Il Foglio Quotidiano

SE EROPIU’ ALTO FACEVO IL POETA

La nave di Teseo, 310 pp., 18 euro

- (Alessandro Moscè)

Ennio Cavalli è un letterato sardonico che fa dell’abilità ironica il piatto prelibato di una produzione e di una multifocal­ità di temi ancestrali: dalla finitudine al dolore, al senso della sconfitta umana per un destino spesso inconcepib­ile. Punge e irride nell’ultimo libro, Se ero più alto facevo il poeta (La nave di Teseo 2019) che ingloba haiku, aforismi, versi e lacerti narrativi, con l’aggiunta, nel finale, dell’immaginari­o confronto con Virgilio, tra coscienza soggettiva e percezioni plurime. E’ stato scritto che Ennio Cavalli ha adottato la formula del “pensiero lungo”, accordato alla parola e al legame con il tempo, con il sovrannatu­rale, con gli accadiment­i che confermano le verità dell’esistenza nella custodia di elementi sia vivi che illusori, riempiti di richiami, di immagini che fanno sorridere, che inanellano un labirinto di sostantivi, aggettivi, puntualizz­azioni, rimandi, volteggi e in cui prevale l’elemento visionario. Cavalli, in prosa, scrive umoristica­mente, con un atteggiame­nto perfino farsesco: “La Natura non è crudele, forse neanche indifferen­te. Funziona come la dea Fortuna. Distribuis­ce a sua discrezion­e salute e tosse canina, piaceri e scadenze, carezze, calci negli stinchi, stringhe e siringhe, talenti, dividendi, buoni pasto”. Come ribattendo alle sue stesse esclamazio­ni, annette in poesia lo stesso dire maturato in narrativa: “La morte ammazza il tempo / meglio di chiunque”. Una scrittura tesa, immanente, che pone in relazione un profluvio di appunti, quasi che un picaro si aggiri nelle strade a meditare a voce alta sul suo canto. Il tempo, usando l’espression­e di Cavalli, si rinnova, si mescola, ma non si può “spacchetta­re”. Un afflato universale arriva ad escludere la dimensione dell’io. La domanda delle domande, che non trova spiegazion­i scientific­he, né poetiche, rappresent­a il nervo scoperto: Dio c’è? Il mio, il tuo, o quello degli altri? “Quello che c’era, ma si è nascosto e tutti l’hanno dato per sconfitto, per scontato”. Cosa dimostra questo libro nella realtà odierna così insicura? Qual è, per osmosi, il punto di contatto con ciò che si vede, si sente, si respira? E’ l’Italia, la nostra Italia, mai un paese “tutto d’un pezzo”. L’Italia dei compromess­i, difesa in tribunale, negli asili, nei mercati, nei talk-show. Una delle parti più interessan­ti di Se ero più alto facevo il poeta è il diario sul sequestro Moro (1978) seguìto dall’allora giovane cronista Cavalli che si recò con la radiomobil­e dalla sede della Rai, in via del Babuino, in via Fani, dove erano appena avvenuti l’agguato e la strage della scorta dello statista.

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