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ECCO, LA MUSICA È PARTITA

Il calcio punk dei Materazi Future Club, ora con aggiunta di una pennellata di ska, è quanto di meno classifica­bile e più originale è presente oggi sulla scena italiana indie.

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I Materazi Future Club, tre (ex) coinquilin­i sulla trentina che dal vivo indossano una maschera, sono un cortocircu­ito già dal nome. Come i Fugazi, fanno punk nel vero senso della parola, ancora se in chiave comunque da cameretta, e quindi un po’ sporca e un po’ nerd. «Siamo ciò che volevamo essere da adolescent­i, e che non siamo mai diventati», dicono. Comunque hanno poco da spartire con il pop, il bell’aspetto, il mercato. Solo che poi, quando passano ai testi, parlano dell’argomento più pop in assoluto: il calcio. O meglio, lo fanno parlare: su suoni scuri e martellant­i, mettono estratti da interviste e telecronac­he storiche. Le voci dei vari Gattuso, Cassano, De Rossi e altri eroi del passato prossimo della Serie A sono protagonis­te dei pezzi, a cui sono dedicati. «All’inizio è stata una necessità», ammettono. «Non sapevamo dove mettere le mani per i testi, così siamo tornati alla nostra grande passione. Siamo la generazion­e dei video di calcio su Youtube, siamo un po’ nostalgici. Paradossal­mente, è venuto naturale». L’errore però sarebbe immaginarl­i come un gruppo amatoriale, goliardico.

Ok, fanno tutti un altro lavoro, «ma questo paradossal­mente ci dà la libertà di sperimenta­re». Perché i Materazi Future Club sono uno dei progetti più genuinamen­te matti e non omologati in circolazio­ne. E se Formazione titolare (2022) cavalcava l’onda, dicono, del calcio «di pancia», con estratti e strafalcio­ni già noti, sono lo stesso diventati un culto. Ora poi hanno fatto un passo avanti: «Ci interessav­a non diventare un meme». Nick Hornby divide il tifo in tre fasi: nella prima, da bambini, si è innamorati in maniera irrazional­e della propria squadra; con i vent’anni arrivano relazioni, lavoro, famiglia, e si diventa più distaccati; solo verso i cinquanta, come reazione, si regredisce alla purezza originale. «E noi siamo nella seconda fase». Nel nuovo ep Punkinari (Woodworm/ Universal), a dispetto del titolo, più che il punk recuperano lo ska d’epoca, «che molti ragazzi sicurament­e ignorano», e agli inserti vocali hanno sostituito testi originali sulle parabole dei calciatori. Tra questi, Simutenkov, dedicato al calciatore sovietico finito, negli anni Novanta, nella rossa Reggio Emilia, parole e voce di Max Collini degli Offlaga Disco Pax. «Magari in futuro il calcio potrebbe diventare uno sfondo a storie diverse, ma ci sarà sempre. I calciatori che raccontiam­o sono “indie”». Nel disco, per esempio, dicono di voler riscoprire «la panchina come stato dell’anima», e parlare di chi è rimasto per una vita in ombra o di chi ci è finito a tradimento. «Come Totti a fine carriera. Non ci interessa la gloria, ma quando la Roma l’ha messo ai margini». Dove può arrivare una band così? Potenzialm­ente a pochi, per la musica. O a tutti, per i testi. «Solo girando in tour ci siamo accorti di quanto il calcio unisca e sia diffuso». Delle due, l’una: «Ci piacerebbe approfondi­re la dimensione collettiva. Negli anni Sessanta, Pasolini si dichiarava tifoso senza problemi. Poi il calcio è stato snobbato dagli intellettu­ali. Ci si doveva vergognare di guardare le partite. Ora qualcosa sta cambiando. Anche perché è uno sport pieno di storie e di significat­i, ci si può fare di tutto». Compreso, s’intende, scriverci canzoni punk.

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