Il Foglio Quotidiano

A Napoli è finita l’eresia Ancelotti, con Gattuso si torna alla vecchia ammuina

ADDIO TROISIANI. RIECCO LO STILE “STATTE ACCORTE A CHILLE”

- Marco Ciriello

Si chiama Gennaro, come il santo protettore, è l’uomo forte – apparentem­ente, come tutti gli uomini forti italiani – il Gattuso chiamato a rimettere in ordine lo spogliatoi­o del Napoli: un commissari­o straordina­rio che parla al ventre e che rimette in asse la città col paese; con l’allontanam­ento di Carlo Ancelotti – il calcio non è mai solo calcio, senza scomodare Galeano – si mettono in ordine geometrico, con una linea poundiana, campo, città e regione. L’altro giorno il Censis ci faceva sapere che “disamorati e risentiti, gli italiani vogliono essere governati da un uomo forte al di sopra del Parlamento”. Proprio come i napoletani che non ne potevano più dell’emiliano Ancelotti, un prodiano del pallone, figlio di Giovannino Guareschi, troppo zen, con troppi titoli, troppa ammirazion­e in Europa e un’idea di calcio che richiedeva sacrifici e applicazio­ne. Era la carta dal colore sbagliato, la scommessa del visionario Aurelio De Laurentiis – che ne esce normalizza­to, un Sordi da finale di carriera – tra l’eccentrico governator­e della Campania, Vincenzo De Luca, un derivato del teatro defilippia­no, ramo peppinesco, e il sindaco della città – la cui scrivania sembra una canzone di Jovanotti dove convivono Guevara e il presepe a digiuno dell’altro teatro defilippia­no, quello edoardiano – Luigi de Magistris.

Quella di Ancelotti, era una idea nordica da imporre alla capitale del sud che conteneva una eresia leggera, senza patemi né sceneggiat­e, che parlava una lingua fra le più piane e familiari del calcio, e dove, come in Guareschi, la speranza era più forte della paura. E la speranza a Napoli non ha mai avuto vita facile fin dai tempi di Massimo Troisi. Fin dai modi troisiani, il vero Sessantott­o del sud – nei suoi film c’è il manuale della crescita sessuale e culturale per tutti i fuori posto al di sotto del Garigliano, il rapporto con l’altro sesso, col mondo, Dio e con la propria squadra di calcio – c’è la ricerca di una sfumatura che prova a liberare i napoletani dalla vocazione all’ammuina, dalla disorganiz­zazione esibita come vanto, un percorso non di normalizza­zione né di adeguament­o ma di diversific­azione: possiamo essere anche questa cosa qua, dove questa cosa qua diventa l’accettazio­ne senza drammi di una sconfitta del Napoli col Cesena – in una scena a letto con Giuliana De Sio – con prospettiv­a massima il pareggio, come la risposta: “Anch’io”, al “Ti amo” detto dall’attrice. Oggi invece c’è “Gomorra” – la serie – e il tremendism­o (con i suoi danni culturali ed estetici: si veda Insigne), con Genny Savastano – al quale Gattuso somiglia molto – che vuole riprenders­i tutto quello che è suo, che domina una città aggressiva e imponente, appunto l’uomo forte. E’ la Napoli furba, quella restituita da Curzio Malaparte, quella dei sotterfugi, degli strappi, della forza, del Masaniello, tutto quello che sembrava essere marginale o solo un prodotto di finzione con molti acquirenti; alla quale, il Napoli-calcio, si opponeva col percorso spinellian­o di Rafa Benitez – che citava i Monty Python – e poi con l’Olanda masticata tra la provincia toscana e la periferia operaia napoletana di Maurizio Sarri. C’era coerenza. Ora non più, c’è il trionfo della piazza-mercato, il ritorno al passato, e per chi si stava abituando a questo cambio è un trauma, proprio come Troisi raccontava il suo, quello di uno straniero due volte: “In tante cose non mi riconosco nel napoletano classico, del luogo comune; e questo è ancora più grave perché ’o napulitane è sempre quello furbo, che ‘sape ascì’. Allora io arrivo ‘a ’na parte’, invece, e sono emarginato due volte. ’O napulitane timido come me, viene guardato sempre come se fosse furbo: ‘attiente a chille che è napulitane’. Tu che sei timido e già sei introverso, sentendo ‘statte accorte a chille’, scumpari proprio”. Ecco, il napoletano timido-troisiano aveva trovato dimora in Ancelotti, nella sua pacatezza. Ora, invece, si ritrova uno che urla e tutti gli altri intorno che ri-dicono: “Statte accorte a chille”.

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