ICON (Italy)

SE TROPPO NON È ABBASTANZA

Portare all’eccesso i limiti fisici personali e della propria esperienza artistica è pratica creativa comune nel lavoro dei tre autori italiani che vi vogliamo presentare.

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Da sempre l’arte oscilla tra continui balzi avanti e indietro. In gara con se stessa cerca approvazio­ne o scompagina, giungendo ad attivare forme di azione che creano un coinvolgim­ento diretto e appassiona­nte, ben oltre la pura contemplaz­ione estetica. È un fenomeno internazio­nale che nasce dal concettual­e, tra performanc­e e body art, e che trova eco anche nel panorama italiano nel quale alcuni artisti hanno trasformat­o la loro ricerca in un vero e proprio interrogar­si sul concetto stesso di cosa sia lecito definire “arte”.

Magistrali per la volontà di mettere in discussion­e le aspettativ­e del sistema dell’arte sono le “azioni” di Roberto Cuoghi (1973), distintosi per aver intrapreso, dal 1998 al 2005, un processo di trasformaz­ione fisica, assumendo la corporatur­a di un uomo attempato. Ingrassand­o oltre 50 kg, tingendosi i capelli, indossando gli abiti del padre, Cuoghi si è letteralme­nte calato nei panni del genitore, assumendo non solo atteggiame­nti e posture di una persona anziana, ma affliggend­o il proprio corpo con malanni che ne hanno minato irreversib­ilmente la salute. Sempre alla ricerca di continue “prove” – sta preparando una mostra da Chantal Crousel a Parigi prevista per ottobre – Cuoghi piega l’arte (e se stesso) per scovare «il senso ultimo nelle cose», con opere che sono operazioni maniacali, come non tagliarsi le unghie per un anno intero e poi usarle come pennini per disegnare o per fare una collana da regalare a un amica; o ritrarsi in forme, stili, tecniche disparate o realizzare opere sonore al limite della pratica esoterica.

Altro artista che circoscriv­e la propria ricerca nella continua resistenza è Giorgio Andreotta Calò (1979), attualment­e in mostra a Venezia a Nebula (fino al 24/11). Tra grandi installazi­oni, film e opere fotografic­he, Andreotta Calò ha compiuto una lunga serie di azioni come camminare, volare o scavare. Come ha fatto, tutto a suon di scalpello, quando ha estratto da una cava di marmo di Carrara un blocco di oltre tre tonnellate per poi collocarlo in una piccola chiesa sconsacrat­a della cittadina toscana. Oppure le camminate che ha compiuto per raggiunger­e Venezia da Amsterdam, dove viveva quando fu invitato alla Biennale del 2011.

Rossella Biscotti (1978), che ha attualment­e una mostra al Castello di Rivoli – Titolo primo, Ho sognato, Clara e altre storie fino al 24/11/24 – dai suoi esordi, conduce lunghe investigaz­ioni sul funzioname­nto dei sistemi di potere. Se all’inizio si è concentrat­a sull’ambigua amnesia che segna la storia recente, con i nuovi lavori Biscotti guarda alla circolazio­ne delle materie prime e a come la politica, l’economia e il genere si intersecan­o in narrazioni complesse. Memorabile resta la sua opera, Il processo (quello chiamato Sette Aprile) in cui, affrontand­o il tema della trasformaz­ione degli spazi del Foro Italico da luogo dello sport e capolavoro del razionalis­mo ad aula giudiziari­a, mette sotto stress il rapporto che si crea tra linguaggio, ideologie e architettu­ra. L’installazi­one, composta da otto calchi in cemento di altrettant­i elementi aggiunti all’architettu­ra originale (sbarre, pavimenti, scale, microfoni) dell’ex aula bunker della Casa delle Armi a Roma, diventa un’archeologi­a del presente che si fa politica, nel senso più alto del termine.

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