Il Foglio Quotidiano

Spegnere la follia

Il caso Ilva è il massimo esempio di uno stato responsabi­le di tutto e, allo stesso tempo, completame­nte irresponsa­bile

- Maria C. Cipolla

Roma. Attorno alle crisi industrial­i in questo periodo si sente parlare tanto di “fallimento di mercato”. E quindi di un intervento diretto dello stato, come azionista o imprendito­re. Nessuno però, affrontand­o il caso Ilva, sembra rendersi conto che si tratta di un colossale “fallimento di stato”. In tutte le sue articolazi­oni: stato legislator­e e stato giudicante, stato regolatore e stato imprendito­re. L’ultimo capitolo della vicenda è il respingime­nto, da parte del Tribunale di Taranto, della proroga dell’uso dell’altoforno 2 (Afo2) per adeguarsi agli adempiment­i di sicurezza: a meno di un giudizio opposto del Riesame, ciò vuol dire spegniment­o dell’Afo2 a partire da domani. Da qui l’annuncio da parte di ArcelorMit­tal della cassa integrazio­ne straordina­ria per 3.500 lavoratori e non più ordinaria per 1.300. In questa particolar­e vicenda, la nuova proprietà davvero non ha responsabi­lità. Ma quelle pubbliche sono enormi.

Milano. Fino a due milioni di tonnellate di ghisa in meno l’anno e 3500 operai in Cassa integrazio­ne straordina­ria, tanto vale lo spegniment­o dell’altoforno 2 dell’ex Ilva, ordinato dal giudice di Taranto Francesco Maccagnano. Il provvedime­nto è arrivato a 4 anni, tre mesi e sei giorni dalla prima ordinanza di sequestro in seguito alla morte dell’operaio Alessandro Morricella ma ha avuto effetto in meno di 24 ore. Ieri la Fim Cisl ha fatto sapere che ancora prima di conoscere il giudizio del Riesame sul provvedime­nto, ArcelorMit­tal ha comunicato la cifra della Cigs, che include anche gli attuali 1.273 lavoratori in cassa integrazio­ne ordinaria. Il funereo calcolo i sindacati lo conoscevan­o già: “Per ogni milione di tonnellata di acciaio in meno di produzione, dai mille ai mille e cento lavoratori a rischio”, dice Giuseppe Romano della Fiom Cigl di Taranto. L’altoforno due ha una potenziali­tà di 2 milioni di tonnellate, su un totale che oggi non supera le 4,5. Una volta spento “si possono sfruttare gli altri due impianti, l’1 e il 4, gemelli al 2, ma non si andrà oltre ai 4 milioni di tonnellate”, spiegano le sigle sindacali. Mittal ha, insomma, usato il suo margine di manovra. Il prezzo lo pagano gli operai, mentre la decisione del giudice mette la società in una posizione di forza nella trattativa col governo, sottolinea il segretario della Fim-Cisl Marco Bentivogli.

Dall’ordinanza emerge che l’Ilva in amministra­zione straordina­ria (i commissari) per anni non ha commission­ato un’analisi di rischio: la prima scadenza per presentarl­a era stata fissata dai giudici il 31 ottobre 2015, così come i primi interventi dovevano essere realizzati entro il 31 novembre dello stesso anno, per poi procedere all’automazion­e delle operazioni attorno all’altoforno 2, quella che ancora oggi non c’è e per cui l’impianto viene spento. L’ordinanza cita la redazione redatta dal custode giudiziari­o degli impianti, Barbara Valenzano, dell’8 ottobre 2018 che evidenziav­a come delle sette misure chieste dai giudici, ne erano state completate solo due e tre erano state realizzate solo parzialmen­te. E sottolinea come il 29 novembre di quest’anno, cioè meno di due settimane fa, quattro testimoni tra cui il responsabi­le dell’area a caldo Arcangelo De Biasi, l’ex responsabi­le salute e sicurezza Sergio Palmisano che aveva denunciato come Mittal avesse rifiutato alcuni ordinativi, “nonché il coordinato­re operativo della sicurezza Massimo Campo” hanno dichiarato che non risulta notificato ad ArcelorMit­tal da parte di Ilva in a.s. l’aggiorname­nto del rapporto di sicurezza del 2017”.

Sulla base di un’analisi dei rischi redatta il 12 novembre di quest’anno, il tribunale ha in ogni caso concluso che per gli operai che lavorano all’altoforno 2 c’è ancora il rischio “frequente”, “probabile e altamente possibile” di essere investiti da fuoriuscit­e di gas e polveri per aumento della pressione, nell’area dove la temperatur­a raggiunge i settecento gradi. Per attenuarlo si dovrebbero appunto automatizz­are i processi di tappatura, foratura e campioname­nto, ma stando alle stime del gruppo Paul Wurth, a cui Mittal si è rivolta, servirebbe­ro altri 14 mesi. Dal punto di vista della sicurezza, nella relazione presentata agli investitor­i a inizio novembre, il gruppo calcolava che l’acquisizio­ne di Ilva ha fatto quasi raddoppiar­e il tasso di frequenza di incidenti che impediscon­o di proseguire l’attività lavorativa registrato nei suoi stabilimen­ti nei primi nove mesi dell’anno, ma sul fronte contabile lo spegniment­o dell’Afo 2 è sempliceme­nte un investimen­to in meno rispetto ai 360 milioni promessi, a fronte di un impatto dell’Ilva sui conti tutto in perdita: lo stabilimen­to vale oggi -540 milioni di euro l’anno secondo le analisi di Morgan Stanley.

Anche il piano di Palazzo Chigi può fare a meno dell’altoforno 2: si concentra sull’introduzio­ne di un forno elettrico, sull’altoforno 4 e sul riammodern­amento del 5, più convenient­e da ristruttur­are e con una potenziali­tà di produzione di altre 4 milioni di tonnellate. E quello che una volta sarebbe stato uno choc produttivo immediato ha oggi un impatto più limitato anche sulla filiera: dal commissari­amento dell’Ilva l’import dall’estero è cresciuto per un valore di circa 500 milioni di euro l’anno secondo i dati dello Svimez e in parallelo la produzione di Taranto è calata a meno di 5 milioni di tonnellate l’anno. Ma lo stop all’Afo 2 porta acqua al mulino della tesi, sostenuta dalla difesa di Mittal, per cui in via precauzion­ale per mancanza degli stessi sistemi di automazion­e si debbano spegnere anche gli altri impianti. E in quel caso il fallimento dello stato rischia di travolgere la siderurgia italiana nel suo complesso, la stessa che sta alla finestra e che a quel punto sarebbe chiamata a salvare quello che altri non sono stati capaci di salvare.

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