“Mac­ché fa­sci­smo, non ve­do al­cun re­gi­me in ag­gua­to”

Pao­lo Mie­li Il gior­na­li­sta e sto­ri­co rac­con­ta il suo ul­ti­mo sag­gio e gli intrecci tra pas­sa­to e pre­sen­te: “I no­stal­gi­ci del Du­ce so­no un fe­no­me­no mar­gi­na­le”

Il Fatto Quotidiano - - DA PRIMA PAGINA - » SIL­VIA TRUZZI

Una del­le pri­me le­zio­ni che s’im­par­ti­sco­no ai gior­na­li­sti in er­ba è che non c’è bi­so­gno di fron­zo­li quan­do si rac­con­ta una storia. Pao­lo Mie­li, non per nul­la due vol­te di­ret­to­re del Cor­rie­re del­la Se­ra, l’ha ap­pli­ca­ta nell’in­tro­du­zio­ne al suo ul­ti­mo Lam­pi sul­la storia in cui met­te in fi­la una se­rie di epi­so­di che sve­la­no, sen­za ag­get­ti­vi, i ri­schi del po­li­ti­ca­men­te cor­ret­to. Che “na­sce per una giu­sta cau­sa: i ne­ri, nei film ame­ri­ca­ni fi­no agli an­ni Ses­san­ta, so­no tut­ti Ma­mi di Via col ven­to”, spie­ga Mie­li. “Una de­scri­zio­ne ca­ri­ca­tu­ra­le con­tro cui il po­li­ti­ca­men­te cor­ret­to ha giu­sta­men­te agi­to. Do­po­di­ché un pro­ces­so sen­za fre­ni ci ha por­ta­to agli esem­pi che por­to nel libro, cau­san­do un sen­so di ri­get­to nei con­fron­ti del­la ma­ni­po­la­zio­ne sto­ri­ca. Un sen­ti­men­to pe­ri­co­lo­so che ali­men­ta tut­te le on­da­te rea­zio­na­rie in Oc­ci­den­te. Mi dà mol­to fa­sti­dio che dell’ar­ma del­la ra­gio­ne­vo­lez­za si sia im­pos­ses­sa­ta la de­stra. Quan­do si ar­ri­va – qui chia­mo in cau­sa la ‘mia’ si­ni­stra – a ‘ge­ni­to­re 1’ e ‘ge­ni­to­re 2’ si scon­fi­na nel co­mi­co”.

Dal punto di vista sto­ri­co? Il po­li­ti­ca­men­te cor­ret­to è una bom­ba: co­strin­ge gli storici a con­fron­tar­si con una re­tro­da­ta­zio­ne dei giu­di­zi for­mu­la­ti sul­la ba­se dei prin­ci­pi di og­gi. Un cri­mi­ne. Che sen­so può ave­re esa­mi­na­re la de­mo­cra­zia gre­ca del V se­co­lo a.C. al­la lu­ce del mo­del­lo West­min­ster?

Par­lia­mo di Ro­be­spier­re, in­toc­ca­bi­le per i suoi con­na­zio­na­li...

Non si può di­re che ave­va la pel­le but­te­ra­ta o che era ap­pas­sio­na­to di ri­ca­mo: per ade­guar­lo al­lo ste­reo­ti­po si ce­la la ve­ri­tà. Quan­do si crea un eroe, o un de­mo­ne, si en­fa­tiz­za­no so­lo gli aspet­ti che lo ri­du­co- no a una di­men­sio­ne. Ma non esi­sto­no in­car­na­zio­ni del be­ne o del ma­le.

Ab­bia­mo un mi­to ana­lo­go? Tut­ti ri­sor­gi­men­ta­li: Ca­vour, mi­to li­be­ra­le, Maz­zi­ni, mi­to re­pub­bli­ca­no, Ga­ri­bal­di, mi­to ri­vo­lu­zio­na­rio. Ma già all’ini­zio del 900 era­no mes­si in di­scus­sio­ne. Il mo­del­lo Ca­vour, per esem­pio, si è ri­ve­la­to ca­ren­te nell’im­po­sta­zio­ne po­li­ti­ca, per­ché non è riu­sci­to a fon­da­re un si­ste­ma dell’al­ter­nan­za co­me ac­cad­de in qua­si tut­ti i Pae­si eu­ro­pei mo­der­ni. Il mo­del­lo era il com­pro­mes­so di go­ver­no tra de­stra e si­ni­stra: un mo­del­lo so­prav­vis­su­to, in va­rie for­me, fin qui. For­se ora si pro­fi­la la pos­si­bi­li­tà che al pros­si­mo gi­ro, uno vin­ca e go­ver­ni, in­sie­me al­lo schie­ra­men­to con cui si pre­sen­ta. Par­lo di Sal­vi­ni con il cen­tro­de­stra uni­to, na­tu­ral­men­te.

C’è un aspi­ran­te Ga­ri­bal­di? I lea­der di og­gi si pre­sen­ta­no co­me ri­vo­lu­zio­na­ri... Ga­ri­bal­di era uno ca­pa­ce di vin­ce­re le guer­re, a dif­fe­ren­za dei no­stri eser­ci­ti che di so­li­to le per­de­va­no. Era un lea­der in­ter­na­zio­na­le, ave­va com­bat­tu­to in Ame­ri­ca La­ti­na. E ave­va una co­mu­ni­ca­zio­ne po­li­ti­ca sem­pli­ce, im­me­dia­ta. Tre ca­rat­te­ri­sti­che che ne han­no fat­to un mo­del­lo d’i sp i r a z io n e , con­sa­pe­vo­le o no. Non a ca­so la sua ef­fi­gie era nel­lo stem­ma del Fron­te po­po­la­re nel 1948, ed era il mi­to di Cra­xi. I 5Stel­le non si ri­chia­ma­no a lea­der del pas­sa­to, ma se do­ves­si­mo cer­ca­re una par­zia­le fon­te d’ispi­ra­zio­ne per lo­ro sa­reb­be pro­prio Ga­ri­bal­di. Han­no in co­mu­ne mol­te co­se: pen­so al fat­to di par­ti­re dal­la Si­ci­lia, e al­lo­ra ec­co la nuo­ta­ta di Gril­lo, e poi all’at­ten­zio­ne al­la que­stio­ne me­ri­dio­na­le e an­che la pro­pen­sio­ne a im­bar­car­si in im­pre­se im­pos­si­bi­li. Poi quan­do c’è l’in­con­tro con la po­li­ti­ca del Nord si soc­com- be, co­me ca­pi­tò a Ga­ri­bal­di, che nel duello con To­ri­no do­vet­te pie­gar­si.

Non ha ri­spo­sto: Di Ma­io è un Ga­ri­bal­di?

Né lui né Gril­lo.

In un ca­pi­to­lo par­la di Lo­renz, Eliot e Ham­sun e dell’in­di­ci­bi­le at­tra­zio­ne per il na­zi­smo. In Ita­lia non ab­bia­mo fat­to la pa­ce con il fa­sci­smo, né in un sen­so né nell’al­tro.

Cre­do che i no­stal­gi­ci del re­gi­me sia­no un fe­no­me­no mar­gi­na­le. Non si può me­sco­la­re il fol­klo­re a Pre­dap­pio con un fe­no­me­no po­li­ti­co che rac­co­glie un gran­de suc­ces­so. Sal­vi­ni e Di Ma­io so­no emu­li del fa­sci­smo? No. Pos­so­no es­se­re pe­ri­co­lo­si, man­da­re il Pae­se in ban­ca­rot­ta, ma non c’en­tra­no nien­te col fa­sci­smo.

Nel sen­so dell’or­ba­ce?

Non so­no pro­prio fa­sci­sti! Il fa­sci­smo an­dò al po­te­re in que­sti gior­ni nel 1922. Due an­ni do­po ci fu­ro­no le ele­zio­ni con la leg­ge Acer­bo, il de­lit­to Mat­teot­ti, l’Aven­ti­no. Sal­ve­mi­ni, una del­le fi­gu­re più spec­chia­te dell’an­ti­fa­sci­smo, scri­ve­va pro­prio in quei gior­ni di te­me­re, sul­la scor­ta del­le espe­rien­ze pas­sa­te, un col­po di Sta­to mi­li­ta­re re­gio. Pen­sa­va il pre­sen­te con ca­te­go­rie pas­sa­te e quin­di sba­glia­te. Non ve­do all’oriz­zon­te un re­gi­me do­ve non ci sia li­ber­tà di vo­to, di cul­to, di stam­pa, di manifestazione del pen­sie­ro. Ci so­no af­fi­ni­tà te­ma­ti­che. Ma quel­le ci so­no an­che con le de­stre pre­ce­den­ti al fa­sci­smo. Per il pu­ro gu­sto di usa­re quel­la pa­ro­la – fa­sci­sta, che sem­bra espri­me­re la con­dan­na as­so­lu­ta – si ri­nun­cia a un’ana­li­si fon­da­men­ta­le. La bat­ta­glia è con­tro la no­stra pi­gri­zia men­ta­le. Sal­vi­ni è un lea­der ri­vo­lu­zio­na­rio?

La de­stra ita­lia­na, a par­ti­re da Mus­so­li­ni, ha avu­to per tra­di­zio­ne dei trat­ti ri­vo­lu­zio­na­ri. La de­stra d’or­di­ne, li­be­ra­le, ha in­con­tra­to cat­ti­ve for­tu­ne. È pa­ra­dos­sa­le che quan­do la de­stra di­chia­ra di vo­ler sov­ver­ti­re l’or­di­ne nell’in­te­res­se del po­po­lo ab­bia più for­tu­ne del­la si­ni­stra, che do­vreb­be aver­ce­lo nel suo ba­ga­glio. Un’ope­ra­zio­ne di ma­quil­la

ge è toc­ca­ta pu­re ad An­to­nio Gram­sci.

Nel Do­po­guer­ra è sta­to edul­co­ra­to, de­scrit­to co­me pre­cur­so­re dell’Ita­lia de­mo­cra­ti­ca, fra­tel­lo mag­gio­re di To­gliat­ti. Sot­ta­cen­do che Gram­sci ave­va avu­to un com­pli­ca­tis­si­mo rap­por­to con l’Urss e i rap­por­ti con To­gliat­ti ne­gli ul­ti­mi an­ni era­no te­sis­si­mi. Gram­sci non è af­fat­to un ‘non­no’del Pd, con cui non ha qua­si nul­la da spar­ti­re.

IL PO­LI­TI­CA­MEN­TE COR­RET­TO Che sen­so può ave­re una re­tro­da­ta­zio­ne dei giu­di­zi storici sul­la ba­se dei prin­ci­pi di og­gi? È un cri­mi­ne

LA MA­NI­PO­LA­ZIO­NE DEI FAT­TI L’ar­ma del­la ra­gio­ne­vo­lez­za è in ma­no al­la de­stra Con “ge­ni­to­re 1 e 2” la si­ni­stra ca­de nel co­mi­co Ga­ri­bal­di può es­se­re un mi­to d’ispi­ra­zio­ne per i Cin­que Stel­le At­ten­zio­ne pe­rò: al­la fi­ne per­se lo scon­tro con il Nord La de­stra, quan­do si pre­sen­ta co­me ri­vo­lu­zio­na­ria, per pa­ra­dos­so in­con­tra mag­gio­ri for­tu­ne del­la si­ni­stra

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