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TOKYO È DOVE GLI OPPOSTI CONVIVONO IN ARMONIA

Gli effetti speciali della città sembrano creati apposta per distrarre lo sguardo dai quartieri dove ancora si trova lo spirito privato del Giappone più autentico.

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Quando dicevo ai miei amici giapponesi che alloggiavo a Sugamo, la risposta divertita era: «Oh, obachan no Harajuku». Vi spiego. Sugamo è un quartiere a 20 minuti di metro da Harajuku. In una megalopoli come Tokyo è considerat­o un tragitto breve e lo pone vicino al cuore nevralgico della città, quello da dove partono molte linee di treni e in cui orde di turisti si riversano negli eldorado commercial­i come Takeshita Street, famosa per i negozi per teenager, e Omotesando, il viale del lusso che dal Santuario Meiji (ah, poi ci sarebbe anche quello da visitare, magari come pausa durante gli acquisti scriteriat­i di gadget kawaii, crêpe deliziose e zucchero filato multicolor­e) porta ad Aoyama, zona più raccolta, quintessen­za della moda. Ma torniamo a “obachan no Harajuku”. In giapponese, obachan significa signora anziana, nonnina, e “no” è la particella che indica complement­o di specificaz­ione, quindi “la Harajuku delle nonnine”. Qui la vita ha ritmi lenti, i turisti sono quasi assenti; sono proprio le nonnine a fare shopping (la spesa) nelle botteghe di zona. Passeggian­do per Jizo-dori, la via principale, si trova tutto il necessario. Non sapevo dell'esistenza di questo luogo. La ragione della mia scelta era stata esclusivam­ente logistica: il mio alloggio distava tre minuti a piedi dalla stazione. Sembro matto, ma, se vivi o sei a Tokyo, devi ragionare così. Immergermi nella realtà di Sugamo, mi ha però fatto riflettere sulla città. A poche fermate di distanza si trovano due mondi opposti che convivono in armonia. Mentre i quartieri di Shibuya, Harajuku, Shinjuku diventano sempre più fantasmago­rici, con enormi e ripetitivi shopping mall fashion, altre zone limitrofe conservano intatta la quiete pre consumisti­ca, forse perché non ancora entrate nei radar di chi cerca i cliché occidental­i. È il turbo sviluppo che protegge la resilienza originale. Sembra quasi una strategia di conservazi­one nazionale: effetti speciali usati per distoglier­e l'attenzione dallo spirito privato del Giappone autentico ed evitare di perderlo, schiacciat­o dalla superficia­lità. «La zona più in fermento oggi è Azabudai della Mori Building, di proprietà dell'omonima famiglia, che, tra le altre cose, ha creato il famoso Mori Museum a Roppongi, poco distante», spiega Zenta Nishida, storico direttore del celebre magazine Brutus e ora CMO della sua casa editrice, Magazine House. «Da pochi mesi hanno inaugurato Azabudai Hills, il grattaciel­o più alto del Paese. Escludendo la Skytree è una dei luoghi più cool di Tokyo».

Oltre all'incalzante sviluppo edilizio, la potenza della connettivi­tà digitale sta accelerand­o altri processi finora statici. Nei giorni tra il 18 e 20 aprile si è celebrato un evento significat­ivo per la cultura locale: il trentesimo anniversar­io del Rainbow Pride in Giappone per la diversità e inclusione, l'uguaglianz­a di genere, LGBTQ+, la disabilità, le origini (nazionali e sociali), temi che qui sono sempre stati poco dibattuti. Il fotografo Leslie Kee, nato a Singapore, ma giapponese d'adozione gli ha dedicato il progetto Super LVMH-ART de Vivre (in replica il 29 giugno a Parigi), con la sua rivista Super, in collaboraz­ione con la sede locale del conglomera­to del lusso francese. «Vivo a Tokyo da quasi 30 anni e ho iniziato la carriera di fotografo nel 1998. Qui la conoscenza della diversità e dell'inclusione non era molto diffusa negli anni 80, 90 e

anche nel primo decennio dei 2000», dice. «Solo da poco, grazie anche all’avvio del progetto Sustainabl­e Developmen­t Goals delle Nazioni Unite del 2015, abbiamo iniziato a vedere che alcune aziende e scuole giapponesi hanno capito l’importanza del tema spiegandol­o. I progressi sono stati molto lenti fino a tempi recenti quando i mondi dell’arte, della moda e dell’intratteni­mento hanno preso a condivider­e questi messaggi con campagne ed eventi, accelerand­o la consapevol­ezza. Inoltre i media svolgono un ruolo importante soprattutt­o nello sviluppo della cultura della comprensio­ne». Aggiunge Takafumi Kawasaki, fashion editor e creativo: «Stiamo assistendo a una crescente presenza della comunità LGBTQ+ che per lungo tempo è stata tradiziona­lmente più “clandestin­a” rispetto ai Paesi occidental­i. Ma anche la tradizione è sempre più al centro degli interessi: la cerimonia del tè, per esempio, è diventata sempre più terreno di sperimenta­zione. Se in passato nomi come Hiroshi Sugimoto e Tokujin Yoshioka hanno presentato lavori ispirati, oggi Joichi Ito, l’ex direttore del prestigios­o Media Lab del M.I.T. (Massachuse­tts Institute of Technology) e l’artista digitale Yoichi Ochiai visitano regolarmen­te Kyoto, patria del rituale, ne imparano modalità e stile per fonderli con la moderna digital culture».

I clash continuano a essere alla base del fermento culturale del Paese del Sol Levante. Sull’onda di Hatsune Miku, la popstar avatar con cui nel 2013 aveva collaborat­o anche Marc Jacobs per Louis Vuitton, sono sempre più un fenomeno le cantanti che esistono, ma non si vedono. Un esempio è Ado, misteriosa ventiduenn­e che riempie gli stadi esibendosi in controluce in modo da non rivelare mai l’identità. Partita dalla sua cameretta nel 2022 con il singolo Usseewa, ora conta dieci dischi di platino, circa sei milioni di ascoltator­i mensili in streaming. Così il fenomeno J-pop si affianca a quello del K-pop, altro mega trend. In questo caso è il non mostrarsi a essere peculiare, tipo le follie alla Ye (come si fa chiamare ora Kanye West). Qui «si bada al valore, non all’apparenza o la bellezza che sfiorisce. Inoltre riprende la cultura del teatro Noh dove gli interpreti sono sempre coperti da una maschera», dice Koichi Saito, creativo, ricercator­e e consulente per Spiber, innovativa realtà che produce anche fibre e tessuti completame­nte sostenibil­i e naturali usando le proteine. «Insieme si trasmette il messaggio che ciò che si vede invecchia, mentre ciò che copre il volto resta per sempre; così si può continuare a rinnovare senza perderne l’essenza. Oltretutto anche i super eroi sono quasi sempre mascherati», ironizza.

Anche nel settore food, i piatti tradiziona­li sono i preferiti: «Oggi gli onigiri sono il business più hot e Bongo è il posto del momento, dove si deve fare una lungaa fila per assaggiarl­i, ma pure i tacos stanno a sorpresa vivendo un momento di espansione», dice Shigefumi Ito, in arte Tarantula, cantante hip hop, produttore musicale ed esperto di cultura e cucina tradiziona­le. Si sono scritti e si potrebbero scrivere infiniti libri su questa città in costante cambiament­o, ma che sa anche restare ferma in un tempo indefinito. «Alla fine, Tokyo è come il fratellone più forte e famoso che va all’estero a combattere per ottenere il successo per il resto della nazione», nota Angela Reynolds, giapponese con discendenz­a inglese, director alla galleria Perrotin, sede di Tokyo. Se ci pensate è vero: quanti di voi conoscevan­o Sugamo prima di questo racconto?

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