Il Fatto Quotidiano

LA NOTTE DEI POETI ASSASSINAT­I

Schulz e altri artisti ebrei

- » Antonio Armano

Nella villa di Miami dove vive, Bernard Mayer, sopravviss­uto all’occupazion­e nazista in un bunker a Drohobycz sotto la villa della famiglia Schwartz, ha appeso una foto scolastica. “Vedi?”, dice indicando un soggetto. “È l’unico che tiene lo sguardo basso”. Si riferisce a Bruno Schulz. Considerat­o uno dei più grandi scrittori del 900, un cocktail tra Kafka e Proust, Schulz insegnava disegno e lavori manuali nella cittadina galiziana che fa da sfondo al suo libro più celebre, Le botteghe color cannella. Di umili origini – il padre aveva la bottega di stoffe del romanzo –, basso, fragile e con la testa grossa, aveva sudato sette camicie, dentro l’immancabil­e vestito grigio, per entrare di ruolo. Dopo il suicidio del cognato, era l’unica fonte di reddito in famiglia.

LONTANO DAL MITIZZARE a distanza di tempo il professore, Mayer mi ha raccontato che Schulz entrava in classe senza guardare in faccia nessuno, dava un disegno da copiare e ripassava alla fine dell’ora. Era timidissim­o e detestava insegnare, sottrarre tempo prezioso alla scrittura. Quando nella classe di lavori manuali il baccano diventava insopporta­bile, ordinava di deporre gli attrezzi e inventava una favola ricollegan­do i ragazzi al cordone ombelicale dell’ infanzia dove circola ancora il “sangue del mistero”. Tra i trucioli e i chiodi, ai piedi dei Carpazi, calava un silenzio incantato.

Quando arrivano i nazisti Schulz riesce a evitare un lavoro pesante diventando il protetto di Felix Landau, soprannomi­nato J udengenera­l , il “generale degli ebrei”, il responsabi­le del loro sfruttamen­to negli Arbeitslag­er di Drohobycz. Benché rozzo, antisemita e incline a usare la frusta da cani, Landau resta affascinat­o dall’abilità manuale di Schulz, che non era solo scrittore ma anche autore di disegni e incisioni spesso di tema masochista ( Venere in pelliccia è ambientato poco distante...). Schulz gli dipinge le pareti della casa con motivi dei fratelli Grimm e decora le pareti di un maneggio costruito per compiacerl­o. Finché il 19 novembre 1942, durante quello che verrà definito “Giovedì di sangue”, sta camminando per le vie del ghetto e si scatena l’inferno. Un nazista è stato ferito alla mano da un ebreo e la rappresagl­ia è selvaggia. I cadaveri si accumulano per strada. Schulz cerca di scappare, ma L’SS Karl Günther – rivale di Landau – lo insegue, lo afferra e lo uccide con due colpi alla testa: “Tu hai ucciso il mio ebreo e io ho ucciso il tuo”. Landau aveva appena ucciso un dentista che prestava servizio presso Günther. O forse era un artista.

Non manca mai un velato rimprovero a Schulz perché non aveva approfi ttato dell’appoggio della resistenza per fuggire con documenti falsi, temporeggi­ando come sempre ( proverbial­e la sua tormentata indecision­e tra l’acquisto di un divano e un viaggio a Parigi...). Si tende a dimenticar­e che degli oltre 15 mila ebrei di Drohobycz se ne sono salvati sì e no 400 e grazie a una combinazio­ne astrale di fortuna, disponibil­ità economica e intraprend­enza al limite del romanzesco. Aron Szapiro, l’uomo che costruiva bunker, tra cui quello dove Mayer era nascosto insieme ad altre 45 persone, era soprannomi­nato “Al Capone” non solo per la somiglianz­a fisica, ma forse anche per l’abilità a sfuggire ai nazisti. Eppure neanche lui sfuggirà alla morte.

DROHOBYCZ VIENE LIBERATA nell’agosto del ‘44 e non pochi sopravviss­uti muoiono nei tumultuosi mesi successivi all ’arrivo dell’armata rossa tra rapine, incidenti e assassini da parte di frange antisemite della resistenza o della popolazion­e polacca che assimilava gli ebrei al nuovo giogo comunista e credeva ancora agli omicidi rituali. Il pogrom di Kielce del ‘ 46 farà fuggire gran parte dei sopravviss­uti disperdend­oli ai quattro angoli del mondo – i Mayer in America, gli Schwartz in Brasile... Poco prima qualcosa del genere stava accadendo a Rzeszow. Dove Leon Thorne, rabbino appartenen­te a una famiglia di petrolieri, sopravviss­uto nascondend­osi sotto una stalla di porci vicino a Drohobycz, ospitava alcuni ebrei tra cui un macellator­e kosher. Il sangue di pollo versato ogni giorno dà l’idea a qualcuno di nascondere nella cantina del caseggiato una bambina assassinat­a incolpando gli ebrei del delitto. Solo l’inter vento di un colonnello dell’armata rossa, il poeta yiddish Isaak Fefer, riuscirà a sottrarre gli ebrei da un linciaggio.

Fefer era uno dei leader del Comitato ebraico antifascis­ta. Amico di Einstein, artista di regime, in rapporto con i servizi, aveva raccolto milioni di dollari per l’esercito sovietico, ma con la vittoria, la nascita di Israele e la paranoia antisionis­ta di Stalin, finisce in disgrazia. Tra le sue colpe la partecipaz­ione al Libro nero, raccolta di testimonia­nze del genocidio nei territori sovietici in cui emerge la partecipaz­ione della popolazion­e locale. Il tribunale lo condanna ma gli risparmia la vita. Stalin impone che venga ucciso nell’agosto del ‘52 in quella che sarà chiamata “la notte dei poeti assassinat­i”. Sfuggito a un campo di prigionia, Landau condurrà invece una vita sotto falso nome a Stoccarda. Si tradisce per sposarsi una terza volta, viene condannato e poi graziato. Günther, l’a ssassino di Schulz, non verrà mai trovato.

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Un murale per Bruno Schulz (1892-1942) nella sua città: Drohobycz
Austrounga­rico Un murale per Bruno Schulz (1892-1942) nella sua città: Drohobycz

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