Pri­mi suc­ces­si M5S e troppe pro­mes­se

I pri­mi cin­que me­si Dal dl Di­gni­tà al­lo stop ai vi­ta­li­zi. Ma an­che il con­do­no e gli at­tac­chi al­la stam­pa

Il Fatto Quotidiano - - DA PRIMA PAGINA - » ANDREA SCANZI

L’in­vi­to di Lui­gi Di Ma­io a sta­re uni­ti “co­me la te­stug­gi­ne r o ma n a ” per­ché “il M5S è sot­to at­tac­co”, tra­di­sce le ten­sio­ni na­tu­ra­li di una for­za gio­va­ne ca­ta­pul­ta­ta al go­ver­no. Per giun­ta con una for­za ac­can­to che ben po­co gli so­mi­glia. Da qui con­ti­nui al­ti e bas­si. Ti­po que­sti.

Pro mes­se . I 5Stel­le, sul Tap, ri­pe­to­no che non è col­pa lo­ro e che le pe­na­li ri­sal­go­no ai go­ver­ni pre­ce­den­ti. Cer­to. Nes­su­no lo ne­ga, a par­te il po­roCa­len­da. Ma il punto non è que­sto: il punto è ave­re pro­mes­so l’im­pos­si­bi­le ai pu­glie­si. Non è gra­ve il non aver fat­to mi­ra­co­li: è gra­ve aver­li pro­mes­si.

Bro­di­ni. In tem­pi di si­ni­stre mor­te, pic­co­le co­se co­me il dl Di­gni­tà fan qua­si gri­da­re al mi­ra­co­lo. E in­fat­ti Lan­di­ni gioi­sce. Idem per la chiu­su­ra (a ro­ta­zio­ne) dei ne­go­zi la do­me­ni­ca. Per­fi­no l’ac­cor­do sull’Il­va, lun­gi dal su­sci­ta­re cor­tei, era il mas­si­mo pos­si­bi­le. An­che lì l’er­ro­re non è sta­to por­ta­re a ca­sa il me­no peg­gio, ma aver pro­mes­so fi­no al gior­no pri­ma la Lu­na.

Ner­vo­si­smo. Di Ma­io at­tac­ca il grup­po Espres­so, la Lez­zi at­tac­ca il Fat­to Quo­ti­dia­no e i 5Stel­le di­co­no che com­pra­re Re­pub­bli­ca equi­va­le a fi­nan­zia­re il Pd. Ora: Re­pub­bli­caè più pi­di­na del Pd ed è gui­da­ta da un di­ret­to­re ef­fi­me­ro e ol­tre­mo­do fa­zio­so, in­fat­ti crol­la nel­le ven­di­te e nean­che pia­ce a chi ci scri­ve (ah, po­tes­se­ro par­la­re i fuo­ri on­da). Ma que­sto pos­so dir­lo io o un cit­ta­di­no qual­sia­si. Non un po­li­ti­co, peg­gio an­co­ra se al go­ver­no. È una co­sa che sa di cen­su­ra, di ber­lu­sco­ni­smo, di ren­zi­smo. È una co­sa che fa schi­fo. Bo na fe de . U no dei mi­ni­stri che più sta con­vin­cen­do, e gli at­tac­chi ad al­zo zero che sta ri­ce­ven­do da For­za Ita­lia e Pd (per­do­na­te la ri­pe­ti­zio­ne) so­no una me­da­glia al va­lo­re. Spaz­zaCor­rot­ti, stop al­la leg­ge ba­va­glio, an­ti­cor­ru­zio­ne. La stra­da è quel­la giu­sta. E lo sa­rà an­co­ra di più se – dav­ve­ro – scat­te­ran­no le manette per gli eva­so­ri. Grat­te­ri. Il pm Grat­te­ri ha pe­rò det­to che il go­ver­no ha per ora fat­to ben po­co di con­cre­to con­tro la ma­fia. Quan­to a Bo­na­fe­de, “è mol­to edu­ca­to e mol­to umi­le. Non so se sia pre­pa­ra­to o me­no. So­no abi­tua­to a va­lu­ta­re dai ri­sul­ta­ti e an­co­ra non ce ne so­no”. Ec­co: è tem­po che i ri­sul­ta­ti ar­ri­vi­no.

Dia­lo­go. Men­tre gli stu­den­ti ne bru­cia­va­no il fan­toc­cio co­me tan­ti fa­sci­sti­ni in­con­sa­pe­vo­li, Di Ma­io ha in­vi­ta­to i “ri­bel­li” per un con­fron­to, de­no­tan­do con ciò gar­bo e fur­bi­zia. Lo stes­so gar­bo che gli sta fa­cen­do ot­te­ne­re ri­sul­ta­ti con­si­de­re­vo­li – di cui ov­via­men­te i me­dia non par­la­no – in azien­de de­va­sta­te dal­la cri­si ti­po Bec­kaert e Whirl­pool. È il Di Ma­io che con­vin­ce di più: quel­lo che scle­ra po­co e la­vo­ra tan­to.

Bi­le. Di Ma­io è pe­rò an­che quel­lo che ac­cu­sa Dra­ghi di es­se­re “an­ti­ta­lia­no”, che si ar­ram­pi­ca su­gli spec­chi sul con­do­no tom­ba­le a Ischia e che esul­ta al 15º quan­do la par­ti­ta è an­co­ra lon­ta­na dal fi­ni­re. Es­se­re cal­mo quan­do tut­ti ti cri­vel­la­no non è fa­ci­le, ma è l’unica stra­da per­ché i 5Stel­le non im­plo­da­no.

Qua­li­tà. Abi­tua­ti al­la raz­zu­ma­glia che spes­so c’era pri­ma, col­pi­sce la mi­su­ra­ta com­pe­ten­za di Giu­sep­pe Con­te, trat­teg­gia­to al­la vi­gi­lia co­me un Qui­sling ton­to e ora as­sur­to a mi­glior pre­si­den­te del Con­si­glio dai tem­pi di Pro­di. Be­ne an­che il mi­ni­stro Costa, che ha un ruo­lo ne­vral­gi­co per­ché i M5S han­no sem­pre par­la­to di ambiente. E be­ne an­che la scel­ta di Fa­bri­zio Sa­li­ni in Rai, uomo com­pe­ten­te e– pe­ral­tro – tut­to fuor­ché le­ghi­sta o gril­li­no.

Cul­tu­ra. Me­no be­ne – an­zi gra­vis­si­mo – il po­co spa­zio che sem­bra ave­re la cul­tu­ra nel Sal­vi­ma­io. Si è in­ve­ce ri- ve­la­to fal­so il pa­ven­ta­to ta­glio al­le pen­sio­ne agli ebrei vit­ti­me del­le leg­gi raz­zia­li. Per for­tu­na: se dav­ve­ro il Sal­vi­ma­io aves­se par­to­ri­to un ob­bro­brio si­mi­le, avreb­be do­vu­to spu­tar­si in fac­cia da so­lo.

Vittorie. L’abo­li­zio­ne dei vi­ta­li­zi è un suc­ces­so iden­ti­ta­rio che lan­cia un bel se­gna- le. Il ri­sar­ci­men­to ai truf­fa­ti dal­le ban­che è me­ri­to­rio. Il red­di­to di cit­ta­di­nan­za sa­reb­be bel­lo (se fun­zio­nas­se). Di Ma­io ha “vin­to” sul­la pa­ce fi­sca­le, ma il con­do­ni­no re­sta ta­le ed è in­di­ge­sto non so­lo a De Fal­co. La lot­ta all’abo­mi­ne­vo­le leg­ge For­ne­ro è an­che una lot­ta 5Stel­le. La re­vo­ca av­via­ta per la con­ces­sio­ne di Au­to­stra­de è sa­cro­san­ta, co­me pu­re il no sec­co (per ora?) al Tav e la ri­mes­sa in di­scus­sio­ne del­la con­ces­sio­ne dei be­ni co­mu­ni.

Fa­sci­smo. Di Ma­io non è cer­to te­nu­to a far­lo, ma sa­reb­be as­sai gra­di­to se per una vol­ta se ne fre­gas­se dei de­li­ca­ti equi­li­bri del Sal­vi­ma­io e pro­fe­ris­se pa­ro­le net­te su cer­ta ru­men­ta in gi­ro per il mon­do. Per esem­pio su Bol­so­na­ro. E ma­ga­ri pu­re su quel­la “Evo­na Brau­no­na” che, con gen­gi­ve in­ver­sa­men­te pro­por­zio­na­li al­la ca­pa­ci­tà neu­ro­na­le, ri­de­va a Pre­dap­pio men­tre in­dos­sa­va la ma­gliet­ta “Au­sch­wi­tz­land”. Ba­ste­reb­be po­co, Di Ma­io. Ti­po: “Bol­so­na­ro mi fa vo­mi­ta­re e quel­la ‘si­gno­ra’ la ve­drei be­ne in ga­le­ra”. Ba­ste­reb­be po­co. E vor­reb­be di­re tan­to.

DA TA­RAN­TO A ME­LEN­DU­GNO

Su Il­va e su Tap, si è pro­mes­so l’im­pos­si­bi­le ai pu­glie­si. Non è gra­ve il non aver fat­to mi­ra­co­li: è gra­ve aver­li pro­mes­si

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