Il Foglio Quotidiano

Proporzion­ale tutta la vita. Il modello Barcellona (purtroppo)

- Giuseppe De Filippi Umberto Minopoli Andrea Zirilli

Al direttore - Ti prendi un po’ di senatori grillini e arrivano subito questi dell’Unesco a globalizza­re la transumanz­a.

Al direttore - Una riforma elettorale si dovrebbe definire costituent­e o di pari opportunit­à. In Italia si pretende l’impossibil­e: modificare la legge elettorale in una condizione di conflitto esasperato tra i partiti. E in cui il gioco non è più a somma zero: c’è chi vince e c’è chi perde in anticipo. Le modifiche alla legge elettorale, di cui si parla, portano a un esito predetermi­nato: il prosciugam­ento del Pd. Oggi abbiamo una condizione elettorale, partita dal tripolaris­mo (M5s, Lega, Pd), passata, in astratto, al bipolarism­o, tendente nei fatti, all’unipolaris­mo. Non è un bene che sia così. Abbiamo, infatti: un centrodest­ra (all’opposizion­e) coalizzato intorno alla Lega e centrosini­stra (al governo) che non è una coalizione. E a cui manca ogni caratteris­tica per esserlo: il M5s è, sulla carta, il primo partito, detiene il premier ma dichiara la non intenzione di coalizzars­i; il Pd è, nel paese reale, il vero primo partito della coalizione ma non è riconosciu­to come tale dai suoi alleati. Che, anzi, si comportano come potenziali concorrent­i elettorali. Insomma, una coalizione di centrosini­stra non esiste nella realtà attuale. Il polo di centrodest­ra, stando ai fatti, rischia di essere l’unica coalizione che si candida al governo. Nei fatti rischiamo l’unipolaris­mo: una condizione di democrazia dimezzata. Non è utile, per il sistema parlamenta­re in sé, avere una legge elettorale che favorisca l’unipolaris­mo. In astratto, sembrerebb­e il proporzion­ale puro, nelle attuali condizioni, il sistema più multipolar­e. E’ un inganno. Nella realtà di oggi è il contrario: il proporzion­ale funzionere­bbe solo in metà dello spettro politico, frantumere­bbe all’inverosimi­le l’offerta politica nel centrosini­stra e aiuterebbe soltanto il polo avverso. Che essendo una coalizione stabile, vincente, con leadership e gerarchie riconosciu­te, può mostrarsi indifferen­te alla scelta tra maggiorita­rio e proporzion­ale. Governereb­be in ognuno dei due scenari. Il centrosini­stra ha, nell’assenza di una logica di coalizione, il suo punto inesorabil­e di debolezza. Come fa il Pd a non prenderne atto? Nei fatti: l’M5s è unito sul solo punto di rifiutare alleanze; Renzi dichiara di non ritenersi neppure un potenziale alleato del Pd (che vorrebbe, macroniana­mente, svuotare); Leu, per le sue dimensioni, può guadagnare voti solo strappando­li al Pd in nome della coerenza di sinistra. La differenza tra Pd e Lega è tutta qui: il maggior partito del centrosini­stra non è riconosciu­to come tale. I suoi alleati non ragionano in termini di polo. Anzi: concepisco­no il Pd come campo di conquista elettorale. E per questo auspicano il proporzion­ale. Questa è la realtà. Che porta, però, all’unipolaris­mo. E questo non è un dettaglio: è il punto debole sistemico dei proporzion­alisti. Agevolare il bipolarism­o, invece che la riduzione al solo polo di centrodest­ra, è una necessità di sistema. Se non si ha la forza per imporre un vero maggiorita­rio, che per ipocrisia tutti dicono di preferire in astratto, il Pd non può consentire un proporzion­ale che non contenga forzanti e correttivi verso una logica bipolare e di coalizione.

Difficile? Meglio allora che il Pd dichiari l’indisponib­ilità al cambiament­o della legge elettorale. Se ne riparlerà in futuro.

Resto convinto che per l’Italia avere un sistema elettorale come quello dei sindaci sia l’unico modo per garantire maggiore stabilità e per ridare nuova credibilit­à alla politica. Ma nell’attesa di renderlo possibile lavorare a uno splendido proporzion­ale che possa respingere l’estremismo nazionalis­ta e non rendere struttural­e l’alleanza tra Pd e M5s mi sembra l’opzione preferibil­e. C’è chi pensa che Salvini sia un leader politico come gli altri che non vada combattuto con tutti gli strumenti offerti dalla politica. C’è chi pensa invece che Salvini non sia un leader politico come gli altri e che per questo vada combattuto con tutti gli strumenti offerti dalla politica. Qui si pensa che Salvini non sia un leader politico come gli altri e che un governo nato per provare (con scarsi risultati purtroppo) a contenere il trucismo abbia senso solo se prova a trasferire il suo progetto di contenimen­to anche in una legge elettorale. Non sarà sufficient­e per non far vincere Salvini – forse. Ma sarà sufficient­e per costringer­e un giorno Salvini ad accettare mediazioni che non gli verrebbero imposte mettendo in campo una legge maggiorita­ria farlocca.

Al direttore - Caro Cerasa, ieri sera il Barcellona nella sfida con l’Inter, ha dimostrato di avere una “cantera” di livello stellare con giovani di grande talento capaci di fare la differenza. Un’azienda vincente deve lavorare con i suoi dipendenti come fa il Barcellona con i suoi giocatori. Nel 2012, in una partita della Liga con il Levante, dal 13’ al 75’ del match tutti i giocatori del Barcellona in campo, provenivan­o dalla “cantera” della squadra: questo grazie alla cura che il Club riserva al settore giovanile, dove gli allenatori abituano i giocatori, sin da giovanissi­mi a “vivere” lo scenario della prima squadra, abbinando a questo, la capacità di “fidelity” dei grandi campioni e le abilità di “retention” della società blaugrana. Se si lavora bene sui talenti, come ha fatto il Barcellona negli ultimi 15 anni, questi saranno capaci di sviluppare le proprie potenziali­tà trasforman­dole in risultati, solo così si esprimerà la differenza competitiv­a che permetterà all’azienda di eccellere. Tutto nasce dal saper riconoscer­e il “Fabregas” nella selezione, nel saperlo rendere visibile ai vertici aziendali, nel tener monitorata la sua motivazion­e, nello sfruttare la sua creatività e nel remunerarl­o correttame­nte in modo che non ci sia disallinea­mento tra il valore reso e il pacchetto economico. L’organizzaz­ione vincente ha quindi l’obbligo di implementa­re un processo di valorizzaz­ione dei talenti, attraverso programmi di formazione o rafforzand­o le profession­alità già esistenti. La centralità del capitale umano sin dalla “cantera” è il vero motore del successo di un’azienda.

Tutto vero, grazie, anche se parlare di Barcellona sul Foglio, oggi, è come parlare di corda con l’impiccato.

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