di ne­go­zio, trovo sem­pre un ca­po clas­si­co che mi man­ca­va».

Non è un se­gre­to che Louis Vuit­ton co­sti mol­to. En­tran­do in una del­le bou­ti­que del brand, dif­fi­cil­men­te si riu­sci­rà a spen­de­re me­no di 700 eu­ro per un pa­io di snea­kers o 2 mi­la per un bor­so­ne. Abloh si è fat­to stra­da co­me pro­dut­to­re di ab­bi­glia­men­to street­wear a bas­so co­sto: non lo preoc­cu­pa, gli chie­do, il fat­to che Louis Vuit­ton sia trop­po ca­ro per mol­ti dei gio­va­ni che sta cer­can­do di rag­giun­ge­re? «A que­sto li­vel­lo, la mae­stria e la qua­li­tà so­no l’aspet­to più im­por­tan­te. Uno dei mo­ti­vi per cui mi trovo qui è che, quan­do entravo in un ne­go­zio Vuit­ton, non po­te­vo permetterm­i ciò che mi pia­ce­va, e que­sta aspirazion­e ha pla­sma­to il mio stes­so sen­so del do­ve­re. Se le bor­se Louis Vuit­ton non fos­se­ro co­sì co­sto­se, io og­gi non met­te­rei nel mio la­vo­ro l’im­pe­gno che ci met­to».

Virgil Abloh si è tra­sfe­ri­to a Pa­ri­gi da Chi­ca­go so­lo tre set­ti­ma­ne pri­ma del no­stro in­con­tro – un me­se pri­ma del­la sfi­la­ta – e at­tual­men­te vi­ve a Saint-ger­main-de­sP­rés con la mo­glie Shan­non e i lo­ro fi­gli Lo­we e Gray. Quan­do gli chie­do co­me rie­sca a bi­lan­cia­re la vi­ta fa­mi­lia­re con cen­ti­na­ia di mi­glia­ia di chi­lo­me­tri di viag­gi ae­rei, si di­mo­stra co­me sem­pre ener­gi­co e po­si­ti­vo. «Vi­vo sem­pre in po­sti di­ver­si, non sto mai nel­la stes­sa cit­tà per più di set­te gior­ni. Ci so­no mol­te co­se che de­vi fa­re a que­sto li­vel­lo. Per esem­pio de­vo es­se­re in Asia per qual­co­sa a cui non pos­so man­ca­re, e al tem­po stes­so c’è il Ga­la del Met, i Cf­da Awards e tut­to il re­sto». E il re­lax? Co­me fa? «Il la­vo­ro per me è ri­las­san­te, so­no fe­li­ce di fa­re ciò che fac­cio. Il re­lax è l’op­po­sto del crea­re qual­co­sa, pro­ba­bil­men­te non il più sa­no, ma…».

Sor­ri­de, e con un tran­quil­lo «De­vo schiz­za­re via…» – fra­se che gli ho già sen­ti­to pro­nun­cia­re – l’uo­mo più im­pe­gna­to del mon­do del­la mo­da (e il più ri­chie­sto, pros­si­ma­men­te) va a sce­glie­re le mu­si­che per la sfi­la­ta e, spe­ro per lui, a go­der­si un mo­men­to di quel de­li­zio­so pran­zo ri­ser­va­to al­lo staff. Ma quan­to spa­zio ci sia poi dav­ve­ro per il ci­bo nel pro­gram­ma di Virgil Abloh, fran­ca­men­te non sa­prei.

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