Il Foglio Quotidiano

PENSAVI SOLO AI SOLDI, SOLDI

Tutto quel che c’è da sapere sugli investimen­ti europei, a partire dal Green Deal (che è lo sbarco sulla Luna dell’Ue). Poi notti insonni, orchestre che se la suonano e un mal di gola da sciopero

- (ha collaborat­o David Carretta)

Repubblica ceca e Ungheria si sono rifiutate di approvare l’obiettivo delle emissioni zero per il 2050. Hanno chiesto dei forti investimen­ti, o ci date i soldi o salta tutto, e da ieri circola un numero magico che nelle slide di Ursula von der Leyen non si vedeva, ma che verrà annunciata probabilme­nte a gennaio: 100 miliardi di euro. Per agevolare la transizion­e i funzionari europei avevano previsto 35 miliardi da destinare per un fondo di transizion­e, il Just Transition Fund. Il fondo sarebbe stato trasformat­o in un “meccanismo di transizion­e” che, dice il Financial Times, è un modo brusselles­e per dire una serie di investimen­ti che arriverann­o sotto forma di nuovi fondi dal bilancio dell’Ue e dai prestiti della Bei, la Banca europea per gli investimen­ti. A beneficiar­ne saranno soprattutt­o loro, i paesi dell’est, proprio Polonia, Repubblica

ceca e Ungheria che si oppongono al Green Deal e che comunque sono i più favoriti dai fondi europei. Varsavia e Budapest hanno finora avuto un ruolo ambiguo e poco costruttiv­o nei confronti nell’Ue, i loro attacchi allo stato di diritto hanno anche portato all’attivazion­e dell’articolo 7. La Finlandia, alla presidenza del semestre europeo, aveva proposto un nuovo meccanismo di ripartizio­ne dei fondi basato proprio sul rispetto delle regole Ue, incluso lo stato di diritto. La proposta non è passata e c’è già chi sospira pensando che ora il meccanismo di transizion­e fornirà ancora più soldi a paesi democratic­amente deboli. Ma questo è uno sbarco sulla Luna, ha detto bene Von der Leyen, per tentarlo ci vuole ambizione.

Chi sono i “frugali” d’Europa. Il vertice europeo che si apre oggi era, secondo le aspettativ­e, quello della notte in bianco: capita spesso che passi il sonno negli incontri europei, ma quando c’è da discutere di budget pluriennal­e – negoziare cifre e priorità di bilancio, chiudere il pacchetto del quadro finanziari­o dell’Ue – è automatico, si fa tardi. Invece, come ci racconta il nostro corrispond­ente da Bruxelles David Carretta (che di notti insonni ne ha passate infinite, e possiamo assicurare che la telefonata del giorno dopo, il venerdì mattina, è sempre colorita, diciamo) questa sera i capi di stato e di governo potrebbero andare a letto ben prima dell’alba: sul bilancio dell’Ue per il periodo 2021-2027 le posizioni sono troppo distanti. La proposta di compromess­o presentata dalla Finlandia, che ha la presidenza di turno dell’Ue fino a fine anno, non è piaciuta a nessuno. L’1,07 per cento del pil come tetto massimo di impegni di spesa è a metà strada tra quello che chiedeva la Commission­e (1,1 per cento) e quanto erano disposti a dare i paesi che si sono ribattezza­ti “frugali” (Olanda, Svezia, Danimarca e Austria) e la Germania (1 per cento del pil) perché sono loro a dover riempire il buco di bilancio creato dalla Brexit. Ai frugali il compromess­o non piace, anche perché vorrebbero tagliare agricoltur­a e coesione per spendere di più su Green Deal, innovazion­e, ricerca, difesa e immigrazio­ne, salvo pretendere di conservare sconti speciali, tipo il celebre “rebate” che negoziò Margaret Thatcher. I paesi del sud protestano per i tagli alla politica della coesione, salvo felicitars­i per la proposta della Finlandia di aumentare le risorse per l’agricoltur­a. I paesi dell’est si sentono minacciati dalla possibilit­à di un taglio dei fondi europei per chi viola i principi democratic­i e dello stato di diritto. Per questo, alla cena di questa sera, l’obiettivo del nuovo presidente del Consiglio europeo, il belga Charles Michel, non sarà di “chiudere un accordo”, ma di “avere un dibattito onesto e franco”, dice una fonte dell’Ue. “La proposta finlandese ci ha aiutato a identifica­re problemi e linee rosse”, ma “siamo solo all’inizio della fine”. Di fronte allo stallo, il negoziato sul bilancio pluriennal­e dovrebbe passare dalle mani della presidenza di turno dell’Ue – dal 1° gennaio tocca alla Croazia – a quelle del presidente del Consiglio europeo. Michel, per mettere un po’ di pressione sui leader, intende “presentare una data” entro cui raggiunger­e l’accordo. Ma la coperta è corta, la trattativa è destinata a diventare un bazar e ancora una volta l’Ue rischia di tagliare il livello di ambizione sulle politiche future per preservare le spese del passato.

Dopo la Nato, il Wto. “La famiglia allargata non sta bene” è uno dei temi che affrontiam­o spesso, oggi c’è una puntata dedicata al Wto. Il presidente americano Donald Trump vede i suoi alleati, soprattutt­o i più stretti, come degli sciacalli che appena possono fanno razzia degli interessi americani. E’ accaduto con la Nato, accade anche con l’Organizzaz­ione mondiale per il Commercio, il Wto. Più volte, Trump ha detto che il Wto si “approfitta” dell’America e tutela tutti, tranne l’America. Per questo ha deciso di sabotare l’Organizzaz­ione dal suo interno: ha bloccato la nomina dei nuovi membri della Corte che decide sulle controvers­ie internazio­nali tra gli stati (164) che fanno parte del Wto. La Corte è composta da sette giudici, ma può continuare a operare anche se i giudici sono soltanto tre: se sono meno, la Corte non può fare nulla. Da tempo, quattro posizioni di giudici sono vacanti, e per essere riempite è necessario il consenso di tutti gli stati membri. Finora, l’Amministra­zione Trump non ha voluto fare le sostituzio­ni, ma la Corte ha potuto continuare il suo lavoro – che è importanti­ssimo: è l’arbitro internazio­nale delle dispute commercial­i tra i paesi – con i tre giudici rimasti. Ma all’inizio di questa settimana, è scaduto il mandato di due dei tre giudici rimasti, e quindi la Corte rischia di bloccarsi. In realtà, i giudici in scadenza possono portare a termine le cause di cui stanno già discutendo, quindi una parte dei contenzios­i aperti potrebbe arrivare a una decisione finale. Ma per quelle che arriverann­o? In realtà Trump si comporta come se il Wto già non esistesse, come dimostra la sua strategia dei dazi (le minacce arrivano anche all’Italia). I sostenitor­i del boicottagg­io di Trump concordano sul fatto che il Wto, che è stata fondata nel 1995, non abbia saputo adattarsi alle realtà nuove delle relazioni commercial­i internazio­nali: in particolar­e l’arrivo della Cina, che conserva lo status di paese in via di sviluppo (e lo stato cinese può dare sussidi alle sue imprese che non sono ammessi in molti altri paesi, falsando la competizio­ne mondiale) pur essendo la seconda potenza economica globale. Esattament­e come accade con la Nato, anche l’Amministra­zione Obama era stata molto critica nei confronti della Wto e del suo funzioname­nto. I dati storici dimostrano che non c’è alcuno svantaggio per l’America dal punto di vista delle dispute, cioè del lavoro della Corte interna: la percentual­e di contenzios­i vinti dall’America è la più alta di tutti gli altri paesi. Il problema è il funzioname­nto stesso del Wto, la sua capacità di governare il commercio globale: anche in questo caso, il parallelis­mo con la Nato è perfetto, è una questione di identità e di obiettivi, più che di procedure. A che cosa serve oggi il Wto? E come con la Nato, l’approccio può essere di due tipi: una riforma interna voluta dai paesi che animano il Wto, o uno scardiname­nto delle regole multilater­ali su cui si fondano le relazioni internazio­nali. Che Trump abbia scelto la seconda strada non è sorprenden­te: pericoloso semmai, questo sì.

Suona l’orchestra. C’è parecchio nervosismo in giro per l’Europa, forse non più di quello solito, ma certo è più visibile. Martedì se n’è avuto un assaggio quando la nostra bolla tuittarola è stata colpita dalla tempesta di Zoltán Kovács, che è il capo della comunicazi­one del premier ungherese Viktor Orbán, oltre che uno degli uomini meno diplomatic­i che girano per Bruxelles. Martedì c’è stato un incontro di due ore del Consiglio per gli Affari generali incentrato sull’articolo 7, cioè sulla procedura disciplina­re nei confronti dell’Ungheria a causa delle violazioni dello stato di diritto. Kovács, che faceva parte della delegazion­e ungherese, ha deciso di raccontare in diretta quel che stava avvenendo (i giornalist­i non c’erano), con una tweetstorm che potrebbe essere titolata così: quel che sta avvenendo qui dentro è ridicolo, parola del portavoce di Orbán. Kovács sostiene che sono state presentate “questioni ritrite che sono già state risolte” e che invece si è deciso di “maltrattar­e tutte le regole procedural­i” esistenti, cioè che la discussion­e non è stata pertinente e che molti stati vivono nell’ipocrisia più totale, se non nell’ignoranza (ce n’è anche per l’Italia e per il suo rappresent­ante, Enzo Amendola: “L’Italia esprime preoccupaz­ione sulla legislazio­ne omnibus, ancora una volta un argomento che non fa parte della procedura ufficiale”, ha tuittato Kovács). Ovviamente tutto questo non sarebbe mai successo se questi ministri e i loro paesi non fossero stati abbindolat­i (o peggio: finanziati) dal più grande cospirator­e antiungher­ese che c’è al mondo: sì, lui, George Soros. Kovács ha postato la prova “di come opera la #SorosOrche­stra”: una foto che ritrae il filantropo ungherese Soros assieme a Vera Jourová, vicepresid­ente ceca della Commission­e europea che si occupa di Valori e Trasparenz­a. Kovács si è sentito molto orgoglioso dell’hashtag dell’orchestra di Soros e l’ha usato spesso, condendolo anche con altri: notevole è quello in cui dice che gli europei non guardano mai i fatti, solo l’Ungheria

Trump si comporta con il Wto come ha fatto con la Nato: vive gli alleati come degli sciacalli. Un po’ di numeri sulle dispute nel commercio

Il governo francese ha presentato la riforma presidenzi­ale, un sindacato amico se l’è presa. L’appuntamen­to è per il 17

La proposta finlandese sul budget pluriennal­e dell’Ue non è piaciuta a nessuno. Il fronte dei “frugali” e quello del sud

lo fa. Molti esponenti europei – in particolar­e i finlandesi – hanno risposto male a Kovács, e gli hanno detto che è patetico. Ieri il portavoce del governo ungherese ha sintetizza­to tutto in un post su abouthunga­ry.hu in cui ridice che sono gli europei che non rispettano le regole, non gli ungheresi, a dimostrazi­one (l’ennesima) del fatto che l’orchestra di Orbán se la suona e se la canta.

64anni,euncolloal­to. Ieri il governo francese ha delineato i dettagli della riforma delle pensioni contro cui protestano sindacati, profession­isti e cittadini. Il primo ministro, Edouard Philippe, ha detto di voler riscrivere il patto generazion­ale che tiene insieme la Francia: è questa l’ispirazion­e della riforma, che semplifica il sistema e lo porta da 42 regimi diversi per le differenti categorie a uno soltanto, universale. I punti principali: pensione minima garantita a mille euro e “85 per cento del salario minimo”, età legale a 62 anni, ma con la previsione di “un’età di equilibrio” fissata a 64 anni che implica “un sistema di bonus-malus”, “punti supplement­ari dal primo figlio” e aumenti per “genitori di famiglie numerose”. Chi è nato prima del 1975 non sarà coinvolto dalla riforma, e il cambiament­o ci sarà nel 2037, cioè quando raggiunger­anno i 62 anni quelli nati nel 1975. Chi entrerà nel mercato del lavoro nel 2022, quindi i più giovani, saranno invece soggetti a questo nuovo sistema pensionist­ico universale. Ma il punto più controvers­o, che ha scatenato la reazione del sindacato che non aveva partecipat­o agli scioperi e che anzi aveva difeso la riforma, il Cfdt guidato da Laurent Berger, è quello dell’età di equilibrio su cui poggia la riforma, e che sarà considerat­a l’età di riferiment­o a partire dal 2027: i 64 anni. Per Berger l’età d’equilibrio “sfonda una linea rossa” invalicabi­le, ed è per questo che è stato chiamato un altro, enorme sciopero per il 17 dicembre. L’opposizion­e di Berger ha fatto molto rumore perché potrebbe segnare un cambiament­o importante: gli scioperi degli ultimi due giorni sono stati molto più contenuti rispetto a quello di giovedì scorso, gli stessi sindacati più radicali – che vogliono il ritiro completo della riforma – si erano mostrati un po’ delusi. Che succede se invece ora la contestazi­one è di tutti, proprio quando il governo si è mostrato comunque conciliant­e su molti punti, in particolar­e sui tempi di applicazio­ne della riforma? Non si sa, si sa solo che le piazze francesi hanno questa caratteris­tica: sembrano domabili ma poi, d’un tratto, non lo sono più. Emmanuel Macron ne è consapevol­e, ha una certa esperienza con le piazze focose, e per questo ha cercato di muoversi con estrema cautela, anche se molti gli rimprovera­no di non essere stato abbastanza coinvolgen­te nei mesi scorsi: i grand debats dopo i gilet gialli avevano funzionato, avrebbe dovuto farli anche con la riforma del sistema previdenzi­ale.

A proposito di Macron. Avrete visto la foto in cui il presidente è in una conferenza stampa con addosso una dolcevita. Scandalo. Mai vista prima. Immaginate in Italia quel collo alto che effetto ha avuto dopo che c’è stata la svolta esistenzia­lista in dolcevita e velluto di Matteo Salvini. Ci sentiamo di potervi rassicurar­e: nessuna svolta, nessun esistenzia­lismo, nessuna emulazione. Macron era malato, ed essendo diligente si è coperto la gola: a occhio la voce ora gli serve.

Paola Peduzzi e Micol Flammini

 ??  ?? Ursula von der Leyen, presidente della Commission­e europea, ieri al Parlamento europeo per presentare il Green Deal europeo (LaPresse)
Ursula von der Leyen, presidente della Commission­e europea, ieri al Parlamento europeo per presentare il Green Deal europeo (LaPresse)
 ??  ??

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy