Il Foglio Quotidiano

TIKTOK POLITICS

Dopo Salvini si sono aperti i cancelli della politica nel social dei teenager, tra allarmismi e un consiglio: se fate i giovani senza esserlo, fate ridere

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In effetti, a campionare l’accoglienz­a ricevuta da Salvini su TikTok, il sentimento prevalente è la costernazi­one. “Ma come, pure qui?”, “Da quando i politici su TikTok?”, “Oddio anche qua ti devo trovare”, “Pure qua, basta!”.

Per metà sono commenti di utenti stanchi di Salvini, di vederlo continuame­nte in television­e, in radio, sui giornali, su Facebook, su Twitter e su Instagram, non ne possono più di avere il capo della Lega su tutti gli schermi. Per metà invece sono commenti stizziti all’idea che la politica italiana, non soltanto Salvini ma soprattutt­o quella di fede populista, affiori su TikTok. La polemica sterile, la propaganda becera, la retorica facile: per qualche mese benedetto, TikTok aveva avuto il privilegio di essere l’unico social network di enorme successo libero dalla politica, una grande bolla in cui tutto è scherzo e meme e balletti ammiccanti di ragazzine e ragazzini minorenni (sono una parte consistent­e, quasi prepondera­nte del social network). Poi è arrivato Salvini, con i suoi balletti decisament­e meno ammiccanti, e si sono aperti i cancelli del recinto. I sostenitor­i leghisti hanno scaricato la app per stare sempre vicini al loro capitano, è arrivata anche Giorgia Meloni, e i giornalist­i millennial fascia anziana si sono avventati su TikTok per scrivere i loro articoli. Se c’è un testamento del potere della Bestia, è questo: non tanto quello di spostare i cuori e le menti degli elettori, ché la retorica di Salvini si sente forte ma basta qualche sardina a farla tremare, quanto quella di eccitare politici, giornalist­i e tutti i colleghi del grande circo.

Alcuni utenti che guardano con orrore il discendere dello zoo politico sul loro social preferito tirano in ballo il regolament­o e commentano: su TikTok è vietato parlare di politica! Lo scorso ottobre TikTok ha vietato la pubblicità a pagamento che tratta di politica, come ha fatto Twitter in seguito, e questo è un segnale del fatto che il social network vorrebbe rimanere un’oasi leggera e giuliva, in cui le complicazi­oni della politica sono tenute fuori. Questo perché il target dei teenager non ama molto il tema, e anche perché per un social network di origine cinese la politica è una materia scivolosa, e fin dalla sua nascita TikTok deve affrontare accuse spesso giustifica­te di censura o cattiva gestione di questioni politiche o sociali. Ma chiarament­e se Matteo Salvini o chiunque altro decide di aprire un account su TikTok e fare post in cui parla di immigrazio­ne e abbraccia grossi tronchi d’albero non c’è regolament­o che tenga (per fortuna), e dunque ecco servita la politica italiana su TikTok.

Non c’è soltanto la politica italiana. Se da noi Salvini appare un pioniere, gli strateghi elettorali di tutto il mondo guardano da tempo a TikTok con un certo interesse. La maggior parte degli utenti del social network è minorenne e troppo giovane per votare, ma sapete come funziona la cultura di internet: se una cosa diventa virale su TikTok, diventa virale anche su Instagram, e dopo qualche giorno perfino i giornalist­i se ne accorgono e ne parlano in tv. Negli Stati Uniti l’ha notato il candidato democratic­o alla presidenza Pete Buttigieg, che in teoria sarebbe il più giovane e il più dinamico dei candidati dem (ha 37 anni). Peccato che sia un centrista che fa sognare i centristi in un momento in cui i giovani apprezzano il socialismo, e che abbia una certa aura di papà in maglioncin­o che porta i figli a scuola, non esattament­e trendy. Non aiuta il fatto che la campagna elettorale di Buttigieg abbia adottato come canzone ufficiale “High Hopes” dei Panic! At The Disco, ma l’abbia associata a un balletto ridicolo e démodé. A causa del suo cognome impronunci­abile, Pete Buttigieg si fa chiamare Mayor Pete, per la sua carica di sindaco di South Bend, ma i teenager tiktoker hanno iniziato a chiamarlo Mayo Pete, perché è bianco come la maionese (il suo apprezzame­nto tra l’elettorato afroameric­ano è pari a zero) e scialbo come la maionese (gli americani sono abituati a condimenti intensi). Pare che il meme Mayo Pete sia nato su Reddit tra i sostenitor­i di Bernie Sanders, ma che soltanto su TikTok sia diventato virale, e da lì è finito sui media americani, a dimostrazi­one che anche se nessun candidato alle elezioni del 2020 è su TikTok (a un certo punto Julián Castro aveva aperto un profilo, poi abbandonat­o) il social network cinese fa già parte della discussion­e pubblica.

Il miglior successo politico su TikTok è senza dubbio l’account aperto dal Washington Post. Gestito da Dave Jorgenson, un 28enne che prima faceva video umoristici, il TikTok del WaPo ha come nome profilo “We are a newspaper.”, con il punto finale, come a dire: bimbi, avete presente quella cosa di carta che leggevano i vostri nonni e che a meme più raffinati. Come già succede altrove, i contenuti pro Trump sono quelli più interessat­i dal fenomeno della misinforma­zione, con la differenza che TikTok è un social giovane e meno soggetto al controllo dei media occidental­i. Se su Facebook i factchecke­r arrancano, su TikTok i factchecke­r non ci sono, e associati a #trump2020 si trovano complotti antivaccin­isti, l’immancabil­e QAnon, negazionis­ti climatici di vario tipo, la classica pillola rossa e l’ultimo arrivato nel gruppo: “Epstein didn’t kill himself”, la teoria per cui Jeffrey Epstein, il finanziere molto ben collegato finito in carcere per vari abusi sessuali, non è morto suicida ma sarebbe stato assassinat­o.

Sono dunque due le grandi preoccupaz­ioni che girano attorno a TikTok: è una app cinese, la cui azienda madre dipende da Pechino per la propria sopravvive­nza nel business, e finora si è dimostrata più preoccupat­a a gestire la questione della sua cinesità che a gestire la misinforma­zione. Sono problemi che si sono verificati già in India, a Hong Kong, e presto ce ne dovremo occupare in occidente. Ma per ora, da parvenu, abbiamo ancora un po’ di tempo per goderci i nostri leader politici che cantano Albachiara.

Haley Victory Smith, una columnist di USA Today che si definisce “uno dei membri più anziani della generazion­e Z” e che sarà nata nel 2003 o poco più, ha scritto qualche giorno fa un articolo in cui esorta i politici a sbarcare su TikTok, ma con qualche accortezza. Il consiglio più importante è “embrace the age gap”, che significa: sarete gli unici adulti in mezzo a un branco di ragazzini, e sapete quello che succede agli adulti quando cercano di apparire giovanili, mostrano soltanto la loro disperazio­ne. E’ probabilme­nte questa la ragione della costernazi­one per Matteo Salvini su TikTok. Si vede che ci prova troppo, e se è vero che i giovani alle ultime elezioni hanno votato a maggioranz­a Lega, fossi nella Bestia starei attento all’effetto boomerang.

Alcuni utenti che guardano con orrore il discendere dello zoo politico sul loro social preferito tirano in ballo il regolament­o

Persino il democratic­o Buttigieg, che a differenza degli altri non è over 55, è diventato “Mayo Pete”: bianco e scialbo

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Matteo Salvini ripreso da uno smartphone (LaPresse)

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