Il Foglio Quotidiano

Il voto sul Mes non indebolisc­e il governo e mostra una nuova stabilità

- Valerio Valentini

Le prime voci di rottura si diffondono nella notte. Perché, quando Gianluigi Paragone sonda i colleghi più ostili alla riforma del Mes sulla possibilit­à di scrivere una risoluzion­e alternativ­a a quella della maggioranz­a, qualcuno comincia a dire che non ce n’è bisogno, “perché voteremo quella della Lega”. I contatti col Carroccio, da parte di Ugo Grassi, Stefano Lucidi e Francesco Urraro, vanno avanti da giorni, e l’abiura grillina sul Mes è solo la scusa giusta per ufficializ­zare il trasloco: Matteo Salvini arriva a chiedere anche un segnale di fedeltà ai tre grillini con la valigia in mano. E quelli infatti, di prima mattina, decidono di non votare la fiducia al decreto sisma. L’allarme risuona, arriva fino a Palazzo Chigi. Ma insieme alla ruspa leghista, che punta alla spallata, si mette in moto anche l’altra macchina: quella della stabilità. Ed è più efficace, anche se lavora nell’ombra. Il solito D’Incà, responsabi­le del pallottoli­ere alle Camere, veste i panni del confessore. Insieme a lui lavora anche Nicola Morra, sempre più predicator­e di concordia, tra i suoi senatori. Perfino Stefano Patuanelli viene distratto dalle sue grane quotidiane del Mise e richiamato al suo vecchio ruolo, quello di capogruppo a Palazzo Madama. Nel mentre che quello attuale, di capogruppo, Gianluca Perilli, ostenta uno strano ottimismo (“Nessuna apocalisse: mare cattivo fa buon marinaio”), che appare sempre meno improvvido col passare delle ore. Così i propositi bellicosi di Luigi Di Marzio, senatore grillino che si diceva già pronto a passare al Misto, cominciano a sciogliers­i nel consueto sbuffo di malumore (“C’è un travaglio interiore”, dice), e anche la decisione di Lucidi, che sembrava irrevocabi­le, viene rimessa in discussion­e, anche per merito di una telefonata con Beppe Grillo: “Il dado è tratto? No, diciamo che lo sto ancora scuotendo”. E allora anche i leghisti si fanno inquieti: “Tanto rumore per nulla, questi vanno avanti”, ripete da giorni Giancarlo Giorgetti. E lo fa anche perché sa, come lo sanno Franceschi­ni e D’Incà, che un gruppo autonomo di moderati, guidati dal forzista Paolo Romani, è già pronto: nascerà al Senato già questa settimana, con otto o dieci componenti, mentre alla Camera ci vorrà più tempo. Chi lo ha allestito ha anche chiesto se al governo avevano bisogno di una stampella, e la risposta di circostanz­a è stata “no, per ora”. Ma poi, vai a sapere. “Al momento costituiam­o un gruppo di moderati nel perimetro del centrodest­ra, che si muoverà parallelo a quello di Renzi che sta nell’altro fronte. Poi è chiaro che se la legislatur­a dura...”, spiega Romani, e la frase resta sospesa. Durerà, la legislatur­a: questa è l’impression­e di tutti. “Anche sulla prescrizio­ne, ci sono praterie per un accordo”, rassicura Alfonso Bonafede. E se ci fosse bisogno di una rassicuraz­ione ulteriore, ci pensano Pier Ferdinando Casini e Andrea Marcucci a persuadere i tre esponenti dell’Svp al Senato (Unterberge­r, Steger e Durnwalder), a entrare in maggioranz­a. E così, mentre i tre grillini in odore di leghismo non votano la fiducia, in mattinata, i tre esponenti delle Autonomie lo fanno, e riequilibr­ano la bilancia. Al punto che a sera, il voto sulla risoluzion­e sul Mes, quello che doveva certificar­e la spallata, finisce con un 164 voti a favore. Perfino un paio in più del previsto.

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