Lo­di, gli ita­lia­ni me­glio di una sin­da­ca

Im­ma­gi­ni e raz­zi­smo Vie­ne na­tu­ra­le schie­rar­si con le la­cri­me del­le mam­me e i sor­ri­si dei bam­bi­ni del­la “stan­za del pa­ni­no”

Il Fatto Quotidiano - - DA PRIMA PAGINA - » SEL­VAG­GIA LU­CA­REL­LI

Al­le

vol­te suc­ce­de di pen­sa­re che in fon­do sia­mo mi­glio­ri di quel­lo che sem­bra. Che for­se il cli­ma po­li­ti­co, l’odio so­cial, le ti­fo­se­rie vol­ga­ri, sia­no la fo­to­gra­fia peg­gio­re del Pae­se, ma che tutto som­ma­to, quan­do si la­scia spa­zio al­le sto­rie an­zi­ché agli slo­gan, gli ita­lia­ni sia­no mi­glio­ri di quel­lo che sem­bra­no. In que- sti gior­ni, per esem­pio, c’è un ser­vi­zio di Mi­cae­la Far­roc­co an­da­to in on­da a

Piaz­za Pu­li­ta, che ap­pa­re sul­le ho­me­pa­ge dei si­ti di in­for­ma­zio­ne e le ba­che­che fb di po­li­ti­ci, gior­na­li­sti, at­to­ri, can­tan­ti e nor­ma­li cit­ta­di­ni, in cui si rac­con­ta una sto­ria di cui in real­tà si era già scrit­to (il pri­mo quo­ti­dia­no na­zio­na­le fu il Fat­to), ma che “non si era vi­sta”. La sin­da­ca le­ghi­sta di Lo­di, Sa­ra Ca­sa­no­va, un an­no fa ha emes­so una de­li­be­ra che ha mo­di­fi­ca­to le nor­me di ac­ces­so per be­ne­fi­cia­re del­le ta­rif­fe age­vo­la­te per l’au­to­bus (210 euro a tri­me­stre) e la men­sa sco­la­sti­ca (5 euro al gior­no).

Pri­ma, per tut­ti i ge­ni­to­ri, ba­sta­va pre­sen­ta­re l’Isee. Dal 2018, so­lo per i cit­ta­di­ni na­ti fuo­ri d al l’Unio­ne eu­ro­pea, l’I se e non ba­sta più. De­vo­no pre­sen­ta­re an­che dei cer­ti­fi­ca­ti ri­la­scia­ti dal pae­se d’ori­gi­ne che at­te­sti­no la lo­ro nul­la­te­nen­za. La sin­da­ca, si spe­ra e pre­su­me in buo­na fe­de, ha pe­rò sot­to­va­lu­ta­to un par­ti­co­la­re: spes­so, in quei pae­si, un ca­ta­sto in­for­ma­tiz­za­to non esi­ste. Spes­so rien­tra­re in un pae­se da cui si è scap­pa­ti non è una buo­na idea. Spes­so, an­dar­ci è mol­to co­sto­so. A vol­te im­pos­si­bi­le.

QUE­STO cam­bia­men­to ha di fat­to im­pe­di­to a più di due­cen­to fa­mi­glie di ot­te­ne­re le ta­rif­fe age­vo­la­te, con una con­se­guen­za che, rac­con­ta­ta fred­da­men­te, tra le ri­ghe di un gior­na­le, suo­na co­me un ba­na­le ef­fet­to del­la bu­ro­cra­zia. Rac­con­ta­ta dal­le te­le­ca­me­re, at­tra­ver­so le vo­ci dei bam­bi­ni esclu­si dal­la men­sa sco­la­sti­ca e dal­le lo­ro mam­me, è al­tro. È il bam­bi­no con la sua ma­gliet­ti­na aran­cio­ne e gli oc­chi ne­ri che di­ce: “Io que­st’an­no man­giò giù, do­ve si man­gia­no i pa­ni­ni, vo­le­vo man­gia­re con i miei ami­ci, è un po’ tri­ste e mi sem­bra stra­no per­ché ci di­vi­do­no dai bam­bi­ni ita­lia­ni…”. È la bim­ba ti­mi­da, con la co­da di ca­val­lo, che non guar­da mai l’in­ter­vi­sta­tri­ce e rac­con­ta: “La mae­stra ci ha det­to che alcuni ge­ni­to­ri pa­ga­no una ci­fra più al­ta e man­gia­no in men­sa, gli al­tri no… mi so­no ver­go­gna­ta”. È il bim­bo di co­lo­re che con un can­do­re di­sar­man­te, al­la do­man­da dell’in­via­ta “tu lo sai per­ché tor­ni a ca­sa per man­gia­re?” ri­spon­de: “Cer­to, per l’eson ero”. E quel ter­mi­ne fred­do e bu­ro­cra­ti­co, pro­nun­cia­to da un bam­bi­no che non do­vreb­be nep­pu­re sa­pe­re co­sa si­gni­fi­chi “eso­ne­ro”, è qual­co­sa che fa sen­ti­re a di­sa­gio, che ti fa do­man­da­re se la sin­da­ca sia lì da­van­ti al­la tv e nel ve­de­re l’ef­fet­to del­la de­li­be­ra sul­la pel­le di quei bam­bi­ni, un po’di di­sa­gio lo pro­vi an­che lei. È an­che in­cin­ta, di si­cu­ro ha la la­cri­ma fa­ci­le, l’emo­ti­vi­tà am­pli­fi­ca­ta, ti con­vin­ci. Ma con i bam­bi­ni si sa, si gio­ca fa­ci­le. Co­me si fa a non em­pa­tiz­za­re con lo­ro. Poi è il tur­no del­le mam­me, quel­le col ve­lo, quel­le che un po’ di dif­fi­den­za la pro­vo­ca­no sem­pre. C’è quel­la tu­ni­si­na che rac­con­ta di es­se­re an­da­ta per ben due vol­te nel suo pae­se e di aver spe­so tan­tis­si­mi sol­di, ma quei do­cu­men­ti non li ha avu­ti. Quel­la ma­roc­chi­na che è an­da­ta in Ma­roc­co, ha com­pra­to quat­tro mar­che da bol­lo da 16 euro, ha avu­to i do­cu­men­ti, li ha con­se­gna­ti in Co­mu­ne e non an- da­va­no be­ne. C’è quel­la che tut­te le mat­ti­ne fa sei km per ac­com­pa­gna­re i fi­gli a scuo­la per­ché 210 euro a tri­me­stre di au­to­bus non li ha. Una di que­ste mam­me pian­ge, si ag­grap­pa all’in­via­ta, e da ca­sa si pian­ge con lei. Un’al­tra in­ve­ce sor­ri­de, ha cin­que fi­gli, di­ce che gli ita­lia­ni le chie­do­no “ma co­me fai a sor­ri­de­re con cin­que fi­gli?” e lei ri­spon­de che i fi­gli so­no bel­li, non so­no una ma­le­di­zio­ne. E sei tu che vor­re­sti ab­brac­ciar­la e ag­grap­par­ti a lei, per­ché de­si­de­re­reb­be che i suoi fi­gli man­gias­se­ro con gli ita­lia­ni, ma non pos­so­no. E al­lo­ra lei gli cu­ci­na i piat­ti ita­lia­ni, per far­li sen­ti­re co­me gli al­tri. Per far­li sen­ti­re bam­bi­ni. La sua bim­ba di­ce: “Man­gio la pa­sta­sciut­ta col po­mo­do­ro!” e che non pos­sa man­giar­se­la in men­sa con i suoi ami­chet­ti suo­na co­me una me­schi­ni­tà. L’in­via­ta va in cit­tà per rac­con­ta­re gli umo­ri dei cit­ta­di­ni, qual­cu­no di­ce che la sin­da­ca ha ra­gio­ne, un si­gno­re an­zia­no spie­ga che le leg­gi de­vo­no va­le­re per tut­ti, un al­tro che “s ono co­me le zec­che di ca­ni”, una si­gno­ra bor­bot­ta che se non han­no i sol­di do­vreb­be­ro fa­re co­me gli ita­lia­ni, che di fi­gli ne fan­no uno. La si­gno­ra igno­ra che an­dan­do avan­ti co­sì un gior­no gli ita­lia­ni non esi­ste­ran­no più, e che a sol­le­va­re il tas­so di na­ta­li­tà nel nostro pae­se for­se ci pen­se­ran­no pro­prio quei bam­bi­ni che man­gia­no il pa­ni­no, lon­ta­ni da­gli “al­tri”. E in­fi­ne van­no in on­da le im­ma­gi­ni del­la “stan­za dei pa­ni­ni”. Po­chi bam­bi­ni in­tor­no a un ta­vo­lo, in un’ala se­pa­ra­ta, che sem­bra­no lì in ca- sti­go. Che sem­bra­no ave­re col­pa di qual­co­sa. Il gior­no do­po la messa in on­da del ser­vi­zio è suc­ces­so che in po­che ore so­no ar­ri­va­te le do­na­zio­ni ne­ces­sa­rie per pa­ga­re la men­sa al­le due­cen­to fa­mi­glie. Il vi­deo è sta­to con­di­vi­so da mi­glia­ia di per­so­ne, com­men­ta­to da tut­ti. La sto­ria del­le men­se di Lo­di ha smes­so di es­se­re una fac­cen­da bu­ro­cra­ti­ca. È di­ven­ta­ta la sto­ria di ge­ni­to­ri e bim­bi, di una sin­da­ca con l’aria du­ra e in­fa­sti­di­ta che non ri­spon­de a chi le chie­de “per­ché?”. E al­la fi­ne, più di tutto, una pic­co­la sto­ria che sug­ge­ri­sce una co­sa più gran­de: è un pae­se, il nostro, che ha bi­so­gno di ve­de­re i volti e le la­cri­me di quel­li di cui ha pau­ra. So­lo co­sì, for­se, smet­te­rà di te­mer­li.

Le im­ma­gi­ni con­ta­no Il ser­vi­zio di Piaz­zaPu­li­ta ha avu­to un in­cre­di­bi­le suc­ces­so an­che sui so­cial

Vo­le­vo man­gia­re con i miei ami­ci, è un po’ tri­ste e mi sem­bra stra­no per­ché ci di­vi­do­no da­gli al­tri... “Eso­ne­ro”

Fa sen­ti­re a di­sa­gio ascol­ta­re un ra­gaz­zi­no che usa que­sta pa­ro­la fred­da con na­tu­ra­lez­za

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