RAGAZZE DA TEMERE

Pre­pa­ra­te­vi a me­si di fuo­co con Eli­sa­be­th Moss

GQ (Italy) - - LIFE / CINEMA - Te­sto di RO­BER­TO CRO­CI

C’è sta­ta un’epo­ca in cui il We­st Si­de di Ma­n­hat­tan era un luo­go in­fer­na­le e Hell’s Kit­chen ne era il cuo­re cruen­to: la ma­fia ir­lan­de­se fa­ce­va il la­vo­ro spor­co per con­to di quel­la ita­lia­na, in un cre­scen­do di ter­ro­re. Lì, al­la fi­ne de­gli An­ni 70, nel­la ver­sio­ne di una se­rie a fu­met­ti, The Kit­chen (DC Ver­ti­go), il vuo­to di po­te­re crea­to dall’ar­re­sto di tre ca­pi­ban­da vie­ne col­ma­to dal­le ri­spet­ti­ve mo­gli. Il rac­con­to è ora un film, Le re­gi­ne del

cri­mi­ne (in sa­la dal 26/9), con Tiffany Had­di­sh, Me­lis­sa Mc­car­thy ed Eli­sa­be­th Moss.

Moss, di che vi­cen­da si trat­ta?

È una sto­ria di vio­len­za, di tre don­ne che de­ci­do­no di non su­bi­re più gli even­ti e che pren­do­no il con­trol­lo di una si­tua­zio­ne com­pli­ca­ta. So­no per­so­nag­gi uni­ci, mol­to lon­ta­ni dal­la per­fe­zio­ne nel sen­so ma­schi­le del ter­mi­ne: i lo­ro di­fet­ti le ren­do­no in­te­res­san­ti, an­che se mo­ral­men­te di­scu­ti­bi­li.

Co­me si è pre­pa­ra­ta?

Ho let­to le sto­rie di Ming Doy­le e Ol­lie Ma­sters e guar­da­to i do­cu­men­ta­ri sul­la Iri­sh Mob, la ma­fia ir­lan­de­se, che a New York era al­lea­ta con la fa­mi­glia Gam­bi­no.

Quan­to c’è di Eli­sa­be­th in Clai­re, una del­le tre mo­gli?

C’è sem­pre qual­co­sa di per­so­na­le, an­che se pre­fe­ri­sco i per­so­nag­gi di­ver­si da me: amo il mio la­vo­ro, ma re­ci­ta­re non è nul­la di eroi­co; non sto mi­ca sal­van­do il mon­do.

Era una bal­le­ri­na. Per­ché ha smes­so? Ave­vo 15 an­ni, vo­le­vo tem­po per il re­sto. Po­te­vo im­ma­gi­na­re la mia vi­ta sen­za bal­lo, ma non sen­za re­ci­ta­zio­ne. E se do­ves­si di­re qual è il mio so­gno nel cas­set­to, a og­gi, ri­spon­de­rei: un mu­si­cal.

Quan­do ha ca­pi­to di aver fat­to be­ne? Quan­do so­no en­tra­ta nel ca­st di We­st Wing, la se­rie di Aa­ron Sor­kin, a 17 an­ni. L’an­no do­po mi so­no tra­sfe­ri­ta a New York e ho co­min­cia­to a pa­ga­re i con­ti sen­za do­ver­mi più pre­oc­cu­pa­re di ave­re ab­ba­stan­za sol­di.

Co­me sce­glie i pro­get­ti su cui la­vo­ra? Mi pia­ce­reb­be ave­re una teo­ria sul per­ché fac­cio quel­lo che fac­cio, ma in real­tà de­ci­do ba­san­do­mi sul ma­te­ria­le che ho in ma­no. Mi è an­da­ta mol­to be­ne con Mad Men, che mi da­va uno sti­pen­dio e la pos­si­bi­li­tà di im­pa­ra­re con una se­rie ben scrit­ta.

E do­po Le re­gi­ne del cri­mi­ne?

Ho fi­ni­to di gi­ra­re con Wes An­der­son The

Fren­ch Di­spat­ch, pro­get­to sul qua­le ho la boc­ca cu­ci­ta. L’al­tro film a cui ten­go è di Ja­ne Cam­pion, The Po­wer of the Dog: ave­vo la­vo­ra­to con lei nel­la se­rie Top of the La­ke,e ne ero usci­ta con un Gol­den Glo­be.

Eli­sa­be­th Moss, 37 an­ni, star per la ter­za sta­gio­ne di The Hand­maid’s Ta­le (se­rie che nel 2018 l’ha por­ta­ta a vin­ce­re il Gol­den Glo­be), ha sfon­da­to con la par­te di Peg­gy Ol­son in Mad Men. Ha cin­que film in la­vo­ra­zio­ne tra la fi­ne del 2019 e il 2020

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