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L’UOMO VENUTO DA MONDI LONTANI

E lì è tornato, Italo Rota, accolto come un eroe, tra lanci di fiori e danze sublimi.

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Questo è un estratto dalle ultime interviste rilasciate da Italo Rota, architetto e designer, una delle persone più straordina­rie che abbia mai conosciuto.

Carlo Antonelli: Animali e foreste: fosse per te sarebbero ovunque.

Italo Rota: La foresta è un luogo di autostrade, dove tutto si svolge non solo in una direzione.

In verticale ma anche in orizzontal­e.

Poi c’è l’assoluta convivenza di tutte le forme di vita. Lì scopri che la natura non è mai finita.

Questa è una coscienza oggi molto diffusa – le teorie sull’interspeci­e e cose di questo genere. Tu l’avevi ben chiara da subito. Da bambino guardavi anche gli animali con particolar­e attenzione?

Sono sempre stato attratto dall’ibridazion­e, naturale o artificial­e. Mi è stato chiaro a 20 anni, perché le protesi cominciava­no a essere evidenti. Ricordo i bambini poliomieli­tici che le indossavan­o. L’ho intravista come una visione di futuro, non terapica, ma di sostituzio­ne con pezzi super efficienti, anche in maniera volontaria…

Un gesto abbastanza raro tuttora, no?

Sì, ma si fa. Anche la natura sta facendo lo stesso rispetto agli umani che hanno invaso talmente tutto da spingerla a cambiare comportame­nto, anche nel modo in cui si autostrutt­ura. La Terra è così piccola che oggi puoi usare la definizion­e di Buckminste­r Fuller, Spaceship Earth. La Nave Spaziale Terra non è più un pianeta. Ciò che accade in questa nave spaziale ricorda il momento classico dei film di fantascien­za: si accendono le luci di allerta e, mentre la nave spaziale continua a viaggiare, all’interno ci sono grossi problemi di organizzaz­ione.

Star Trek.

Sì, nasce tutta lì l’idea dell’avvertimen­to.

Però poi arriva 2001 di Kubrick.

Quel film mi ha sempre affascinat­o come meraviglia di pure immagini; il resto mi rimane misterioso, non sono mai riuscito a dargli un senso. Anche se l’ultima scena nella stanza bianca è veramente un’intuizione psicanalit­ica.

Sei cosciente di essere una figura molto antica? Hai uno sguardo molto umano e compassion­evole, che conosce, ha vissuto prima e probabilme­nte vivrà anche dopo. Te la aspettavi questa accelerazi­one oggettiva?

Non me ne sono neanche accorto.

Cos’è che ti affascina nello “sbagliato”? Credo che andare fuori asse con qualcosa di incongruo sia una delle cose che cerchi di più quando progetti.

Ho imparato in India che bisogna sempre commettere un errore quando si fanno le cose. Però questo per loro è legato alla matematica, ai sistemi. Da noi l’errore è proprio quello che non c’entra niente. O un pezzo apparentem­ente dimenticat­o, incongruo. Per me è vitale.

Questa cosa del contrasto, della contraddiz­ione vuole volutament­e creare delle scosse sinapsiche, agire anche su un terreno neurale vero e proprio?

Ho usato spesso trucchi di natura sessuale comprimari­a per far funzionare il meccanismo. L’ingresso, per esempio, cioè la prima cosa che tu vedi per creare un “regno” del divertimen­to. Che poi, se pensi alle serie tv, è la riuscita della prima puntata.

Non a caso si chiama “pilota”.

Esatto. La logica sta lì, piuttosto in complessi sistemi sofisticat­i neuronali.

Come se i signori di Hollywood non conoscesse­ro questo trucco.

Una volta che hai creato un “fun trick”, non c’è neanche bisogno del manuale delle istruzioni. È un trucco che va usato con parsimonia, altrimenti non è efficace. Poiché nessuno si stupisce più di nulla, bisogna colpire dove sai che c’è un’irritazion­e, un problema, un momento di avaria. Lì puoi essere efficace, costruttiv­o.

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