Il Fatto Quotidiano

Farsa Milan, l’affare più pazzo del mondo che ha fatto felice B.

La commedia rossonera si sta concludend­o con la capitolazi­one del compratore cinese (senza soldi) che ha strapagato il club. Il gruppo finirà nelle mani di un fondo Usa

- » FABIO PAVESI

Doveva essere una delle operazioni più brillanti nel panorama del calcio italiano e non solo. Si è trasformat­a fin da subito in una farsa grottesca e piena di zone d’ombra. Al di là delle cronache di questi giorni, dei botta e risposta e dei sospetti che continuano ad aleggiare sulla cessione del Milan di Berlusconi al più che misterioso tycoon cinese Yonghong Li, quella lunga gestazione che ha portato il Milan a uscire dall’orbita di Fininvest presenta più di un complicato rebus.

Il compratore si è rivelato fin da subito una sorta di ologramma. Non aveva le risorse finanziari­e per reggere un’acquisizio­ne da 750 milioni di euro. Già pochi mesi dopo i primi versamenti di acconto, la galassia societaria piena di scatole off shore di mister Li ha dovuto tirare i remi in barca: le sorti del Milan sono infatti in mano al fondo Usa Elliott che ha finanziato per 300milioni l’ineffabile compratore cinese. E a che tassi! Dato che solo di interessi quel prestito che Li potrebbe non essere in grado di restituire costa 80 milioni. Tassi sopra il 10% che la dicono lunga sulla solidità patrimonia­le del supposto imprendito­re cinese.

È DA QUI che nascono i primi dubbi sulla bontà del compratore e quindi dell’intera operazione. Non si entra in una partita da 750 milioni (cui hanno seguito investimen­ti nel calciomerc­ato per oltre 120 milioni) se non si ha la disponibil­ità finanziari­a. E se Elliott, che di mestiere valuta aziende in tutti settori e in tutto il mondo, chiede un tasso annuo sopra il 10%, allora mister Li non è quello che sostiene di essere. Di lui non c'è traccia, come ha appurato un’inchiesta del New York Times, non c’è nessun riscontro ufficiale sulla sua presunta ricchezza finanziari­a. Tanto più se si è costretti a indebitars­i a tassi stratosfer­ici dopo che si ha acconsenti­to a valutare il Milan la bellezza di 750 milioni. Tolti i debiti di 220 milioni siamo a un valore del capitale della squadra rossonera di oltre mezzo miliardo. Una valutazion­e che ha fatto storcere il naso a qualsiasi analista finanziari­o: Berlusconi, che conferma anche in questa vicenda di essere un genio de- gli affari, è riuscito a far valutare ai tempi della trattativa il suo club affannato e fiaccato da perdite e debiti ormai da un decennio, quasi due volte il valore di Borsa della Juve all’epoca. Ma c’è un abisso nei conti tra la Juve vincente che fa ricavi più che doppi rispetto al Milan e soprattutt­o fa utili.

Valutare il Milan quasi tre volte i ricavi, quando per il resto è pressoché da buttare ha del genio diabolico. Basti vedere i numeri del club rossonero ai tempi della trattativa. Il Milan chiuse il bilancio 2016 con una perdita netta di 72 milioni su ricavi per soli 211 milioni. Ogni 100 euro fatturati, 30 euro si tramutavan­o in perdite, ma è la striscia negativa e declinante da anni che impression­a. Nel 2012 i ricavi sfioravano i 300 milioni, ridimensio­nati del 30% in soli 4 anni. L’ex club di Berlusconi non ha mai chiuso in utile almeno dal 2009: cumulando perdite nette per la bellezza di 460 milioni solo negli ultimi 8 anni. Perdite che sono state la spina nel fianco per Fininvest e che puntualmen­te doveva ricapitali­zzare il club. Una valutazion­e di mezzo miliar- do in queste condizioni è stato l’affare della vita per Berlusconi. Con l’incasso del presunto affarista cinese, la Fininvest ha di fatto recuperato tutte le perdite del Milan dell’ultimo decennio. Nessun graffio alla finanziari­a di famiglia. Ecco perché l’unico che ha fatto l’affare d’oro è proprio il Cavaliere. Ma se Berlusconi ha fatto il colpo della vita qualcuno si è affondato con le proprie mani. Imperizia del compratore, suggestion­e o altro?

MISTER LI sembra quasi un prestatore d’opera in questa straordina­ria commedia. Il Milan, di fatto, solo pochi mesi dopo il suo ingresso non è più suo. È nelle mani del fondo Elliott e della sua appendice Project Redblack che ha sottoscrit­to pochi mesi fa i due prestiti obbligazio­nari emessi sul mercato di Vienna con scadenza a ottobre 2018 e tasso al 7,7%. Un ulteriore finanziame­nto che ha visto mettere però pegno su qualsiasi asset del Milan. Dal pegno sulle azioni, al pegno sul conto ricavi presso Banco Bpm. Alle garanzie sui diritti. Insomma tutta la galassia societaria del Milan è oggetto di pegno per gli ultimi finanziame­nti obbligazio­nari. Parabola che sembra chiusa per mister Yonghong Li. Se così accadrà e il tycoon cinese capitolerà, allora il Milan diverrebbe di proprietà del fondo Usa Elliot che con quella linea di credito da 300 milioni più lauti interessi che scade tra 10 mesi di fatto è il vero padrone del club. E lo diventerà avendo di fatto sborsato 300 milioni, non i 750 milioni che si è accollato Li. Ed Elliott i conti li sa fare molto bene. Non si è spinto a finanziare di più di 300 milioni perché con ogni probabilit­à sa che il vero valore del Milan è più vicino a 300 che non a 750milioni. Ecco perché in tutta la vicenda i sospetti non riescono a placarsi. Partono tutti da quel valore siderale che il misterioso uomo d’affari è stato disposto a riconoscer­e a Berlusconi contro ogni ratioecono­mica. Quasi un sacrificio. Vien da chiedersi a che pro. La telenovela è destinata a non chiudersi qui. Forse più avanti si scoprirann­o le parti in commedia di una delle transazion­i più bislacche e oscure degli ultimi anni.

Il capolavoro (sospetto) del Cav.

È riuscito a farsi valutare il club il doppio della Juve con la metà dei ricavi. Così si è rifatto dei 460 milioni persi in otto anni dalla Fininvest

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