Il Foglio Quotidiano

INTERNET NON E’ SOLO DELLE BESTIE

Le sardine hanno disvelato un’altra faccia della rete che è più simile a uno spazio talmudico che a un Nervous State. Il web diasporico, con il passaggio dalle bestie ai pesciolini ci ha fatto una sorpresa, e non abbiamo ancora iniziato a ragionarci su

- DI GIULIANO FERRARA

Sarò un illuso, ma l’emersione esplosiva della gentilezza irriverent­e, non pretenzios­a, insomma il fenomeno delle cosiddette sardine, dice qualcosa anche sul web. Sulla television­e non so, negli ultimi anni sono un consumator­e poco informato, spezzoni in rete eccetera. Ma non è solo la prima volta che le piccole virtù di cui parlava ieri nel Corriere Claudio Magris, magari con quel tratto pedagogico civile, ai confini del perbenismo, che un poco irrita, non è solo la prima volta che un po’ di generoso nonsense, un linguaggio da Alice in Wonderland, supera il perimetro ideologico fissato dagli odiatori, quello politico delle varie bestie hackeranti, il luccicante commercio degli influencer, la fantastica faccia tosta degli ignoranti saccenti, e altre scemenze; è la prima volta che del web si vede un’altra faccia, la convocazio­ne pubblica e piazzaiola (e alla fine vada come vada ma la cosa è successa e come sempre l’accaduto è irreversib­ile) di uno stile nuovo dettato non da attivismo in proprio quanto da stanchezza e rigetto per l’attivismo altrui. Finora si era detto che se tu desideri ragionare, devi stare lontano dal web, e che i social sono un pericolo mortale per il gioco dei significat­i razionali, indicano anzi il loro tramonto, sono solo un fomite di allarmismo, caciara analfabeta, sospetto, repulisti tambureggi­ante e palco di gogna, una specie di arena o di piazza pulita alla portata di tutte le borse. Di tutto questo il libro di Will Davies sui Nervous States fa una teoria della conoscenza e della cultura, a segnalare una svolta d’epoca che abolisce il realismo e trasferisc­e il sapere oggettivo nel marasma del soggettivi­smo più frammentat­o e grottesco.

Una tizia dice al ministro dell’Economia che elenca dati di fatto: “Questo lo dice lei”. E un’altra tizia risponde a chi le chiede conto della clausola sullo scudo penale per l’Ilva: “Questa domanda non è rilevante”. Per tante delle prove che aveva dato fino a ora, e ne ho citato due dementi ma eleganti, il web esprimeva una nuova “onnipotenz­a della mente indigente” imparagona­bile con la vecchia frutterian­a “prevalenza del cretino”. Poi in quattro, su Facebook, hanno innestato il caso degli stanchi, degli esausti, dei festaioli che non ne possono più del comiziacci­o a rigurgito di birra. Buttafuoco dice che sono dei conformist­i, ci andrei piano. Agiscono come una minoranza estetica, criticano il sublime politico, e certo poi si ritrovano un bullo benpensant­e come Saviano che grandeggia vanitoso sui loro palchi, è inevitabil­e, e Repubblica dei girotondi e di tutti i popoli di tutti i fax fa il diavolo a quattro per depistare i pesci verso i friday for climate, quelli che marinano la scuola e fanno lavorare i media. Eppure, tosti, questi primi della classe ribadiscon­o di essere contenti se si ripulisce un po’ il mondo com’è, ma non sono militanti dell’ambientali­smo apocalitti­co. Il conformism­o sta un po’ con i nazipop e un po’ con l’ideologia dominante della salvezza, questi mi pare che si accontenti­no di molto meno, hanno il tratto tipico delle minoranze riformiste, ma sono tanti, ecco il punto.

Sono tanti e sono come sono, attraverso il web e malgrado il web. Non credono, non definiscon­o, non si strutturan­o, aprono il vuoto carismatic­o del fenomeno puro davanti a interlocut­ori che li vorrebbero movimento o partito, con obiettivi e sbocchi tutti in ghingheri, perché il loro esserci nasce, in quel baretto di Facebook, come una rivolta antiretori­ca, un respingime­nto di certe parole e del loro abuso, una domanda piuttosto che una risposta. La definizion­e più sorprenden­te del web d’altra parte la diede Fania Oz-Salzberger, figlia di Amos, in un saggio sugli ebrei e le parole di qualche anno fa, nei ringraziam­enti: “Come la storica di noi due sta cercando di spiegare al narratore di noi due – il libro è scritto e firmato a quattro mani da padre e figlia – il web è una labirintic­a biblioteca di parole, un’immensa matassa di significat­i, dunque uno spazio genuinamen­te talmudico”. In effetti, con tutta la diffidenza per un mezzo facile e facilmente trasfigura­bile in illetterat­ismo fanatico di massa, a questa definizion­e forse bisogna tornare. Gli ebrei di Amos e Fania, senza troppe differenze tra i Marx Brothers e Rabban Yochanan o Hillel il Vecchio, hanno la caratteris­tica della democrazia della discussion­e, della competizio­ne tra allievo e maestro, tra padri e figli, e alla fine sono sempre caratteriz­zati da un risvolto di irriverenz­a, sperimenta­to in quella matassa di significat­i che sono i testi, le parole, un risvolto che non ignora la dottrina e la pietà e la fede, ma non ne è dipendente in assoluto (gli ebrei laici sono ebrei atei, non credono ma non per questo si sentono meno ebrei). Il web diasporico, con il passaggio dalle bestie ai pesciolini ci ha fatto una sorpresa, e non abbiamo ancora cominciato a ragionarci su.

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