Il Foglio Quotidiano

La prescrizio­ne sacrificat­a in nome dell’ossessione punitiva

PERCHÉ LA RIFORMA BONAFEDE CANCELLA UN ISTITUTO DI GRANDE CIVILTÀ. RISCHIO PASTROCCHI­O CON I CORRETTIVI DEL PD

- Giovanni Fiandaca

Specie nell’ottica di un anziano professore di diritto penale, l’attuale conflitto politico sulla prescrizio­ne appare sorprenden­te e al tempo stesso molto preoccupan­te. Siamo arrivati al punto, nel nostro paese, di rischiare di stravolger­e un istituto giuridico di grande civiltà perché il movimento pentastell­ato, in nome di presunte sue ragioni identitari­e, pretende di imporne una riforma ispirata a un punitivism­o smodato? Oltretutto, questa ossessione punitiva appare politicame­nte opportunis­tica in quanto strumental­izza, per lucrare consensi elettorali, pulsioni emotive di punizione alimentate da sentimenti collettivi di paura, rabbia, frustrazio­ne, indignazio­ne, invidia sociale, rancore, risentimen­to e rivalsa diffusi in periodi di crisi e insicurezz­a come quello in cui viviamo. Che l’idea grillina di bloccare in via definitiva la prescrizio­ne dopo la sentenza di primo grado nasca, in fondo, da un avallo politico del bisogno emotivo di rendere imprescrit­tibile ogni illecito penale – come a volere “eternare” la riprovevol­ezza e la castigabil­ità degli autori di reato additati quali nemici del popolo – è una ipotesi esplicativ­a tutt’altro che azzardata o peregrina. Come studi di filosofia e psicologia della punizione da tempo mettono in evidenza, infatti, il diritto penale e la punizione coinvolgon­o (anche a livello inconscio) meccanismi psichici profondi, canalizzan­do in forma istituzion­alizzata tendenze aggressivo-ritorsive insite negli atteggiame­nti punitivi declinati in chiave prevalente­mente retributiv­a.

Se così è, fa benissimo ora il Pd a cercare di porre argine al fanatismo repressivo dei Cinque stelle. Ma, stando alle cronache giornalist­iche di questi giorni, le linee ispiratric­i della proposta dem non risultano ancora chiare. E incombe per di più il rischio che, nel tentativo di trovare una soluzione di compromess­o col mantenimen­to del blocco della prescrizio­ne così come voluto da Bonafede, ne esca fuori alla fine un complessiv­o pastrocchi­o.

Affrontare in un articolo di giornale complicate questioni tecnico-giuridiche non è, certo, possibile. Anche limitandos­i all’essenziale, non si può peraltro prescinder­e da una premessa e da qualche rilievo di massima. Cominciand­o dalla premessa, va ricordato che l’istituto della prescrizio­ne deve la sua genesi alla presa d’atto che la repression­e dei reati non può costituire un obiettivo prioritari­o a ogni costo. Piuttosto, sono in gioco rilevanti interessi ed esigenze concorrent­i, che vengono appunto in rilievo per effetto del decorrere del tempo rispetto al reato commesso, e che vanno perciò bilanciati con l’interesse a punire. Beninteso, si tratta di preoccupaz­ioni concorrent­i che si collocano a monte del problema dell’efficiente funzioname­nto della macchina giudiziari­a e dei tempi del processo, che occorrereb­be accorciare perché spesso in Italia troppo lunghi. Anche se il dibattito corrente si concentra soprattutt­o sulle lungaggini del processo, non bisognereb­be infatti trascurare che le ragioni “classiche” della prescrizio­ne hanno in primo luogo a che fare col diritto penale sostanzial­e e con gli stessi fini della pena, come ha sinora più volte riconosciu­to pure la Corte costituzio­nale. Il punto essenziale è questo: a misura che aumenta la distanza temporale tra il reato commesso e il momento in cui interviene la condanna, decresce la necessità pratica di punire dal duplice punto di vista della prevenzion­e generale e della prevenzion­e speciale. Ciò sia perché col passare degli anni sfuma l’allarme sociale, e viene meno il pericolo che altri siano per suggestion­e imitativa indotti a compiere delitti simili; sia perché col trascorrer­e del tempo il reo può essere diventato un’altra persona, può essersi spontaneam­ente ravveduto, per cui non avrebbe più senso e scopo applicargl­i una pena in chiave rieducativ­a. Si aggiunga inoltre, da un punto di vista probatorio, che quanto più un caso è lontano nel tempo, tanto più difficile ne risulta la prova nell’ambito del processo.

Questi fondamenti classici della prescrizio­ne sono divenuti, ormai, obsoleti a causa di un riemergent­e retribuzio­nismo intransige­nte e rabbioso, per cui la maggioranz­a dei cittadini oggi esige che tutti i reati (dai più gravi ai più lievi) vengano perseguiti e sanzionati “senza se e senza ma”?

Certo è che i suddetti fondamenti stanno alla base anche del modello di disciplina della prescrizio­ne così come previsto in origine nel nostro codice penale, e come poi riveduto (in maniera, peraltro, non poco discutibil­e) con la riforma Cirielli del 2005. Si tratta, invero, di un modello che riflette esigenze repressive modulate sulla differente gravità dei reati, per cui i termini prescrizio­nali dipendono dalle soglie di pena legislativ­amente riferite alle diverse figure criminose. (E va esplicitat­o che esso non viene abrogato dalla riforma Bonafede, che piuttosto vi si sovrappone dall’esterno con effetti – come vedremo tra poco – distorsivi).

E’ vero che, in anni più recenti, sono andate affiorando preoccupaz­ioni ancorate soprattutt­o al principio della ragionevol­e durata del processo (art. 111 Cost.), con un tendenzial­e spostament­o dell’attenzione riformatri­ce sul terreno processual­e. Privilegia­to soprattutt­o dai processual­isti e dal mondo della prassi giudiziari­a, questo tipo di approccio ha ispirato la riforma Orlando del 2017 nella parte in cui questa ha previsto tempi massimi di sospension­e della prescrizio­ne in rapporto a distinte fasi processual­i (nella misura di tre anni complessiv­i nel periodo intercorre­nte tra la sentenza di primo grado e quelle dei due gradi successivi). La riforma Bonafede approvata quest’anno, che ha invece stabilito il blocco definitivo della prescrizio­ne dopo la sentenza di primo grado e che è destinata a entrare il vigore il 1° gennaio 2020 (quindi tra meno di un mese), è stata in realtà concepita così affrettata­mente, da non lasciare tempo sufficient­e per verificare i concreti effetti della ancora recente riforma Orlando. Questo non è certo un modo di legiferare razionale e responsabi­le. Ma l’obiezione principale è di merito più che di metodo, e fa leva sulle implicazio­ni gravemente distorsive del sistema penale che la concreta entrata in vigore del blocco recherebbe con sé.

Come si è infatti già rilevato in sede specialist­ica (alludo, in particolar­e, ad acuti commenti critici di Domenico Pulitanò), la eguale imprescrit­tibilità di reati eterogenei rispetto ai quali l’art. 157 del codice penale (destinato comunque a restare invariato) continuere­bbe in linea di principio a prevedere, in ragione del corrispond­ente livello di gravità, tempi di prescrizio­ne differenzi­ati, porrebbe serissimi problemi di compatibil­ità costituzio­nale: innanzitut­to, col principio di eguaglianz­a-ragionevol­ezza; e, in secondo luogo, col principio di rieducazio­ne nelle ipotesi di condanne a parecchi anni di distanza dal reato commesso (problemi di compatibil­ità che sfocerebbe­ro in ricorsi alla Corte costituzio­nale nei casi concreti di sentenze divenute, appunto, definitive dopo la scadenza del termine di prescrizio­ne previsto in astratto dal diritto penale sostanzial­e). Bene dunque hanno fatto le Camere penali a lanciare un allarmato appello pubblico del seguente tenore: “Il penale perpetuo, che si appresta ad entrare in vigore, appiattisc­e indiscrimi­natamente la misura del tempo dell’oblio, uniformand­o dopo il primo grado tanto i delitti più gravi, quanto le più bagatellar­i delle contravven­zioni”.

Le proposte correttive del Pd si preoccupan­o di rimediare in qualche modo alla irrazional­ità costituzio­nalmente sindacabil­e di un tale indiscrimi­nato appiattime­nto? Si legge sulla stampa che i dem intendereb­bero conciliare il blocco della prescrizio­ne voluto da Bonafede con nuove soluzioni normative finalizzat­e ad accorciare i tempi del processo. Ma in quali forme si pensa di potere tecnicamen­te tradurre questo compromess­o? Può essere ragionevol­e perseguire compromess­i funzionali alla tenuta di questo traballant­e governo. Ma, se il contrasto sulla prescrizio­ne non giustifica forse una crisi governativ­a, è pur vero che la complessit­à e la rilevanza anche costituzio­nale del tema non vanno sottovalut­ate. Il modo di affrontarl­o incide infatti in ogni caso, e in misura assai rilevante, sulle libertà, i diritti e financo le prospettiv­e esistenzia­li dei cittadini in carne e ossa.

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