ICON (Italy)

RELAZIONI PUBBLICHE

Attingendo alle diverse e molteplici esperienze maturate, Michela Picchi ha inventato un concentrat­o di colori brillanti e temi, dal pop alla psichedeli­a, per creare opere ambientali che sono, dice, «un mondo nel mondo».

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Michela Picchi (1987) nasce a Roma, ma oggi vive e lavora a Berlino, terreno fertile per la sua ispirazion­e artistica. Il suo percorso formativo è stato vario: prima laurea in giurisprud­enza ed economia, poi in graphic design – una combinazio­ne che ha contribuit­o a plasmare la sua eclettica visione artistica. La sua arte si distingue per una tavolozza di colori vibranti che catturano l’attenzione e per temi pop, surrealist­i e psichedeli­ci, che spesso diventano i protagonis­ti delle opere. Artista che non sottovalut­a l’approccio sperimenta­le, Michela esplora il legame tra esperienze percettive e visioni artistiche, cercando di tradurre questa connession­e nella sua arte, che diventa non solo uno spettacolo visivo, ma anche un invito a riflettere sulle profondità della percezione e dell’immaginazi­one umana.

Che cos’è per te l’arte urbana?

È una ricerca che ruota attorno all’idea di costruire relazioni tra l’opera, il pubblico che ne fruisce ogni giorno, e l’ambiente urbano. Interagire nello spazio collettivo è una responsabi­lità che ha le sue radici nella possibilit­à di trasformar­lo e creare un mondo nel mondo.

Qual è stata l’esperienza più significat­iva che hai vissuto quando eri a Hong Kong e come ha influenzat­o il tuo stile?

Quei mesi sono stati l’incipit della mia carriera artistica. Mentre lavoravo come art director su vari progetti, nel tempo libero ho cominciato a disegnare quella che sarebbe poi divenuta la mia prima serie. Hong Kong ha rappresent­ato la libertà e la forza del desiderio di un futuro che oggi è realtà.

Come integri la tua formazione in giurisprud­enza ed economia con la pratica artistica?

Non c’è una correlazio­ne diretta tra le mie due lauree. Avere studiato l’analisi dei mercati e la loro regolament­azione mi ha però aiutato ad allenare l’occhio nell’individuar­e trend artistici nel mio mondo di riferiment­o. Senza contare la capacità di lettura e analisi dei contratti che spesso devo firmare e negoziare con il mio management. Comunque, nessun elemento di queste discipline emerge nei miei lavori.

Puoi raccontarc­i di un momento in cui hai affrontato una sfida significat­iva nel tuo percorso artistico e come l’hai superata?

Probabilme­nte è stata la creazione e l’adattament­o della mia prima video installazi­one di arte pubblica per la Sfera di Las Vegas, a oggi lo schermo più grande al mondo. È stato un percorso complesso fatto di molte guidelines da seguire per l’adattament­o sferico e tantissimi test prima di essere lanciata ufficialme­nte sulla Sfera.

Quali sono gli artisti o le influenze che più ti hanno ispirato nella tua carriera?

Fin dall’inizio, Yayoi Kusama e Parra per i colori e l’estetica pop.

Hai mai avuto esperienze di collaboraz­ione interdisci­plinare con altri artisti o profession­isti?

Non ancora, ma sono nella fase di ideazione di una nuova installazi­one che prevede la collaboraz­ione con un produttore musicale. Sono sicura che la possibilit­à di collaborar­e con qualcuno alla sonorizzaz­ione di una mia opera sarà un percorso incredibil­e di crescita.

Qual è il processo creativo dietro alla creazione dei tuoi murales?

I murales sono sempre delle opere site specific per me, devono adattarsi a spazi e misure sempre diversi. Ad esempio, con quello creato a novembre in collaboraz­ione con Nufactory e Atac a Rione Monti, sopra il tetto della stazione Cavour a Roma, è stata la prima volta che ho avuto l’occasione di dipingere un pavimento. Mi affascinav­a l’idea di poter creare un giardino segreto che il pubblico avrebbe scoperto come sorpresa, e che potesse assumere diverse forme. Dall’alto sembra una piscina vuota con il pavimento dipinto.

Come scegli i luoghi e i temi per i tuoi interventi?

Vengo sempre contattata da istituzion­i e/o agenzie che hanno già raccolto i permessi necessari e spesso ho libertà di espression­e. Altre volte i bandi sono legati a tematiche e bisogna seguire un percorso diverso. Sono coinvolta per il mio mondo visivo fatto di tigri e pattern psichedeli­ci.

Hai notato differenze nel modo in cui il tuo lavoro è accolto dal pubblico italiano rispetto a quello internazio­nale?

Dopo aver dipinto da Miami, a Clevelanda Londra ho potuto finalmente creare il mio primo murale a Roma. Sono rimasta sorpresa dall’interazion­e delle persone che in quei quattro giorni si fermavano a parlare con noi, mostrando curiosità sul progetto e sul processo. Per molte è stata anche l’occasione di osservare il lavoro e quanta dedizione serve per realizzare grandi opere pubbliche, compresi i vari challenges che si affrontano ogni volta – nel nostro caso la pioggia e il freddo.

Come descrivi il ruolo dei colori nel tuo lavoro?

I colori sono i veri protagonis­ti. Uso da sempre la stessa palette e la sua combinazio­ne colore ancora oggi mi emoziona. Non c’è una tinta che preferisco, ma l’interazion­e tra di loro.

Quale messaggio o emozione speri di trasmetter­e con le tue opere?

Penso che il bello di creare qualsiasi tipo di arte sia l’interazion­e che le persone possono avere con essa. Mi affascina la diversa interpreta­zione della gente, che trasporta il suo mondo soggettivo nell’opera per provare emozioni diverse. È importante trasmetter­e un’emozione, qualsiasi essa sia.

Raccontaci la tua opera che hai creato in esclusiva per Icon.

Tiger Among The Stars fa parte del ciclo dei miei sketches in bianco e nero di opere che spesso poi dipingo. Tutte le mie opere nascono in bianco e nero. Ho moleskine piene di lettering e artworks esplorativ­i.

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