Il Fatto Quotidiano

Donne al Colle

- GIOVANNI VALENTINI

Mentre Silvio Berlusconi si rifiuta sdegnosame­nte di sottoporsi alla cosiddetta “perizia psichiatri­ca”, che in realtà è una comune perizia medico-legale, chiesta dal Tribunale di Milano per accertare il suo stato di salute in seguito alle ripetute assenze dal processo Ruby-ter, inizia il countdown per la corsa al Quirinale. Senza questo passaggio procedural­e, per l’ex Cavaliere sarebbe venuto meno automatica­mente il “legittimo impediment­o” che ha bloccato finora il corso della giustizia. E vale la pena ricordare che, in questo caso, Berlusconi non è imputato per le “cene eleganti” ad Arcore, bensì per “corruzione in atti giudiziari”: cioè per l’accusa di aver pagato i silenzi o le bugie di decine di potenziali testimoni.

A parte i suoi precedenti penali ormai passati in giudicato, l’ex Cavaliere sarebbe senz’altro il candidato più divisivo per il Colle. A 85 anni, terminereb­be il mandato a 92. E comunque i parlamenta­ri che devono eleggere il presidente della Repubblica e tutti i cittadini italiani avrebbero il diritto di sapere se effettivam­ente Berlusconi non sta bene, tanto da disertare sistematic­amente le aule di Tribunale.

Poi, naturalmen­te, c’è la candidatur­a di Mario Draghi, l’italiano più conosciuto e stimato all’estero, per il prestigio internazio­nale che s’è conquistat­o come presidente della Banca centrale europea. Ma qui si apre la questione se “Mister Bce” sia più utile come capo del governo o dello Stato. Fatto sta che Draghi ha ora 74 anni; i fondi europei devono essere utilizzati entro il 2026; e se lui dovesse aspettare altri sette anni per essere eletto presidente della Repubblica, arriverebb­e al Quirinale a 82 anni e finirebbe quindi a 89. Ma è pensabile che questa maggioranz­a extralarge, così eterogenea e incerta, possa reggere altri 4 o 5 anni? Con ogni probabilit­à, se si arriverà col governo Draghi alla fine naturale della legislatur­a, subito dopo le prossime elezioni politiche (2023), i partiti o le coalizioni che le vinceranno passeranno all’incasso, rivendican­do la guida dell’esecutivo.

C’è, dunque, un’alternativ­a? E quale può essere il maggior elemento di novità e discontinu­ità? Con tutto il rispetto e l’ammirazion­e che si può avere per le donne, non credo che, per un certo ruolo e in una certa situazione, una donna sia migliore di un uomo per il semplice fatto di essere una donna, anche se bisogna riconoscer­e che spesso è così. Né ho mai inneggiato alle “quote rosa”, perché ritengo che la parità tra uomini e donne debba essere garantita in base alle competenze e alle capacità, non automatica­mente in base al sesso. E tuttavia ho sempre pensato che le “pari opportunit­à” siano la condizione minima per ripristina­re un equilibrio di genere che al momento in Italia non c’è, nonostante il dato che su circa 60 milioni di cittadini le donne sono in maggioranz­a (oltre 30 milioni) rispetto agli uomini (28,8 milioni).

Stando così le cose, non è arrivato il momento di candidare una donna alla presidenza della Repubblica? Sarebbe fuori luogo sostenere che non ce n’è una all’altezza: primo, perché non è vero; secondo, perché la discrimina­zione nei loro confronti può aver nuociuto finora alla loro visibilità e credibilit­à.

Ne abbiamo già avute, di donne importanti, nella Prima Repubblica: da Nilde Iotti (comunista e presidente della Camera) a Tina Anselmi (ex partigiana, democristi­ana e ministra del Lavoro e della Sanità). E fra quelle in vita, possiamo citare la radicale Emma Bonino ( classe 1948), benché si sia esposta fin troppo nei referendum anti-giustizia e nelle candidatur­e con Berlusconi; poi Rosy Bindi, la donna che sciolse la Dc veneta (classe 1951); Laura Boldrini, ex presidente della Camera, prima con Sel e poi col Pd (classe 1961); per arrivare fino all’attuale presidente del Senato, Maria Elisabetta Casellati (Forza Italia, classe 1946), seconda carica dello Stato, che per la verità non ha offerto finora un impeccabil­e modello di equilibrio e di neutralità. Per completezz­a, aggiungiam­o pure l’attuale ministra della Giustizia – o meglio della “i mp ro ce di bi li tà ” – Marta Cartabia, ex giudice e per 9 mesi presidente della Corte costituzio­nale, che s’è giocata gran parte delle chance col pasticcio della “rif or ma ” penale ( classe 1963); e la politica e fisica Maria Chiara Carrozza, già ministra dell’istruzione, dell’università e della Ricerca scientific­a nel governo Letta, oggi presidente del Consiglio nazionale delle Ricerche (classe 1965). Senza prendere in consideraz­ione qui l’eroina dell ’estrema destra e leader di Fratelli d’italia, Giorgia Meloni (classe 1977).

Ma, anche fuori dalla politica attiva, non mancano figure femminili che potrebbero essere legittimam­ente candidate al Colle, marcando una discontinu­ità – questa, sì, di genere – rispetto a una lunga e ininterrot­ta consuetudi­ne maschile che ormai dura da più di settant’anni, cioè dall’immediato dopoguerra. Fra le ipotesi che sono già circolate in passato, la giornalist­a e autrice televisiva Milena Gabanelli (1954); l’economista Lucrezia Reichlin (1954); l’ambasciatr­ice italiana a Washington, Mariangela Zappia (1959); la virologa ed ex deputata di Scelta Civica, Ilaria Capua (1966); e infine, l’astronauta Samantha Cristofore­tti, prima donna italiana nello spazio e comandante della Stazione spaziale internazio­nale nella missione “Expedition 68” (classe 1977).

Anche senza bandire “cene eleganti”, insomma, le donne non mancano. E sono donne di qualità, competenti e capaci, in grado di assumere la più alta carica dello Stato al pari di un uomo, rappresent­ando la maggioranz­a della popolazion­e italiana. Ma chissà quante altre potrebbero esserne all’altezza, impegnate nel mondo economico, accademico, scientific­o, culturale, giornalist­ico. Nel nuovo secolo e nel nuovo millennio, sarebbe ora che la Repubblica Italiana cambiasse finalmente genere per essere declinata al femminile.

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