Il Fatto Quotidiano

“Noi, migranti-rider in bici per Uber&C. pagati pochi spicci”

Un’inchiesta di 6 mesi che racconta la piramide degli intermedia­ri dei rider, per lo più stranieri e richiedent­i asilo: “Le imprese esterne trattengon­o la metà del compenso per le consegne”

- » LORENZO PIROVANO E GIOVANNI SACCHI

Il colloquio di lavoro è fissato nel seminterra­to di un condominio alla periferia est di Milano. Al citofono, nulla di riconducib­ile al possibile datore. Sulla porta al piano -1 la targa indica ‘ Vita Infinita World’. Decine di migranti africani incontrati negli ultimi mesi sono passati di qui, pronti a salire in sella alle loro bici, costi quel che costi. È stato uno di loro a passarmi il contatto di ‘Uber Flash’, raccontand­omi che “non è Uber Eats ma lavora con Uber, solo che da ciclofatto­rino si guadagna praticamen­te la metà”.

MI ACCOGLIEL., ragazzo biondo poco più che ventenne, anche lui ciclofatto­rino per Flash fino a poco tempo fa. Mi mostra l’app di Uber Eats e risponde a tutte le mie domande. Mi offre un contratto di prestazion­e occasional­e: poco più di 3 euro netti a consegna, niente minimo orario garantito, pagamenti ogni quindici giorni via bonifico, uno zaino Uber Eats usato (quelli nuovi arrivano ad agosto) che mi consegnere­bbero dietro penale di 80 euro. Tutto come descritto dalle decine di richiedent­i asilo provenient­i da diverse province lombarde che raccontano di dedicare a questo lavoro fino a 11 ore al giorno. È anche così che Uber, colosso valutato intorno ai 70 miliardi di dollari e famoso in tutto il mondo per il servizio privato low cost di trasporto passeggeri gestisce ogni giorno la consegna a domicilio di piatti da ristoranti e fast food nelle case milanesi, attraverso l’applicazio­ne Uber Eats. Uno schema di lavoro ‘atipico’ nell’era della gig economy in cui Uber mette l’applicazio­ne, il sistema di pagamento e il marchio al servizio di alcune imprese esterne.

“Ci sono due tipologie di corrieri che operano sulla piattaform­a di Uber Eats”, spiegano da Uber, che ha migliaia di rider attivi in Italia. “I corrieri indipenden­ti, che effettuano prestazion­i di lavoro autonomo occasional­e per conto dei ristoranti, e i corrieri alle dipendenze di società terze che operano nel settore della logistica”. Nessuno “lavora” per Uber quindi: si lavora per i ristoranti o per altre società. Nel primo caso a pagare il rider è direttamen­te l’esercizio (che versa all’app attorno al 25% del valore dell’ordine) e a coordinare gli spostament­i e le assegnazio­ni è l’algoritmo di Uber Eats, nel secondo sono imprese esterne che gestiscono l’incontro tra i ristoranti e i ciclofatto- rini, fungendo come una sorta di intermedia­rio con la app. In entrambi i casi, però, l’applicazio­ne è la stessa: Uber Eats.

L ’ i n t e r m ediazione ha un costo elevato: i fattorini delle i m p r e s e esterne raccontano che alcuni mesi ricevono la metà della cifra visualizza­ta s ul l’ap pl ic azione: Uber non conosce il contenuto dei contratti firmati tra i singoli corrieri e le loro società, privi spesso delle tutele previste per i ciclofatto­rini ‘diretti’di Uber Eats. “Non abbiamo scelta, non c’è altro lavoro per noi se non questo” dice Alasana (nome di fantasia), richiedent­e asilo residente fuori provincia. Ogni mattina lascia la struttura di accoglienz­a dove vive per tornarci con l’ultimo treno della sera, attorno a mezzanotte, dopo una giornata che si può concludere anche senza guadagni. Oltre allo zai- no termico, sulle spalle dei ciclofatto­rini viene scaricato anche il peso di una parte del rischio d’impresa: “A volte passano interi pomeriggi senza consegne e per quelle ore prendiamo zero, zero”.

“SIAMO LEADER nel settore dei pony express da 35 anni. Sfruttiamo il marchio e l’app di Uber Eats ma abbiamo una relazione diretta con i ristoranti,” racconta Danilo, che al telefono parla per conto di Flash Road City, che molti ciclofatto­rini chiamano appunto Uber Flash. La sua impresa si occupa di distribuir­e gli ordini di McDonald’s, che negli ultimi mesi ha praticato una politica di consegne gratuite. “Siamo intermedia­ri. Operiamo in un contesto dove i lavoratori sono liberi di scegliere se e quando lavorare”. L’errore, secondo Danilo, è di accostare le ore di disponibil­ità ( connession­e) alle ore di effettivo lavoro dei ciclofatto­rini. “La nostra me- dia si attesta attorno all’ 1,7 consegne all’ora, quindi tra i 4 e i 5 euro orari”. Alcuni corrieri intervista­ti a Milano hanno però dichiarato di visualizza­re sull’app i propri guadagni e di riceverne effettivam­ente la metà, a volte tra i 300 e i 400 euro netti al mese lavorando anche 11 ore al giorno. “Stare connessi non significa lavorare. Ai nostri dipendenti è comunicato esplicitam­ente che le cifre visualizza­te sull’app non corrispond­ono al loro guadagno, da cui bisogna togliere la ritenuta d’acconto e la nostra parte”.

Se Uber Flash offre un contratto di prestazion­e occasional­e senza garanzie di guadagno – alcuni intervista­ti raccontano di giornate ‘magre’da due consegne (6 euro) in 10 ore di attività – c’è un’altra impresa specializz­ata nella gig economy milanese targata Uber. Si tratta della Livotti s.r.l., esperta nella consulenza per la gestione della logistica delle aziende, che assume ciclofatto­rini per farli lavorare su Uber Eats applicando un contratto di collaboraz­ione continuati­va e coordinata a 3,20 euro netti a consegna. Tra buste paga e contratti, la situazione è paragonabi­le a quella di molte altre imprese di consegne a domicilio, con un’eccezione: una limitata flessibili­tà. Mentre sulle pagine di Uber campeggia-

IL COLLOQUIO Mi offre un contratto di prestazion­e occasional­e: poco più di 3 euro netti a consegna, niente minimo, uno zaino Uber Eats usato

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 ?? LaPresse ?? In bici Un fattorino di Uber Eats, costola della piattaform­a che si occupa di consegna di cibo a domicilio
LaPresse In bici Un fattorino di Uber Eats, costola della piattaform­a che si occupa di consegna di cibo a domicilio
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