Par­ti­ni­co, cac­cia al ne­ro Più che razzismo, un pen­to­lo­ne di di­sa­gi

Il Fatto Quotidiano - - DA PRIMA PAGINA - » EN­RI­CO FIERRO In­via­to a Par­ti­ni­co (Palermo)

Dà­gli al­lo stra­nie­ro 30 mi­la abi­tan­ti a 35 km da Palermo. Il pae­se do­ve Da­ni­lo Dol­ci die­de cor­po al­le sue idee di pa­ce, la­vo­ro e solidarietà sem­bra es­se­re di­ven­ta­to l’epi­cen­tro dell’odio raz­zia­le. Due del­le sei bru­ta­li ag­gres­sio­ni re­gi­stra­te nell’esta­te si­ci­lia­na so­no av­ve­nu­te qui

“Ma­roc­chi­ni di mer­da, ve ne do­ve­te an­da­re a ca­sa vo­stra”. È un ve­ner­dì di odio a Par­ti­ni­co. Da­van­ti al bar “Yo­go Lo­co”, qua­si al­la fi­ne di Cor­so dei Mil­le e ul­ti­ma tap­pa del me­sto “stru­scio” se­ra­le, si riu­ni­sce una pic­co­la fol­la ur­lan­te. Le vo­ci si so­vrap­pon­go­no, la lin­gua si­cu­la smar­ri­sce la sua dol­ce mu­si­ca­li­tà per as­su­me­re i toni sor­di del­la rab­bia con­tro due ra­gaz­zi dal­la pel­le ne­ra. Qua­le “col­pa” han­no? Un fur­to? Uno sguar­do di trop­po a una ra­gaz­za? Una parola sba­glia­ta? “Per­ché mi hai cac­cia­to dal bar, non ho fat­to nul­la”, chie­de inu­til­men­te uno di lo­ro. Il traf­fi­co è bloc­ca­to. Il fuo­co del­la rab­bia si me­sco­la al su­do­re di una se­ra den­sa di umi­di­tà. Ar­ri­va la po­li­zia, i due ra­gaz­zi ven­go­no por­ta­ti in com­mis­sa­ria­to: trat­te­nu­ti fi­no all’una di not­te. Nes­sun rea­to. Nes­su­na ac­cu­sa. L’odio, al­me­no que­sta vol­ta, non è esplo­so in at­ti di bru­ta­le vio­len­za re­ga­lan­do al­le cro­na­che il rac­con­to del ter­zo raid raz­zi­sta in po­che set­ti­ma­ne, in que­sto pae­se di 30 mi­la abi­tan­ti, a 35 km da Palermo.

“Chi fa guer­ra di so­li­to è un ne­vro­ti­co. Quan­do si fan­no guer­re vuol di­re che non si co­no­sce la si­tua­zio­ne da af­fron­ta­re”

Par­ti­ni­co. Qui Da­ni­lo Dol­ci im­ma­gi­nò e die­de cor­po al­le sue idee di pa­ce, la­vo­ro e solidarietà. Qui il Gan­d­hi ita­lia­no im­pe­gnò tut­to il suo tem­po per il be­ne co­mu­ne. Ma qui tut­to è cam­bia­to, Da­ni­lo Dol­ci og­gi è so­lo il no­me di qual­che scuo­la. Par­ti­ni­co è Ita­lia, e an­che in que­ste ter­re il se­me dell’in­tol­le­ran­za fa na­sce­re al­be­ri gra­vi­di di frut­ti av­ve­le­na­ti. Due ag­gres­sio­ni ispi­ra­te da odio raz­zia­le sul­le sei re­gi­stra­te in tut­ta la Si­ci­lia da lu­glio a set­tem­bre. Per ca­pi­re in qua­le ter­re­no af­fon­da­no le ra­di­ci dell’odio bi­so­gna gi­ra­re, par­la­re con la gen­te, ri­leg­ge­re la cro­na­ca an­che mi­nu­ta, e ri­con­net­ter­li a un qual­co­sa di più ge­ne­ra­le. Ten­ta­re di com­pren­de­re do­ve, co­me, quan­do e per­ché an­che la ve­ri­tà muo­re. È la sto­ria del bam­bi­no “stran­go­la­to”. Ago­sto vol­ge al ter­mi­ne, sui si­ti lo­ca­li cir­co­la la no­ti­zia di un bam­bi­no ag­gre­di­to. I niu­ri han­no ten­ta­to di stroz­zar­lo per­ché vo­le­va ru­ba­re una bi­ci­clet­ta. Il pae­se ne par­la. La no­ti­zia si ar­ric­chi­sce di par­ti­co­la­ri fal­si e ter­ri­fi­can­ti. I ne­ri, di­co­no, avreb­be­ro pic­chia­to una don­na incinta e, do­mi­na­ti da fu­ria sel­vag­gia, an­che di­strut­to una ca­sa. Al­cu­ni po­li­ti­ci si fan­no in­qua­dra­re dal­le te­le­ca­me­re mo­stran­do una fac­cia se­ve­ra. Il con­si­glie­re co­mu­na­le ed ex can­di­da­to sin­da­co, Pie­tro Rao, si chie­de “di che co­lo­re sa­ran­no le ma­gliet­te in que­sto fran­gen­te?”. So­no inu­ti­li chia­ri­men­ti e spie­ga­zio­ni. Nep­pu­re la mam­ma del bam­bi­no vie­ne cre­du­ta. Ep­pu­re la don­na è chia­ris­si­ma in un po­st su Fa­ce­book. “Ra­gaz­zi cal­ma­te­vi, tut­to ciò che è sta­to scrit­to non è ve­ro… il bam­bi­no in que­stio­ne è mio fi­glio… co­no­sce il ra­gaz­zo di co­lo­re, ha pre­so la bi­ci per far­si un gi­ro… il ra­gaz­zo di co­lo­re non si è per­mes­so ad al­za­re un di­to su mio fi­glio, na­so rot­to e pu­gni so­no so­lo ca­vo­la­te…”. Nes­su­no la ascol­ta.

“An­che noi cer­chia­mo di ca­pi­re le ra­gio­ni di que­sta esplo­sio­ne di in­tol­le­ran­za e vio­len­za”, mi di­ce Ce­sa­re Ca­sa­ri­no, ani­ma­to­re di Par­ti­ni­co so­li­da­le. “Di­re ‘sia­mo di­ven­ta­ti raz­zi­sti’ è trop­po fa­ci­le e scon­ta­to. Cul­lar­si nell’il­lu­sio­ne del­la Si­ci­lia co­me ter­ra di an­ti­ca ac­co­glien­za sa­reb­be un in­gan­na­re noi stes­si. Og­gi dir­si raz­zi­sti non è più una ver­go­gna, ag­gre­di­re un ne­ro è qua­si le­git­ti­mo. Tro­ve­rai sem­pre chi ti di­ce che hai fat­to be­ne. C’è una am­pia co­per­tu­ra po­li­ti­ca, cul­tu­ra­le, gior­na­li­sti­ca, te­le­vi­si­va e so­cial che av­vol­ge, pro­teg­ge e giu­sti­fi­ca que­sti com­por­ta­men­ti”. L’al­be­ro dell’odio ha bi­so­gno di po­ca ac­qua per cre­sce­re. Ba­sta un giovane ne­ro del­la Ni­ge­ria che un po­me­rig­gio di lu­glio se ne va in gi­ro per stra­da nu­do, “con le ver­go­gne” all’aria, co­me di­co­no qui, a far esplo­de­re la rab­bia. “Cos’al­tro dob­bia­mo ve­de­re a Par­ti­ni­co? È ar­ri­va­to il mo­men­to di chiu­de­re tut­ti que­sti cen­tri so­cia­li do­ve si con­ti­nua a fa­re bu­si­ness”, di­ce in­di­gna­to il con­si­glie­re Gior­gio Rao di “Sal­via­mo Par­ti­ni­co”. Non sa nul­la, ma ver­sa li­tri di ben­zi­na sul fuo­co. Per­ché an­che in que­sto ca­so, la real­tà rac­con­ta un’al­tra sto­ria. Quel­la di un giovane ar­ri­va­to in Si­ci­lia con un bar­co­ne e di­ven­ta­to car­ne da sfrut­ta­men­to. La­vo­ra e cade da una sca­la: si por­ta ad­dos­so per gior­ni un trau­ma cra­ni­co e una emor­ra­gia ce­re­bra­le. È de­nu­tri­to, di­si­dra­ta­to, i va­lo­ri sbal­la­ti, è di­so­rien­ta­to, non in gra­do di in­ten­de­re né di vo­le­re. Per­de il con­trol­lo di sé, si spo­glia e cor­re nu­do. Chi lo ve­de si scan­da­liz­za, ma pri­ma fil­ma col cel­lu­la­re. La po­li­ti­ca fa la fac­cia fe­ro­ce. Nes­su­no pro­va pie­tà. La ve­ri­tà vie­ne spaz­za­ta via dal ven­to di un razzismo bu­li­mi­co di no­ti­zie fal­se e gon­fia­te. E la mac­chi­na del tem­po ci ri­por­ta in­die­tro di 119 an­ni, a 9.044 chi­lo­me­tri di di­stan­za da Par­ti­ni­co, nel­lo sper­du­to vil­lag­gio di Tal­lu­lah.

Una tra­ge­dia rac­con­ta­ta, quel­la, da En­ri­co Dea­glio nel bel­lis­si­mo Sto­ria ve­ra e ter­ri­bi­le tra Si­ci­lia e Ame­ri­ca (Sel­le­rio). Cin­que si­ci­lia­ni di Cor­fù, con­ta­di­ni e frut­ti­ven­do­li, ven­go­no lin­cia­ti e im­pic­ca­ti a gan­ci di ma­cel­la­io. La lo­ro col­pa? Aver ag­gre­di­to il me­di­co del vil­lag­gio do­po un li­ti­gio. Il me­di­co è mor­to, di­ce la vo­ce di po­po­lo, ma la no­ti­zia è fal­sa. È so­lo

Ol­tre la cro­na­ca Per ca­pi­re le ra­di­ci dell’odio, bi­so­gna par­la­re con la gen­te, ri­leg­ge­re i fat­ti e ri­con­net­ter­li a un qual­co­sa di più ge­ne­ra­le

Ales­san­dro Zen­ti

Si­ci­lia Una con­vi­ven­za dif­fi­ci­le

Pe­ri­fe­rie d’Ita­lia Mi­gran­ti e Sud È il no­me del pro­get­to che il fo­to­gra­fo e gior­na­li­sta Ales­san­dro Zen­ti sta por­tan­do avan­ti da an­ni. Un viag­gio nell’uma­ni­tà: pic­co­li ge­sti quo­ti­dia­ni, ri­tua­li che fi­ni­sco­no con iden­ti­fi­ca­re vi­te, vol­ti

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