Il Fatto Quotidiano

L’ULTIMA IDEONA DI ORLANDO: PRIVATIZZA­RE LA GIUSTIZIA-WEB

- » ALBERTO BAGNAI

Nel 2016 il Pd ha cercato di disfarsi della seconda parte della Costituzio­ne. Sconfitto il 4 dicembre, ci riprova ora con la prima parte, schierando le sue menti migliori in una raffinata manovra a tenaglia. L’attacco è stato sferrato sull’ala destra da Angelo Panebianco. Con la sistematic­ità dello studioso, il politologo ha aggredito l’articolo 1 della Carta: la Repubblica – ci ha detto sul Corriere della Sera del 21 luglio – non dovrebbe essere fondata sul lavoro, ma sulla libertà. Belle parole, ma a smontarle sarebbe bastato Lello, il fiumarolo comunista che conobbi vogando sul Tevere: “La vera libertà – tuonava Lello, quando si parlava di politica – è quella dal bisogno!”.

E PER LIBERARSI dal bisogno le strade sono due: o si nasce ricchi, o ci si procura un lavoro (art. 1), possibilme­nte corredato di retribuzio­ne che assicuri un’esistenza libera e dignitosa (art.

36). Difficile garantire l’effetto (la libertà) rimuovendo la causa (il lavoro). Oggi le retribuzio­ni sono quelle, bassissime, che ci chiede l’Europa. Lo ha detto l’economista Paul De Grauwe sul Sole 24

O re del 9 maggio: in un’unione monetaria occorre un meccanismo di aggiustame­nto alternativ­o al cambio. Questo meccanismo è la svalutazio­ne interna, definita aperta- mente come “politiche finalizzat­e a ridurre i salari”. Nel quarto Reich il lavoro non rende più liberi, perché non è pagato abbastanza.

Resta un problema: di lavoro vive (o meglio ci prova) la maggioranz­a degli elettori. Dato che i salari sono il reddito della maggioranz­a, un sistema che li riduca, se vuole perpetuars­i, deve inevitabil­mente ridurre anche i diritti politici: primo fra tutti, quello di esprimere il proprio dissenso (art. 21).

E qui interviene il secondo attacco, sferrato sull’ala sinistra dal ministro della Giustizia Andrea Orlando. In un’intervista rilasciata al Corriere il 14 agosto, il ministro affronta il tema dei cosiddetti “odiatori”. Chi sono? Quelli che postano contenuti “sgrad iti”. Confessio regina probationu­m: il problema quindi non sono tanto le ingiurie o le diffamazio­ni (già sanzionate dalla legge), quanto i contenuti “sgraditi”. A chi? La risposta è sorprenden­te: a chiunque, anche a soggetti estranei, non menzionati nei contenuti “sgradevoli”. Si dovrebbe procedere, insomma, anche senza querela di parte. E con quale sanzione, visto che la “sgradev olezza” a ncora non è reato? Con la sospension­e d el l ’ utente, impedendog­li cioè l’accesso ai suoi account Twitter o Facebook, i quali, nonostante si prestino ad abusi, che certo vanno combattuti nel rispetto della legalità, sono in moltissimi casi normali strumenti di lavoro, al pari di una linea telefonica.

E chi farebbe da pubblico ministero, chi deciderebb­e quali utenti sospendere? Associazio­ni private dalle quali le istituzion­i dovrebbero “restare fuori” (e perché?), supportate da Fondazioni bancarie (garanzia di trasparenz­a!) e dalle Ong che tutelano da ll ’ odio “contro la razza, il sesso, la religione”.

Il ministro deve essersi accorto dell’inopportun­ità di questo suo inquietant­e elogio della delazione, di questo sorprenden­te avallo di una giustizia privatizza­ta, che ti può apporre il marchio di infamia di “odiatore”, ostracizza­ndoti dall’agorà telematica con conseguenz­e pratiche e di immagi- ne potenzialm­ente devastanti, senza alcun contraddit­torio, su semplice segnalazio­ne di associazio­ni dalle quali le istituzion­i devono star fuori (un ministro, uomo delle istituzion­i, forse dovrebbe almeno far finta di dare a queste ultime un po’di fiducia). Così, il 22 agosto è seguita una smentita sul blog Byoblu. “Male!” diranno i più scaltriti: “Una smentita è una notizia data due volte!”. Peggio, aggiungo io, visto che, con un autolesion­ismo comunicati­vo che lascia sbalorditi, la cosiddetta smentita conferma punto per punto i risvolti più preoccupan­ti di queste esternazio­ni, affermando che i gestori della rete “devono assumere il controllo dei contenuti”, in virtù di un codice di condotta “e uro pe o” ( in vigore da maggio, ma del quale i media, sempre pronti a strombazza­re qualsiasi futilità giunga da Bruxelles, stranament­e non ci avevano informato).

SCORRENDOL­O si hanno interessan­ti sorprese. Ad esempio, fra le associazio­ni incaricate di controllar­ci, Martino Cervo di Libero ha trovato l’Unar (Ufficio Nazionale Anti Discrimina­zioni Razziali) il cui direttore, come ricorderet­e, si è dimesso a febbraio a seguito di un servizio delle Iene (sorvolo sui dettagli). Per carità: il plurale di aneddoto non è dati, siamo garantisti (noi), e non vogliamo trarre da questo episodio singolo consideraz­ioni di carattere generale. Ci viene però da concludere, parafrasan­do uno che di giustizia umana se ne intendeva: chi è senza peccato, sospenda il primo account!

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