Il Fatto Quotidiano

“È ora che i lea­der de­ci­da­no se ri­for­ma­re l’eu­ro o rom­per­lo”

Mer­vyn King, già ca­po del­la ban­ca d’In­ghil­ter­ra, non te­me le con­se­guen­ze del­la Bre­xit

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A69 an­ni Mer­vyn King, che ha gui­da­to la Ban­ca d’In­ghil­ter­ra dal 2003 al 2013, at­tra­ver­so la cri­si fi­nan­zia­ria, è li­be­ro di ri­met­te­re in di­scus­sio­ne le fon­da­men­ta stes­se dell’economia. Co­me nel li­bro La fi­ne dell’al­chi­mia che esce ora in Ita­lia per il Sag­gia­to­re,

Pro­fes­sor King, la pre­mier The­re­sa May ha av­via­to l’usci­ta del­la Gran Bre­ta­gna dall’Unio­ne. Ci sa­rà un buon ac­cor­do per gli in­gle­si? Non lo sap­pia­mo. Il te­ma prin­ci­pa­le del mio li­bro è che go­ver­ni e ban­che han­no fat­to l’er­ro­re di pen­sa­re di po­ter pre­di­re il fu­tu­ro men­tre dob­bia­mo ras­se­gnar­ci a una in­cer­tez­za ra­di­ca­le. Nes­su­no, die­ci an­ni fa, po­te­va im­ma­gi­na­re che il te­ma del­la Bre­xit avreb­be do­mi­na­to l’agen­da.

Ma lei che aspet­ta­ti­ve ha? La Gran Bre­ta­gna de­ve es­se­re pronta a usci­re dall’Unio­ne an­che sen­za aver rag­giun­to al­cun ac­cor­do con Bru­xel­les. Non sa­reb­be un dram­ma, po­trem­mo co­mun­que com­mer­cia­re con il re­sto dei Pae­si dell’Ue sul­la ba­se del­le re­go­le del Wto. E nei con­fron­ti di Usa e Ci­na sa­rem­mo al­la pa­ri con l’Ue. Fra 50 an­ni, chi guar­de­rà l’an­da­men­to del Pil in­gle­se ne­gli ul­ti­mi de­cen­ni non sa­rà in gra­do di ca­pi­re dal­la cur­va il momento del­la Bre­xit.

Nel suo li­bro lei è mol­to cri­ti­co sull’eu­ro. Sul com­mer­cio è sen­sa­to con­di­vi­de­re la so­vra­ni­tà, è mol­to me­no chia­ro se val­ga lo stes­so per un’unio­ne mo­ne­ta­ria che pro­ba­bil­men­te è sta­ta pre­ma­tu­ra. Non c’era con­ver­gen­za nel­le aspet­ta­ti­ve di in­fla­zio­ne quan­do, nel 1999, si è de­ci­so di fis­sa­re lo stes­so tas­so di in­te­res­se in tut­ti i Pae­si dell’eu­ro­zo­na. Quel­li al­la pe­ri­fe­ria so­no cre­sciu­ti trop­po e han­no per­so com­pe­ti­ti­vi­tà mol­to in fret­ta ed è dif­fi­ci­le re­cu­pe­rar­la: l’uni­co mo­do per ri­dur­re i sa­la­ri è sta­to crea- re di­soc­cu­pa­zio­ne.

Quin­di po­treb­be va­le­re la pe­na di cor­re­re il ri­schio di usci­re dall’eu­ro?

È una de­ci­sio­ne politica: di­pen­de da quan­ta di­soc­cu­pa­zio­ne la gen­te è di­spo­sta ad ac­cet­ta­re e per quan­to tem­po. Se un Pae­se la­sce­rà l’eu­ro non sa­rà pia­ce­vo­le, ma non sa­rà nep­pu­re un di­sa­stro: va con­fron­ta­to con l’al­ter­na­ti­va. Un al­tro de­cen­nio di bas­sa cre­sci­ta e al­ta di­soc­cu­pa­zio­ne.

E quin­di?

I lea­der do­vreb­be­ro an­dar­se­ne da qual­che par­te per un wee­kend, sen­za gior­na­li­sti e sen­za co­mu­ni­ca­ti stam­pa, per di­scu­te­re sul­le quat­tro op­zio­ni che han­no da­van­ti, di cui par­lo nel li­bro: 1) con­ti­nua­re co­sì con al­ta di­soc­cu­pa­zio­ne nei Pae­si pe­ri­fe­ri­ci in eter­no 2) ac­cet­ta­re l’in­fla­zio­ne in Ger­ma­nia 3) Ger­ma­nia e Olan­da pa­ga­no per gli altri 4) rom­pe­re l’eu­ro. Una com­bi­na­zio­ne di que­ste op­zio­ni è ine­vi­ta­bi­le, con­ti­nua­re co­me se nien­te fos­se im­pos­si­bi­le. La Bce pe­rò fi­no­ra ha te­nu­to in­sie­me l’eu­ro e il si­ste­ma fi­nan­zia­rio.

Non ave­va altra scel­ta. Do­po aver crea­to la mo­ne­ta uni­ca si è sco­per­to che la con­ver­gen- za au­spi­ca­ta non si è mai ve­ri­fi­ca­ta, ma non è pos­si­bi­le ora ri­co­min­cia­re da ca­po. Ag­giu­sta­re con una sva­lu­ta­zio­ne una tan­tum i tas­si di cam­bio tra i va­ri Pae­si e poi tor­na­re all’unio­ne mo­ne­ta­ria sa­reb­be pos­si­bi­le ma mol­to ri­schio­so. L’uni­ca co­sa che per­met­te ai Pae­si pe­ri­fe­ri­ci di con­ti­nua­re a fi­nan­ziar­si è ave­re bas­sa cre­sci­ta e al­ta di­soc­cu­pa­zio­ne: im­por­ta­no co­sì po­co che non c’è al­cun de­fi­cit del­le par­ti­te cor­ren­ti da fi­nan­zia­re. Ma se que­sti Pae­si tor­nas­se­ro al­la pie­na oc­cu­pa­zio­ne, si tro­ve­reb­be­ro con un de­fi­cit com­mer­cia­le cre­scen­te ma i mer­ca­ti non avreb­be­ro al­cun in­cen­ti­vo a fi­nan­zia­re chi si tro­va ad aver bi­so­gno co­stan­te di pre­sti­ti per­ché non può ag­giu­sta­re il tas­so di cam­bio per com­pen­sa­re lo squi­li­brio.

L’Ita­lia pe­rò con­ti­nua a tro­va­re fi­nan­zia­men­ti, con bi­lan­ci in de­fi­cit e un de­bi­to cre­scen­te.

Per­ché i mer­ca­ti san­no che non stan­no fi­nan­zian­do dav­ve­ro voi, ma la Ger­ma­nia, la Bce e tut­ta l’Unio­ne mo­ne­ta­ria. C’è pe­rò un’in­coe­ren­za tra que­sto ti­po di aspet­ta­ti­ve e quel­le do­mi­nan­ti in Ger­ma­nia. Il tas­so di in­te­res­se rea­le per i te­de­schi è trop­po bas­so e que­sto gon­fia la lo­ro com­pe­ti­ti­vi­tà, ge­ne­ran­do enor­mi sur­plus com­mer­cia­li. Ma avran­no uno choc quan­do do­vran­no pren­de­re at­to che nes­su­no può ri­pa­ga­re lo­ro i sol­di in­ve­sti­ti all’estero e sva­lu­ta­re que­sto “at­ti­vo”. Pri­ma o poi ca­pi­ran­no che non so­no co­sì ric­chi co­me cre­do­no. E il tas­so di in­te­res­se rea­le do­vrà sa­li­re, o per­ché esco­no dall’eu­ro, o per­ché ar­ri­va l’in­fla­zio­ne in Ger­ma­nia, o per­ché un al­tro Pae­se di­ven­ta più com­pe­ti­ti­vo. Nel lun­go pe­rio­do, la lo­ro po­si­zio­ne è in­so­ste­ni­bi­le.

Ri­ma­ne­re nel­la mo­ne­ta uni­ca è una scel­ta politica con un prez­zo al­to: un al­tro de­cen­nio di bas­sa cre­sci­ta e di­soc­cu­pa­zio­ne

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