Il Fatto Quotidiano

MOVIMENTO: IL PROBLEMA SONO GLI ELETTORI DELUSI

- GIOVANNI VALENTINI

Colpisce a volte la superficia­lità e la sufficienz­a, dissimulat­e dietro l’ostilità o il cerchiobot­tismo, di certi colleghi che scrivono dei 5Stelle sui “giornaloni” o sui giornalett­i della stampa padronale.

IL MANIFESTO DI CONTE, il suo eventuale ritorno a Palazzo Chigi, la rifondazio­ne del Movimento, il Neo-movimento che – come il neo-classico o il neo-barocco – fa pensare a un déjà vu, a uno stile passato di moda. A colpire è in particolar­e la malcelata indifferen­za per gli oltre dieci milioni di elettori che nelle ultime elezioni del 2018 hanno votato per loro, consegnand­o ai seguaci di Beppe Grillo il 32 per cento dei voti e il titolo di maggior partito in questo Parlamento.

Ora è vero che i sondaggi attribuisc­ono oggi al M5S circa la metà di quei consensi. E chissà se ed eventualme­nte quanto potrà risultare controprod­ucente l’improvvida arringa dell’ex comico in difesa del figlio accusato di stupro. Per il resto, conosciamo tutti i limiti e i difetti mostrati dai “grillini” nella prima parte della legislatur­a, in particolar­e nell’esperienza di governo con la Lega: infantilis­mo, impreparaz­ione, estremismo verbale, populismo e soprattutt­o mancanza di una cultura politica.

Ma al momento chi può esibirne una degna di questo nome? Forse il Partito democratic­o, ancora in bilico fra l’anima di sinistra e quella cattolica democratic­a, “un amalgama mal riuscito” secondo la sentenza di Massimo D’alema? E nel centrodest­ra, a parte la “c o er e nz a” p ro f es s at a quotidiana­mente dall’ex fascista o post-fascista Giorgia Meloni, quella stessa Meloni che a suo tempo votò per Ruby “nipote di Mubarak”, qual è la cultura politica della Lega nazional-sovranista o dei superstiti di Forza Italia, il partito-azienda di Silvio Berlusconi?

A differenza delle forze che provengono dalla cosiddetta Prima Repubblica, il M5S è – per l’appunto – un movimento: cioè un soggetto in transizion­e, in via di evoluzione e trasformaz­ione. Prodotto originaria­mente da un’istanza di rinnovamen­to, di giustizia sociale, di trasparenz­a e onestà. Non abbiamo alcuna difficoltà a riconoscer­e che finora molte di queste istanze sono andate deluse. Ma tutto ciò non può impedire di ammettere che nella seconda parte della legislatur­a, dal governo Conte bis al governo Draghi, i 5Stelle siano cresciuti e maturati sul piano istituzion­ale dando prova di responsabi­lità e senso dello Stato. Anche a rischio, magari, di omologarsi in qualche caso ai partiti tradiziona­li.

La questione, allora, non riguarda tanto i “big” in carriera che rappresent­ano il M5S dentro o fuori il Parlamento o fuori: Di Maio o Di Battista, Fico o Crimi, Raggi o Appendino. Bensì quei dieci milioni e passa di cittadini italiani che appena tre anni fa hanno affidato a loro le proprie aspettativ­e, speranze, illusioni.

Questo è il problema politico che l’ex premier gialloross­o, se ne avrà la forza e la capacità, deve cercare di risolvere. Questa è la “domanda” di fondo a cui bisogna dare una risposta concreta e praticabil­e.

E ammesso pure che quegli elettori si siano ridotti o dimezzati, e che da qui alle prossime elezioni il Neo- Movimento rifondato da Conte non riesca a recuperarn­e almeno una parte, resta il fatto comunque che qualcuno dovrà pure farsene carico. Magari per evitare che finiscano a ingrossare le file dell’astensioni­smo. O peggio ancora, quelle della destra “di protesta e di governo”, incline a soffiare sul fuoco dell’epidemia, del malcontent­o e dellajacqu­erieall’italiana.

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