RA­GIO­NE E SEN­TI­MEN­TO

GQ (Italy) - - STORIE - Te­sto di RO­BER­TO CRO­CI

Ne­gli Sta­ti Uni­ti, do­ve un ra­gaz­zo ne­ro su tre è de­sti­na­to a fi­ni­re in ga­le­ra, l’av­vo­ca­to BRYAN STEVENSON di­fen­de le mi­no­ran­ze dai pre­giu­di­zi e da­gli er­ro­ri giu­di­zia­ri. Il film Il Di­rit­to di op­por­si, con Mi­chael B. Jor­dan nei suoi panni, rac­con­ta il pri­mo ca­so che ha se­gui­to

Mont­go­me­ry, Alabama, uno de­gli Sta­ti più ne­ri dell’ame­ri­ca del Sud. Nel­la cit­tà che ospi­ta­va il pri­mo porto d’at­trac­co e sca­ri­co di es­se­ri uma­ni ru­ba­ti all’africa sor­go­no og­gi il The Le­ga­cy Mu­seum – il pri­mo spa­zio espo­si­ti­vo to­tal­men­te de­di­ca­to al­la sto­ria del­la schia­vi­tù ne­gli Sta­ti Uni­ti – e il National Me­mo­rial for Pea­ce and Justice, in ri­cor­do del­le per­so­ne di co­lo­re vit­ti­me di lin­ciag­gio. Chi ha la for­tu­na di pas­sa­re da que­ste par­ti e di vi­si­tar­li de­ve di­re gra­zie all’av­vo­ca­to Bryan Stevenson e al­la sua Equal Justice Ini­tia­ti­ve, l’or­ga­niz­za­zio­ne no pro­fit che ha fon­da­to 31 an­ni fa per por­re fi­ne ai ra­cial profiling nel­le prigioni e all’in­car­ce­ra­zio­ne di mas­sa, for­ni­re rap­pre­sen­tan­za le­ga­le a per­so­ne che so­no sta­te in­giu­sta­men­te ac­cu­sa­te, con­dan­na­te e sog­get­te ad abu­si nel­le prigioni dell’alabama, oc­cu­pan­do­si so­prat­tut­to di de­te­nu­ti con­dan­na­ti a mor­te. Ov­ve­ro: oc­cu­pan­do­si pro­prio dei di­scen­den­ti de­gli schia­vi afri­ca­ni e del­le di­scri­mi­na­zio­ni raz­zia­li che con­ti­nua­no a su­bi­re. Ap­pe­na ap­pro­da­to nel­le sale, il film di De­stin Da­niel Cret­ton Il di­rit­to di op­por­si è trat­to dal suo li­bro omo­ni­mo (Fa­zi edi­to­re) e rac­con­ta la sto­ria ve­ra di cui fu pro­ta­go­ni­sta lo stes­so Bryan Stevenson, in­ter­pre­ta­to da Mi­chael B. Jor­dan, do­po la lau­rea in leg­ge ad Har­vard, quan­do si tro­vò a di­fen­de­re un uo­mo ac­cu­sa­to in­giu­sta­men­te – e con­dan­na­to al­la pe­na ca­pi­ta­le – per l’uc­ci­sio­ne di una don­na bian­ca (il ruo­lo di Wal­ter Mc­mil­lian è di Ja­mie Fo­xx).

Qual è il mes­sag­gio del film?

Per me è un mo­do di edu­ca­re so­prat­tut­to le nuo­ve ge­ne­ra­zio­ni. Non sia­mo an­co­ra li­be­ri dall’ere­di­tà del­la schia­vi­tù e dell’in­giu­sti­zia raz­zia­le, dob­bia­mo an­co­ra af­fron­ta­re tut­ti i pro­ble­mi che ha crea­to la sto­ria. E non è pos­si­bi­le ca­pi­re dav­ve­ro que­stio­ni co­me la violenza del­la po­li­zia, l’in­car­ce­ra­zio­ne di mas­sa, la pe­na di mor­te, la pu­ni­zio­ne estrema, la di­scri­mi­na­zio­ne raz­zia­le o l’im­mi­gra­zio­ne sen­za ave­re una più am­pia co­no­scen­za di ciò che è ac­ca­du­to. Il fat­to che non si af­fron­ti­no que­sti te­mi nep­pu­re nel­le scuo­le ci ha re­so cit­ta­di­ni vul­ne­ra­bi­li, con­fu­si sul no­stro re­tag­gio cul­tu­ra­le. Ec­co per­ché bi­so­gna par­lar­ne il più pos­si­bi­le. Dal 1877 al 1950 so­no sta­te uc­ci­se – bru­cia­te vi­ve, lin­cia­te, af­fo­ga­te, tor­tu­ra­te, pic­chia­te a mor­te – ol­tre 4.400 per­so­ne di co­lo­re, tra cui don­ne e bam­bi­ni. Da al­lo­ra non ab­bia­mo fat­to mol­ti pro­gres­si: le mi­no­ran­ze so­no an­co­ra di­scri­mi­na­te e il su­pre­ma­ti­smo bian­co è in asce­sa in tut­to il mon­do.

Per que­sto ave­te fon­da­to il National Me­mo­rial for Pea­ce and Justice e il The Le­ga­cy Mu­seum.

Sì, per sti­mo­la­re l’in­te­res­se sul te­ma, per rac­con­ta­re la trat­ta de­gli schia­vi, la violenza at­tua­ta in tut­to il Sud de­gli Sta­ti Uni­ti, i pro­ble­mi del no­stro si­ste­ma car­ce­ra­rio at­tua­le... Gli Usa han­no il più al­to tas­so di in­car­ce­ra­zio­ne al mon­do. Ora, i ne­ri rap­pre­sen­ta­no il 4,25% del­la po­po­la­zio­ne mondiale, ep­pu­re nel no­stro Pae­se il 22% di lo­ro è in ga­le­ra. So­no mol­to con­ten­to del film per­ché spe­ro che pos­sa crea­re un nuo­vo dia­lo­go, e por­ta­re an­che qual­che cam­bia­men­to. An­che se il The Le­ga­cy Mu­seum e il National Me­mo­rial for Pea­ce and Justice so­no i pri­mi si­ti do­ve in­for­mar­si su tut­to quel­lo che è suc­ces­so real­men­te in pas­sa­to, per con­fron­tar­lo con il pre­sen­te e, ma­ga­ri, ri­flet­te­re sul fu­tu­ro.

Com’è real­men­te la si­tua­zio­ne, og­gi? Peg­gio­re di 40 an­ni fa. All’ini­zio de­gli An­ni 70 le no­stre prigioni con­ta­va­no una po­po­la­zio­ne di cir­ca 300.000 per­so­ne, da al­lo­ra il nu­me­ro è cre­sciu­to a 2,3 mi­lio­ni, con 4,5 mi­lio­ni in li­ber­tà vi­gi­la­ta e con­di­zio­na­ta. Nel­le grandi cit­tà co­me Los

An­ge­les, New York, Chi­ca­go, Wa­shing­ton, più del 50% dei pri­gio­nie­ri so­no di co­lo­re. A cau­sa del­la Th­ree Stri­kes Law, la leg­ge dei “tre col­pi”, ho rap­pre­sen­ta­to clien­ti con­dan­na­ti all’er­ga­sto­lo sen­za con­di­zio­na­le per cri­mi­ni mi­no­ri, co­me pic­co­li fur­ti o pos­ses­so di ma­ri­jua­na. Que­sta pra­ti­ca di in­car­ce­ra­zio­ne di mas­sa e di pe­na ec­ces­si­va è sen­za dub­bio una del­le ere­di­tà del­la schia­vi­tù. Mol­ti dei miei clien­ti so­no mi­no­ren­ni. Gli Sta­ti Uni­ti so­no l’uni­co Pae­se al mon­do do­ve è pos­si­bi­le con­dan­na­re un bam­bi­no di 13 an­ni a mo­ri­re in pri­gio­ne. La ve­ri­tà è che il no­stro si­ste­ma giu­di­zia­rio trat­ta meglio i ric­chi col­pe­vo­li ri­spet­to ai po­ve­ri in­no­cen­ti.

Per­ché ha scel­to Mont­go­me­ry?

In Alabama non esi­ste il di­fen­so­re d’ufficio, quin­di per chi è ac­cu­sa­to in­giu­sta­men­te e non può per­met­ter­si un av­vo­ca­to è pra­ti­ca­men­te im­pos­si­bi­le di­mo­stra­re la pro­pria in­no­cen­za. Inol­tre si trat­ta di una cit­tà sto­ri­ca­men­te ri­le­van­te: ha ospi­ta­to uno dei prin­ci­pa­li mer­ca­ti di schia­vi ed è sta­ta tea­tro di vio­len­ze aber­ran­ti, ma an­che di spe­ran­za. Il mo­vi­men­to per i di­rit­ti ci­vi­li de­gli afroa­me­ri­ca­ni è na­to pro­prio qui: il 1 di­cem­bre del 1955, il fa­mo­so «no» di Ro­sa Parks ha cam­bia­to la sto­ria. Ec­co, per me Mont­go­me­ry si­gni­fi­ca op­por­tu­ni­tà di cam­bia­men­to, un modello da se­gui­re per la na­sci­ta di una na­zio­ne di­ver­sa, la cul­la di una nuo­va nar­ra­ti­va che do­vreb­be ri­guar­da­re tut­ti gli Sta­ti Uni­ti e, for­se, an­che tut­to il mon­do.

Ri­cor­da la pri­ma vol­ta che è sta­to vit­ti­ma di raz­zi­smo?

Sì, in ma­nie­ra vi­vi­da. Mia ma­dre ave­va mes­so da par­te i sol­di ne­ces­sa­ri per por­tar­ci a Disney World con il grup­po del­la chie­sa. Mia so­rel­la e io era­va­mo mol­to ec­ci­ta­ti all’idea del­la gi­ta, so­prat­tut­to quan­do ab­bia­mo sco­per­to che avrem­mo al­log­gia­to in un al­ber­go con la pi­sci­na, in cui non ave­va­mo mai nuo­ta­to pri­ma. All’ar­ri­vo ov­via­men­te ci sia­mo su­bi­to tuf­fa­ti: im­me­dia­ta­men­te, tut­ti i ge­ni­to­ri bian­chi han­no fat­to usci­re i lo­ro fi­gli dall’ac­qua. Uno di lo­ro mi ha an­che det­to «spor­co ne­gro». Per noi è sta­ta un’espe­rien­za trau­ma­ti­ca, an­che se la ve­ra do­man­da che fa­rei io a quei bam­bi­ni è: «Vi sie­te mai chie­sti dav­ve­ro per­ché sie­te do­vu­ti usci­re da quel­la pi­sci­na? Per il co­lo­re del­la no­stra pel­le?».

Co­me ha su­pe­ra­to que­sto trau­ma? Gra­zie al­la sto­ria. Il mio bi­snon­no era schia­vo in Vir­gi­nia, ma ha sem­pre so­gna­to di di­ven­ta­re free­man, un uo­mo li­be­ro. È sta­ta que­sta spe­ran­za a spin­ger­lo a im­pa­ra­re a leg­ge­re e a in­se­gnar­lo a mia non­na, che poi avreb­be fat­to lo stes­so con mia ma­dre. Lei era mol­to fie­ra del­la sua edu­ca­zio­ne e mi ha spin­to a stu­dia­re, ad­di­rit­tu­ra a lau­rear­mi ad Har­vard. Per­ché la mia sto­ria non è fat­ta so­lo di do­lo­re e di an­go­scia, ma an­che di po­te­re: se il mio bi­snon­no, no­no­stan­te le av­ver­si­tà, ha im­pa­ra­to a leg­ge­re, tut­ti pos­sia­mo so­gna­re un mon­do mi­glio­re. Per ono­ra­re la lo­ro me­mo­ria de­vo con­ser­va­re la stes­sa spe­ran­za, im­ma­gi­na­re real­tà che non ho an­co­ra po­tu­to ve­de­re e cre­de­re a co­se che non so­no an­co­ra ac­ca­du­te. È pro­prio que­sta ca­pa­ci­tà di cre­de­re il mo­ti­vo per cui lot­to tut­ti i giorni: spe­ro di vi­ve­re un gior­no in un Pae­se do­ve non c’è la pe­na di mor­te, do­ve le per­so­ne di co­lo­re ven­go­no

«IL SI­STE­MA TRAT­TA MEGLIO I RIC­CHI COL­PE­VO­LI DEI PO­VE­RI IN­NO­CEN­TI»

trat­ta­te in mo­do equo. È que­sta la for­za del­la no­stra sto­ria, del­la mia gen­te, e cer­co di usar­la nel mi­glior mo­do pos­si­bi­le.

Quan­to è dif­fi­ci­le la sua bat­ta­glia? Nes­su­no pri­ma di me ave­va cer­ca­to di fa­re quel­lo che fac­cio, non ave­vo pre­ce­den­ti da cui im­pa­ra­re. Nes­su­no pri­ma di Equal Justice Ini­tia­ti­ve ave­va sfi­da­to l’in­giu­sti­zia raz­zia­le ed eco­no­mi­ca e cer­ca­to di pro­teg­ge­re i di­rit­ti uma­ni, fon­da­men­ta­li per le per­so­ne più vul­ne­ra­bi­li del­la so­cie­tà. All’ini­zio ho in­con­tra­to una cer­ta re­si­sten­za per­ché le per­so­ne non ca­pi­va­no che in­ten­zio­ni aves­si, ma an­che gra­zie ai miei clien­ti – che pur­trop­po han­no sem­pre do­vu­to sop­por­ta­re mol­to di più di me – so­no riu­sci­to a non la­sciar­mi in­ti­mi­di­re. Nel mio me­stie­re ci so­no mol­ti mo­men­ti dif­fi­ci­li, non sem­pre i miei clien­ti ven­go­no li­be­ra­ti o ar­ri­va­no a ot­te­ne­re la sen­ten­za che me­ri­te­reb­be­ro. Quin­di, per me ot­te­ne­re giu­sti­zia è una lotta co­stan­te e la ca­pa­ci­tà e la vo­lon­tà di lottare de­fi­ni­sco­no l’ef­fi­ca­cia dei miei sfor­zi. Tut­ti quel­li che la­vo­ra­no con me so­no con­sa­pe­vo­li del fat­to che dob­bia­mo es­se­re pron­ti ad af­fron­ta­re il peg­gio, per­ché non sem­pre pos­sia­mo ot­te­ne­re quel­lo che vor­rem­mo. In ogni ca­so, que­sto è l’uni­co mo­do per crea­re un si­ste­ma di giu­sti­zia equo. Non è fa­ci­le, ma ren­de il pro­ces­so più tol­le­ra­bi­le.

Quin­di, la giu­sti­zia fun­zio­na? As­so­lu­ta­men­te sì, se vie­ne eser­ci­ta­ta con co­scien­za. Il bel­lo del­la giu­sti­zia è che un ver­det­to fa­vo­re­vo­le, one­sto, lea­le può sol­le­va­re lo spi­ri­to di un grup­po di per­so­ne in un mo­do inim­ma­gi­na­bi­le, qua­si sur­rea­le. Ba­sta pen­sa­re al­la gio­ia dei miei in­car­ce­ra­ti – mol­ti dei qua­li so­no di­ret­ti di­scen­den­ti di schia­vi, ni­po­ti e pro­ni­po­ti di per­so­ne lin­cia­te e uc­ci­se – quan­do al­la fi­ne rie­sco­no a vin­ce­re il si­ste­ma. Que­sto è il bel­lo del­la giu­sti­zia.

Co­me si pos­so­no cam­bia­re le co­se? Mi ri­pe­to: co­no­scen­do la sto­ria. Quan­do mi so­no tra­sfe­ri­to a Mont­go­me­ry, a me­tà de­gli An­ni 80, ho sco­per­to che la mag­gior par­te del­la po­po­la­zio­ne non era af­fat­to a co­no­scen­za dei lin­ciag­gi del pas­sa­to, an­zi, am­mi­ra­va le de­ci­ne di mo­nu­men­ti eret­ti per com­me­mo­ra­re gli “eroi” del­la Guer­ra di Se­ces­sio­ne. Il com­plean­no di Jefferson Da­vis, che fu pre­si­den­te de­gli Sta­ti Con­fe­de­ra­ti, vie­ne an­co­ra ce­le­bra­to co­me fe­sta uf­fi­cia­le. Ora, se non sai co­me mai ce­le­bri la fe­sta di un raz­zi­sta, per­ché mai do­vre­sti sen­tir­ti col­pe­vo­le o re­spon­sa­bi­le del­le sue azio­ni? Per­ché do­vre­sti pen­tir­ti e cer­ca­re di con­tri­bui­re a ri­pa­ra­re i dan­ni su­bi­ti da mi­lio­ni di per­so­ne? Que­sta igno­ran­za mi pre­oc­cu­pa, non so­lo per il no­stro pas­sa­to, ma per co­me af­fron­tia­mo il pre­sen­te e il fu­tu­ro. Un al­tro mo­ti­vo per cui il Mu­seo e Me­mo­rial so­no di fon­da­men­ta­le im­por­tan­za.

Per il de­si­gn del National Me­mo­rial for Pea­ce and Justice si è ispi­ra­to ad al­tri mo­nu­men­ti?

Sì, vo­le­vo in­te­gra­re tut­ti gli ele­men­ti pos­si­bi­li de­di­ca­ti al raz­zi­smo nel­le va­rie par­ti del mon­do. Mi so­no ispi­ra­to all’apar­theid Mu­seum di Jo­han­ne­sburg, pro­get­ta­to da Lin­da Mvu­si, all’ho­lo­cau­st Me­mo­rial di Pe­ter Ei­sen­man a Ber­li­no e al Lin­coln Me­mo­rial di Wa­shing­ton. Quan­do vai in Ger­ma­nia non esi­sto­no sta­tue di Hi­tler da nessuna par­te, ma ci so­no mu­sei e luo­ghi de­di­ca­ti a que­sta par­te or­ri­bi­le del­la lo­ro sto­ria, per­ché è im­por­tan­te non di­men­ti­ca­re, e in­se­gna­re al­le ge­ne­ra­zio­ni fu­tu­re co­me evi­ta­re di ri­pe­te­re que­sti er­ro­ri. E pen­sa­re che nel Sud de­gli Sta­ti Uni­ti ci so­no an­co­ra scuo­le fre­quen­ta­te so­lo da afro ame­ri­ca­ni che bat­to­no ban­die­ra de­gli Sta­ti Con­fe­de­ra­ti, e che por­ta­no i no­mi dei ge­ne­ra­li più cru­de­li dell’unio­ne. In­cre­di­bi­le. È il sin­to­mo di una ma­lat­tia pro­fon­da, al­la qua­le spe­ro che un gior­no tro­ve­re­mo la cu­ra.

«LA CA­PA­CI­TÀ DI LOTTARE DE­FI­NI­SCE L’EF­FI­CA­CIA DEI MIEI SFOR­ZI»

So­pra, il National Me­mo­rial for Pea­ce and Justice di Mont­go­me­ry, in Alabama, vo­lu­to da Bryan Stevenson. Le ol­tre 4mi­la sta­lat­ti­ti di ferro re­ca­no i no­mi del­le vit­ti­me di raz­zi­smo dal 1877 al 1950

In al­to, una sce­na del film di De­stin Da­niel Cret­ton Il Di­rit­to di op­por­si. Da si­ni­stra a de­stra: Mi­chael B. Jor­dan nei panni dell’av­vo­ca­to Bryan Stevenson, Ja­mie Fo­xx in quel­li di Wal­ter Mc­mil­lian

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