CHATWIN, IL VIAGGIO 30 ANNI DO­PO

GQ (Italy) - - Prologo - Te­sto di MARÍA SONIA CRISTOFF*

Sa­rà la fo­to in cui Bru­ce Chatwin guar­da drit­to nell’obiet­ti­vo di Lord Sno­w­don? Sa­ran­no i ber­mu­da ka­ki, quel­li che Su­san­nah Clapp, la sua edi­tor sto­ri­ca, chia­ma­va “i pan­ta­lon­ci­ni di Bru­ce”, ri­fe­ren­do­si al lo­ro ta­glio in­fan­ti­le? Sa­ran­no i viag­gia­to­ri che si fer­ma­no in un pun­to qua­lun­que del Sud Ame­ri­ca e apro­no In Pa­ta­go­nia co­me se po­tes­se­ro tro­var­vi in­di­ca­zio­ni sul­la di­re­zio­ne da pren­de­re? O sa­rà sta­ta la rea­zio­ne dei pa­ta­go­ni­ci, quel­li che si so­no sen­ti­ti tra­di­ti dal­la de­scri­zio­ne che ne dà il li­bro, e quel­li che in­ve­ce non com­pa­io­no tra le pa­gi­ne ma pen­sa­no che nul­la di quan­to scrit­to sia ve­ro? E che di­re di Osval­do Bayer, l’au­to­re di Pa­ta­go­nia re­bel­de, ci­ta­to co­sì ma­le nel te­sto di Chatwin? Vo­glia­mo for­se di­scu­te­re del dua­li­smo tra ap­pro­pria­zio­ne e pla­gio? O del mi­ni­ma­li­smo no­ma­de con­trap­po­sto all’osten­ta­zio­ne del­le li­bre­rie ca­ri­che di li­bri, o dei gi­ri com­piu­ti in­tor­no al­la pro­pria omo­ses­sua­li­tà?

Po­che ap­pa­ri­zio­ni pub­bli­che e uf­fi­cia­li, mol­ti in­con­tri pri­va­ti e con­ver­sa­zio­ni in­for­ma­li: Chatwin ave­va quel­la ca­pa­ci­tà tut­ta “chat­wi­ne­sca” di fa­re

let­te­ra­tu­ra sui bor­di del tac­cui­no. Uno stra­vol­gi­men­to del­la cro­no­lo­gia clas­si­ca, che con­si­de­ra le an­no­ta­zio­ni co­me il pun­to di par­ten­za del­la let­te­ra­tu­ra, e non il pun­to di ar­ri­vo. Che co­sa fa di Bru­ce Chatwin un au­to­re tan­to ce­le­bre quan­to con­te­sta­to se vi­sto da qui, dal­la Pa­ta­go­nia? Che cos’è que­sta mi­sce­la di so­spet­to e av­ver­si­tà che emer­ge ogni vol­ta che vie­ne fat­to il suo no­me? Sa­rà a cau­sa di In Pa­ta­go­nia? Ci so­no più ver­sio­ni sul mo­men­to e sul mo­do in cui la Pa­ta­go­nia di­ven­ta un’os­ses­sio­ne per Bru­ce Chatwin. Al­cu­ne si pos­so­no leg­ge­re nei ca­pi­to­li del li­bro. Io mi ri­fac­cio a quel­la che pre­fe­ri­sco, che si tro­va in Ana­to­mia dell’ir­re­quie­tez­za, rac­col­ta po­stu­ma de­gli ar­ti­co­li scrit­ti tra il 1969 e il 1989, l’an­no del­la mor­te. E ag­giun­go i fat­ti ri­por­ta­ti nel­la bio­gra­fia scrit­ta da Su­san­nah Clapp ( Con Chatwin, edi­to in Ita­lia da Adel­phi, pagg. 278, 16 €) e in quel­la, mo­nu­men­ta­le, di Ni­cho­las Sha­ke­spea­re ( Bru­ce Chatwin, pub­bli­ca­to da Da­lai Edi­to­re nel 1999). Que­sta ver­sio­ne dell’in­con­tro con l’idea del­la Pa­ta­go­nia ha a che fa­re con il rac­con­to del­le vol­te che Chatwin ha de­ci­so di ri­nun­cia­re a qual­co­sa, di pas­sa­re ol­tre.

Chatwin è un ado­le­scen­te cre­sciu­to a Bir­min­gham, che ar­ri­va a Lon­dra a 18 anni con l’in­ten­zio­ne di eli­mi­na­re ogni pro­vin­cia­li­smo. Tro­va un la­vo­ro al­la ca­sa d’aste So­the­by’s e fa ve­lo­ce­men­te car­rie­ra, pas­san­do da ca­ta­lo­ga­to­re a esper­to d’ar­te. Tan­to al col­lo­quio di as­sun­zio­ne quan­to nel gior­no del­la pro­mo­zio­ne, la sua ca­pa­ci­tà di os­ser­va­zio­ne ri­sul­ta evi­den­te: nel pri­mo ca­so è ca­pa­ce di ri­cor­da­re nel det­ta­glio lo sche­ma dei giar­di­ni di Ave­bu­ry Ma­nor; nel se­con­do, de­cre­ta che un qua­dro di Pi­cas­so non è au­ten­ti­co, e ciò av­vie­ne al co­spet­to di un in­di­scus­so esper­to d’ar­te.

Più che guar­da­re, Chatwin sem­bra scan­sio­na­re la sce­na e ar­chi­via­re i suoi par­ti­co­la­ri. Sot­to­li­nea il de­si­de­rio di es­se­re “una sor­ta di Car­tier-bres­son let­te­ra­rio”, un ar­ti­sta in gra­do di tro­va­re l’istan­te de­ci­si­vo, mai in an­ti­ci­po o in ri­tar­do, nem­me­no di un se­con­do. Que­sta ca­pa­ci­tà e la sua na­tu­ra­le pro­pen­sio­ne a for­mu­la­re ipo­te­si az­zar­da­te di­ven­ta­no ben pre­sto il suo pun­to di for­za. Da So­the­by’s, ma an­che al­tro­ve, Chatwin è fa­mo­so per ave­re oc­chio, per sa­per di­stin­gue­re il ve­ro dal fal­so. È cu­rio­so, e per­ciò in­te­res­san­te, che nel suo pri­mo li­bro, In Pa­ta­go­nia, si sia de­di­ca­to all’op­po­sto: a ren­de­re va­ghi i con­fi­ni tra car­te uf­fi­cia­li e im­ma­gi­na­zio­ne.

Ma tor­nia­mo al­la sua pri­ma ri­nun­cia, che ar­ri­va in un mo­men­to di gran­de suc­ces­so, di in­con­tri e di viag­gi al­la ri­cer­ca di pez­zi da met­te­re all’asta. Chatwin co­min­cia a sof­fri­re di epi­so­di di ce­ci­tà. Si sot­to­po­ne a una lun­ga se­rie di esa­mi, ma sem­bra non es­ser­vi nul­la di fi­sio­lo­gi­co. Al­la fi­ne pen­sa che l’oc­chio gli stia di­cen­do quan­to sia stan­co di quel­la vi­ta. Per­ciò ri­nun­cia a quel­lo che ha, che è. Par­te per la Sco­zia, per stu­dia­re ar­cheo­lo­gia all’uni­ver­si­tà di Edim­bur­go. Il gior­no in cui sta sca­van­do in un si­to dell’età del bron­zo, il ri­fiu­to de­gli og­get­ti pre­zio­si – cioè del­le col­le­zio­ni, cioè di So­the­by’s e del mon­do che ave­va la­scia­to die­tro di sé – riap­pa­re con la for­za di una mi­nac­cia. E Chatwin ri­nun­cia per la se­con­da vol­ta. Si met­te, in­ve­ce, a la­vo­ra­re su una sua vec­chia os­ses­sio­ne: un li­bro in cui mi­ra a di­mo­stra­re co­me il no­ma­di­smo sia la­ten­te nel ge­ne­re uma­no e il mo­vi­men­to il con­trap­pun­to del­le so­cie­tà ma­la­te. In­ve­ce di pro­gre­di­re, re­sta pe­rò im­pan­ta­na­to in una se­rie di ci­ta­zio­ni, ipo­te­si in­con­clu­den­ti, pas­sag­gi spro­por­zio­na­ti. Per­ciò mol­la il col­po. Ri­ma­ne con il fal­li­men­to e i suoi 33 anni che gli pe­sa­no ad­dos­so. Nient’al­tro.

Una chia­ma­ta da par­te di Fran­cis Wyn­d­ham − scrit­to­re, cri­ti­co ed edi­to­re lon­di­ne­se, men­to­re di V. S. Nai­paul e di Jean Rhys − lo por­ta in­fi­ne a scri­ve­re per i gior­na­li; pro­fi­li, re­por­ta­ge e cro­na­che per il Sun­day Ti­mes. L’ac­cop­pia­ta fun­zio­na: Wyn­d­ham lo aiu­ta a tro­va­re nel cam­po del­la scrit­tu­ra quell’oc­chio che ave­va nel­le ar­ti vi­si­ve e poi lo in­ci­ta a scri­ve­re un li­bro. Per uno di que­sti

ar­ti­co­li, Chatwin va a Pa­ri­gi, do­ve Ei­leen Gray, ar­chi­tet­to mol­to ap­prez­za­ta da Le Cor­bu­sier, lo ri­ce­ve nel suo stu­dio. Chatwin ve­de su una pa­re­te una map­pa del­la Pa­ta­go­nia che lei ha di­pin­to. «Ho sem­pre de­si­de­ra­to co­no­sce­re quel po­sto», com­men­ta. La Gray ha 93 anni e nes­sun ti­mo­re di la­vo­ra­re quat­tor­di­ci ore al gior­no, ma ne ha nei con­fron­ti di un viaggio co­sì lon­ta­no. «An­che io. Va­da lei per me». E co­sì, an­co­ra una vol­ta, Chatwin pas­sa ol­tre. Man­da un te­le­gram­ma al Sun­day Ti­mes con ze­ro spie­ga­zio­ni: «Go­ne to Pa­ta­go­nia for four mon­ths».

Al­cu­ni li­bri fan­no quel che pos­so­no: ci in­trat­ten­go­no. Al­tri an­co­ra cam­bia­no le re­go­le del gio­co. E que­sto è ciò che ac­cad­de con In Pa­ta­go­nia: men­tre il XX se­co­lo si av­vi­ci­na­va al­la fi­ne, l’ope­ra di Chatwin de­cre­ta che il rac­con­to di viaggio è mor­to. O, per me­glio di­re, che è mor­to nei ter­mi­ni in cui esi­ste­va nel gre­co an­ti­co del geo­gra­fo Pau­sa­nia. Chatwin lo di­rà a una con­fe­ren­za che lo ve­drà al fian­co di Paul The­roux, a Lon­dra, due anni do­po la pub­bli­ca­zio­ne del suo li­bro (il re­port di­ven­te­rà poi Ri­tor­no in Pa­ta­go­nia). So­stie­ne che il viaggio è un de­to­na­to­re di let­te­ra­tu­ra, non una ga­ran­zia di ve­ri­tà di­mo­stra­bi­li in se­de di giu­di­zio.

In Pa­ta­go­nia è, in par­te, una suc­ces­sio­ne di mi­cro­rac­con­ti co­strui­ti at­tor­no a per­so­ne in­con­tra­te in viaggio e con­ver­ti­te in per­so­nag­gi: la dot­to­res­sa rus­sa che leg­ge Man­del’štam, l’ira­nia­no che pre­di­ca l’islam ac­com­pa­gna­to dal fi­dan­za­to bo­li­via­no, il te­de­sco che non ave­va fat­to la guer­ra ma non smet­te­va mai di par­lar­ne, l’ar­gen­ti­no lea­der de­gli scio­pe­ri de­gli anni Ven­ti, che fi­ni­sce per sui­ci­dar­si da­van­ti a uno spec­chio nel vil­lag­gio ci­le­no del suo esi­lio, il pia­ni­sta del­le sue ore in­son­ni e, ov­via­men­te, la ri­co­stru­zio­ne del­la sto­ria del lon­ta­no cu­gi­no Char­les Mil­ward; im­pren­di­to­re sen­za scru­po­li, con­so­le in­gle­se a Pun­ta Are­nas al­la fi­ne dell’ot­to­cen­to, co­lui che in­viò in In­ghil­ter­ra il fram­men­to dell’ipo­te­ti­co bron­to­sau­ro che re­se la Pa­ta­go­nia un’os­ses­sio­ne per il Chatwin bam­bi­no e che al­la fi­ne del li­bro ri­sul­ta es­se­re la pel­le di un al­tro ani­ma­le. In­som­ma: un fal­so.

Ma l’ope­ra di Chatwin sca­va an­che in un ter­ri­to­rio so­li­ta­men­te as­so­cia­to al “nul­la”, o al­la na­tu­ra da car­to­li­na. È co­sì che In Pa­ta­go­nia con­ver­sa con al­cu­ni de­gli au­to­ri che han­no get­ta­to le ba­si let­te­ra­rie del­la re­gio­ne, da Char­les Dar­win a W.H. Hud­son, e tro­va trac­ce di Pa­ta­go­nia ne­gli au­to­ri più im­pen­sa­bi­li, da Dan­te a John Don­ne, ri­sa­le al ma­te­ria­le do­cu­men­ta­rio dal qua­le era­no na­te ope­re co­me Un viaggio al Po­lo Sud di Ja­mes Wed­dell, a sua vol­ta ba­se per Sto­ria di Ar­thur Gor­don Pym, Nel cuo­re del­la Pa­ta­go­nia di He­ske­th Pri­chard, Il mon­do per­du­to di Ar­thur Co­nan Doy­le. Nel­la Bal­la­ta del vec­chio ma­ri­na­io di Co­le­rid­ge Chatwin ve­de trac­ce del­la sfor­tu­na­ta spe­di­zio­ne di un bril­lan­te viag­gia­to­re, John Da­vis, lun­go la co­sta del Sud; in Ca­li­ba­no del­la Tem­pe­sta sha­ke­spea­ria­na rav­vi­sa trac­ce dei mo­men­ti te­si che la spe­di­zio­ne di Ma­gel­la­no, rac­con­ta­ta da Pi­ga­fet­ta, at­tra­ver­sò nel por­to di San Ju­lián.

È dun­que que­sta se­rie di as­so­cia­zio­ni e ipo­te­si il nu­cleo in cui ri­sie­de la for­za di In Pa­ta­go­nia? Un in­ge­gno­so si­ste­ma di eru­di­zio­ne, che non ha nul­la di stu­pe­fa­cen­te nell’era de­gli esplo­ra­to­ri di­gi­ta­li? Nien­te af­fat­to: que­sti so­no i pas­sag­gi che ren­do­no espli­ci­ta la chia­ve in cui de­ve es­se­re let­to il li­bro. Una chia­ve let­te­ra­ria che con­di­vi­de le li­nee nar­ra­ti­ve spe­ri­men­ta­li del Ven­tu­ne­si­mo se­co­lo: la pol­ve­riz­za­zio­ne dal­la di­co­to­mia ve­ro/ fal­so, l’am­bi­gui­tà di ge­ne­re, l’ac­ca­val­la­men­to di ci­ta­zio­ni, l’ap­pro­pria­zio­ne in­te­sa co­me ri­sor­sa e non co­me “mar­chio di fab­bri­ca”, il ri­tor­no a un ca­no­ne per tra­sfi­gu­rar­lo, la no­ia per le bel­le let­te­re, la pri­ma per­so­na pre­sen­te tan­to quan­to elu­si­va, il ca­muf­fa­men­to dell’au­to­bio­gra­fia, le con­nes­sio­ni tra let­te­ra­tu­ra e vi­ta, l’at­tra­zio­ne per i re­sti, per i fram­men­ti.

Mol­ti ri­fiu­ta­ro­no, e ri­fiu­ta­no an­co­ra, di leg­ge­re in que­sta chia­ve un rac­con­to che si ba­sa su un viaggio. In que­sto ca­so, i let­to­ri non cer­ca­no

let­te­ra­tu­ra, vo­glio­no un re­so­con­to. Il pri­mo, o al­me­no uno dei più ce­le­bri, fu Paul The­roux, il qua­le af­fer­mò che il li­bro di Chatwin la­scia­va dei pun­ti oscu­ri: co­me ha viag­gia­to il nar­ra­to­re da un luo­go a un al­tro, che co­sa è suc­ces­so tra un rac­con­to e l’al­tro? In ri­spo­sta ai pro­pri que­si­ti, The­roux pre­se la me­tro­po­li­ta­na a Bo­ston e una lun­ga fi­la di pas­sag­gi che lo por­te­ran­no a un pic­co­lo vil­lag­gio vi­ci­no al­la Cor­di­glie­ra del­le An­de, tra­git­to rac­con­ta­to con do­vi­zia di par­ti­co­la­ri in L’ul­ti­mo tre­no del­la Pa­ta­go­nia, del 1979. The­roux non si re­se con­to, co­me mol­ti al­tri, che l’aspet­to più in­te­res­san­te del­la let­te­ra­tu­ra è ciò che vie­ne omes­so. Su que­sto ter­re­no la pro­sa di Chatwin è ma­gi­stra­le. E non so­lo in que­st’ope­ra.

Lo sti­le non è pe­rò ciò a cui ba­da­no mag­gior­men­te i let­to­ri di viaggio, fis­sa­ti in­ve­ce dal­la tria­de av­ven­tu­ra-no­vi­tà-ve­ri­tà. L’av­ven­tu­ra re­sa dai par­ti­co­la­ri per­so­na­li è pre­sen­te nei li­bri di The­roux. L’idea è quel­la dei det­ta­gli che crea­no iden­ti­fi­ca­zio­ne nel let­to­re, ve­di Bill Bry­son. La real­tà è che è già tar­di, an­che per la no­vi­tà: Marc Au­gé lo di­mo­stra chia­ra­men­te nel suo Il viaggio im­pos­si­bi­le. Il mo­del­lo del viag­gia­to­re che tor­na con un rac­con­to gra­zie al qua­le i suoi con­tem­po­ra­nei ver­ran­no a co­no­scen­za di qual­che mi­ste­ro è mor­to e se­pol­to. In real­tà, so­stie­ne Au­gé, og­gi viag­gia­mo più al­la ri­cer­ca di co­se che già co­no­scia­mo: ho­tel che ci ri­cor­da­no quel­li in cui ab­bia­mo sog­gior­na­to dall’al­tra par­te del glo­bo, pub­bli­ci­tà di mar­chi che ab­bia­mo in va­li­gia, mu­sei che ben co­no­scia­mo da in­ter­net. Or­mai l’esplo­ra­zio­ne dell’igno­to è so­lo un’il­lu­sio­ne.

Al Chatwin di In Pa­ta­go­nia si è cri­ti­ca­to l’uso ca­pric­cio­so del ma­te­ria­le do­cu­men­ta­rio, il di­sprez­zo im­pli­ci­to di no­mi e ter­mi­ni spa­gno­li, i ri­ma­su­gli dell’im­pe­ria­li­smo bri­tan­ni­co, le svi­ste nel­le te­sti­mo­nian­ze. Que­st’ul­ti­mo pun­to è il più in­te­res­san­te: il rap­por­to di uno scrit­to­re con i suoi in­ter­vi­sta­ti è un te­ma dif­fi­ci­le, che pre­ten­de un buon li­bro che non è an­co­ra sta­to scrit­to. Il pro­ble­ma prin­ci­pa­le di In Pa­ta­go­nia è che la ri­co­stru­zio­ne di quel­la Pa­ta­go­nia fi­ne Anni Set­tan­ta è ana­cro­ni­sti­ca, a trat­ti fan­ta­sio­sa. Tut­ti i per­so­nag­gi − un puzz­le di esi­lia­ti − che il nar­ra­to­re in­con­tra per co­strui­re i suoi mi­cro­rac­con­ti so­no in­te­res­san­tis­si­mi, ma so­no in ri­tar­do di qua­si un se­co­lo: so­no ti­pi­ci del­la Pa­ta­go­nia ot­to­cen­te­sca. Non c’è il mi­ni­mo ac­cen­no agli ar­gen­ti­ni na­ti in lo­co o giun­ti dal Nord del Pae­se, né ai la­vo­ra­to­ri del pe­tro­lio, né agli hip­py che si era­no fer­ma­ti sul­la Cor­dil­le­ra, né ai mi­li­tan­ti e ai per­se­gui­ta­ti che ave­va­no op­ta­to, di fron­te al­la vio­len­za po­li­ti­ca di quell’epo­ca, per l’esi­lio in­ter­no al Pae­se, nel­le sue pro­pag­gi­ni a sud.

Tut­ta­via, non mi sem­bra un pro­ble­ma che mi­nac­ci l’im­por­tan­za dell’ope­ra. Cre­do che, pur nel suo ana­cro­ni­smo di stam­po ro­man­ti­co, In Pa­ta­go­nia col­ga con sot­ti­gliez­za la cen­tra­li­tà nel­la cul­tu­ra pa­ta­go­ni­ca dell’es­se­re sem­pre in mo­vi­men­to, di pas­sag­gio, an­che in fu­ga. Fo­ca­liz­zan­do­si su per­so­nag­gi ar­ri­va­ti da po­co, o su quel­li pre­sen­ti da tan­to, tut­ti in un pe­ren­ne sta­to tran­si­to­rio, con­vin­ti di tor­na­re in­die­tro, o di an­dar­se­ne in un po­sto più lon­ta­no an­co­ra, l’ope­ra di Chatwin co­glie un mo­do di sta­re al mon­do che la cul­tu­ra pa­ta­go­ni­ca ha fat­to pro­prio nell’ot­to­cen­to e mai più ab­ban­do­na­to. L’au­to­re si ac­con­ten­ta, e qua­le scrit­to­re non lo fa­reb­be?, di aver tro­va­to uno sce­na­rio per­fet­to per os­ser­va­re il pro­prio ro­vel­lo: quel­lo dell’in­quie­tu­di­ne, la man­can­za di una pa­ce, quel­la pa­ce al­la qua­le ave­va vo­lon­ta­ria­men­te ri­nun­cia­to com­piu­ti i 30 anni.

Bru­ce Chatwin, lo scrit­to­re che ha sov­ver­ti­to le re­go­le del rac­con­to di viaggio. Mo­ri­va nel 1989, 30 anni fa, a 48 anni

Bru­ce Chatwin al­la ca­sa d’aste So­the­by’s: as­sun­to co­me ca­ta­lo­ga­to­re, fa su­bi­to car­rie­ra co­me esper­to d’ar­te

Chatwin in Be­nin, nel 1976, al­la cor­te di re Sag­ba­d­jou, Da que­sta espe­rien­za na­sce­rà Il vi­ce­ré di Oui­dah

Chatwin nel 1980. An­no­ta­va tut­to sui suoi tac­cui­ni, i Mo­le­ski­ne, di­ven­ta­ti un mu­st ha­ve dei viag­gia­to­ri

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.