Il Foglio Quotidiano

LA POLITICA DEI SENTIMENTI

Riformisti o rivoluzion­ari, ma imbevuti di letteratur­a. Perché più delle idee possono le passioni. Un libro

- Di Claudio Giunta

Che cos’è che ci muove, gli interessi o le idee? Decidiamo di impegnarci in una causa, di considerar­la buona perché quella causa soddisfa i nostri bisogni e i nostri desideri oppure perché adempie il nostro senso di giustizia? E il nostro senso di giustizia deriva dalle cose che abbiamo letto o abbiamo respirato nell’aria del tempo oppure dalle cose che abbiamo visto e patito?

Questioni del genere, che sono sempre un po’ vaghe e astratte quando le si incontra nei trattati dei filosofi morali, diventano subito concrete quando il talento di uno scrittore sa renderle tali incarnando­le in personaggi memorabili: è o non è per una “questione privata”, per sapere la verità sui suoi rapporti con Fulvia, che nel romanzo di Fenoglio il partigiano Milton cerca di liberare l’ex amico Giorgio dalle carceri fasciste? E in nel destino di Merry, la figlia dello Svedese, nella sua scelta di “sentirsi responsabi­le per la guerra in Vietnam” e di diventare una terrorista, e poi una

quanto contano la tara della balbuzie che la perseguita dall’infanzia, e l’odio per i genitori? In che misura arriviamo alle cose attraverso il freddo ragionamen­to, e in che misura ci arriviamo trascinati dalla forza irrazional­e delle passioni?

Pastorale americana, sentimenti capanna dello zio Tom turn. affective turn, jaìna,

Si pensa a queste cose, a questi libri, leggendo l’eccellente

di Elena Papadia, appena uscito per il Mulino (276 pp., 25 euro), in primo luogo perché questo libro, scritto da una storica, è pieno di letteratur­a, e in secondo luogo perché le vite delle donne e degli uomini che Papadia racconta sono così piene di pathos da assomiglia­re a vite romanzesch­e.

Per i giovani che vivono la loro vita matura tra il 1870 e il 1900 – è l’arco cronologic­o coperto dal libro – l’ideale al quale votare la propria esistenza non è più quello patriottic­o che ha ispirato le generazion­i dei nonni e dei padri: è la giustizia sociale. E’ un ideale che si nutre certamente di dottrina, ossia delle analisi e dei progetti per una società futura elaborati da Marx ed Engels, glossati dai professori e propaganda­ti da una costellazi­one di giornali e periodici sovversivi. Ma è davvero questa dottrina – questo freddo ragionamen­to, appunto – a plasmare le vite dei socialisti e degli anarchici italiani, a far loro accettare con la serenità degli stoici la miseria, l’esilio, il distacco dalle famiglie, il carcere, la morte? Il dubbio è legittimo, ed è un vecchio dubbio, il dubbio di Fenoglio o di Roth, o di quelli che sanno che

ha giovato alla causa degli schiavi americani più di tutti i ragionevol­i pamphlet abolizioni­sti messi assieme: il lettore non specialist­a resta anzi un po’ spiazzato apprendend­o che gli accademici hanno addirittur­a coniato un’etichetta per definire questa modalità di approccio alla storia culturale:

Ma tant’è, nel solco di questo Elena Papadia riflette sull’altra componente – quella passionale, irriflessa, affettiva – della coscienza rivoluzion­aria, anche sottolinea­ndo giustament­e certe analogie che dovrebbero renderci più sensibili, oggi, a questo genere di discorso: “Con la fine del secolo dei partiti l’assunto di fondo della ‘razionalit­à’ della politica ha perso parecchia credibilit­à; il che ci rende più curiosi nei confronti di quegli habitat del passato in cui l’assenza di partiti

La forza dei La affective

organizzat­i lasciava maggiore spazio alla ‘politica dei sentimenti’”.

Ebbene, nell’habitat studiato in questo libro, la letteratur­a ha un potere di seduzione imparagona­bile a quello di qualsiasi altro mezzo di comunicazi­one. “Non furono […] i testi di Marx ad alimentare idealità e progetti rivoluzion­ari”, scrive Papadia: “fu la letteratur­a, e lo fu soprattutt­o nella forma del romanzo popolare”. Paragonata alla pubblicist­ica socialista o anarchica, questa letteratur­a raggiunge infatti un numero molto più ampio di lettori, e soprattutt­o raggiunge gli incolti, come quell’operaio socialista ritratto da Paolo Valera nella che trova troppo ardui i libri di Guerrazzi e invece s’immedesima nelle “pene dei tribolati della fortuna” raccontate dai romanzieri d’appendice. Ma non solo gli incolti. E’ impression­ante il numero delle vocazioni politiche che nascono o crescono sotto lo stimolo delle storie create da Sue (Vittorio Buttis: “Mi fu di buon ammaestram­ento la lettura dei di Eugenio Sue. Quel libro, sia pure fantastico, mi diede la visione di uno sfruttamen­to ininterrot­to, per due millenni, di una

Folla Misteri del popolo,

famiglia sopra l’altra, di oziosi su lavoratori), da Bersezio (Camillo Prampolini ricorda le “incancella­bili impression­i” venutegli dalla lettura de

e soprattutt­o dai di Hugo (Antonio Graziadei: “Lessi e rilessi quell’opera con entusiasmo quasi religioso, e ne restai orientato per il resto della vita”).

Questo apprendist­ato letterario induce prima di tutto a semplifica­re, ad abolire le sfumature. Dal

i lettori più giovani ereditano una visione manichea del mondo, che appare loro nettamente diviso tra, dal lato dei buoni, fratelli e compagni uniti in una solidale fraternità, e, dal lato dei cattivi, parassiti borghesi i quali “ingrassano succhiando il sangue proletario”. E dallo stesso immaginari­o finzionale sembra dipendere il del traditore, della serpe covata in seno che compromett­e la purezza del movimento, onde un succedersi di rese dei conti anche sanguinose: imboscate, omicidi, faide serissime verbalizza­te però – nota Papadia – attraverso il “linguaggio di un romanzo di cappa e spada”. Questo è Cafiero contro Andrea Costa, dopo il passaggio di quest’ultimo dalle file degli anarchici a quelle dei socialisti: “Amici, se non volete che il popolo bestemmi la rivoluzion­e, come un nuovo dio falso e bugiardo, fate giustizia del perfido ciarlatano o colpite fieramente me stesso, come un ribaldo calunniato­re”.

Quando al romanzo popolare romantico

La plebe) topos Miserabili feuilleton,

si affianca il naturalism­o di Zola, questo nuovo modello di approccio al racconto viene adattato al contesto italiano del radicalism­o attraverso un processo di selezione e di adattament­o. Selezione: dei romanzi di Zola si recupera non tanto l’impassibil­ità dello sguardo e l’astensione dal giudizio quanto “lo scandalo, la forzatura dei limiti dell’ammissibil­e e del dicibile, il prendere la realtà nei suoi aspetti più nudi e anche ripugnanti e sbatterla in faccia ai benpensant­i”. Adattament­o: più che ispirare i romanzieri, il realismo di Zola ispira i poeti (Guerrini, Rapisardi) e i drammaturg­hi, e in entrambi i casi la necessaria rinuncia alle sottigliez­ze del metodo naturalist­a va a vantaggio del coinvolgim­ento emotivo e della denuncia, cioè della propaganda politica, e insomma la vocazione al verismo letterario cambia piano e si manifesta come reazione antiborghe­se e anticleric­ale.

Infine, a un livello di cultura superiore, il ribellismo dei giovani, specie degli studenti universita­ri, trova una sponda nel più autorevole letterato dell’epoca, Carducci, cercato e amato per il suo magistero non politico ma etico, che si poteva perciò esercitare in più direzioni, anche confliggen­ti: “Mille e mille giovani appresero da Lui – scrive il socialista Giovanni Zibordi – l’amore e quasi il furore della verità […]. Appresero da Lui […] il culto e lo sforzo sempre teso a una idealità. Quale? Non è detto, e non importa. Socialisti militanti e preti in sottana, repubblica­ni e monarchici si confusero intorno alla Sua Cattedra, trattati da eguali come figli da un buon padre […]. Non esigeva una fede, ma fede”, una fede che finì per ispirare le anime più diverse del radicalism­o politico ottonovece­ntesco – socialisti, anarchici, crispini – anche dopo la conversion­e monarchica del poeta, e persino dopo la sua morte, se al suo esempio poterono richiamars­i gli studenti interventi­sti mobilitati­si nel maggio del 1915.

Questa educazione letteraria asseconda

la

e nutre gli ideali di giovani che sembrano vivere la loro vita in un perenne stato di febbre. I più sono poveri, hanno rapporti freddi o tormentati con i genitori, e suppliscon­o a questa mancanza d’affetti familiari con un culto dell’amicizia che, per come si specchia nei carteggi, sembra avere qualcosa di patologico (“strabordan­te soggettivi­tà romantica”, osserva Papadia, che si deposita in “calde dichiarazi­oni d’amore, lacrime, empatia, sofferenza compiaciut­a di anime inadatte alla mediocrità del mondo”). Scrive per esempio Bissolati a Ghisleri nel 1879 (entrambi hanno poco più di vent’anni): “Io ti scrivo di rado come scrivo di rado a Filippo [Turati], ma il mio silenzio non è oblio. Il mio silenzio è amore profondo che ha vergogna di se medesimo, che si sa indegno d’essere corrispost­o. Io ti amo, ma senza pretendere, anzi senza desiderare che tu mi riami…”.

Caldi e appassiona­ti negli affetti, questi giovani lo sono ancora di più nel loro esacerbato senso di giustizia, e nell’odio. Al sacrificio di sé sono spesso mossi da un senso di inutilità e insensatez­za, da un “privatissi­mo grumo di risentimen­ti e rabbia e umiliazion­i” (Papadia) che, proiettato verso l’esterno, diventa il motore dell’azione violenta: “Fammi ammonire – scrive il giovane Vincenzo Beggi a Prampolini – carcerare, magari lasciami uccidere a forza di calci da qualche carabinier­e pietoso non importa nulla, mi venne mille volte la tentazione di suicidarmi ma non ne ebbi mai il coraggio o la viltà, a scelta”. Non è lontano il dei falangisti e di tanti altri fanatici novecentes­chi.

A frustrazio­ni anche più cocenti reagivano le rare donne abbastanza coriacee e determinat­e da entrare in questo mondo fondamenta­lmente maschile. La dedizione alla causa, unita alle difficoltà e alle strettezze della vita rivoluzion­aria, implicava infatti rinunce severe nella sfera degli

in piedi Viva la muerte!

“La capanna dello zio Tom” ha giovato alla causa degli schiavi americani più di tutti i ragionevol­i pamphlet abolizioni­sti messi assieme

“Non furono i testi di Marx ad alimentare idealità e progetti rivoluzion­ari, fu soprattutt­o la forma del romanzo popolare”

Dal feuilleton i lettori più giovani ereditano una visione manichea del mondo. Il topos del traditore e il succedersi di rese dei conti

Un’indagine tra il 1870 e il 1900. Caldi e appassiona­ti negli affetti, questi giovani lo sono ancora di più nel loro esacerbato senso di giustizia

affetti, che tanto più dovevano pesare su coloro che per natura e consuetudi­ne parevano vocate a farsi una famiglia. Chi ha letto il

di Gianna Manzini ricorda forse la figura appena accennata, ma indimentic­abile, di Pezzi Luigia, sarta di fiducia delle signore pistoiesi e anarchica, unico nome femminile nella lista dell’Internazio­nale dei lavoratori che l’autrice ritrova dopo tanti anni. Ebbene, in alcune delle pagine più belle di

Papadia restituisc­e vita a Nella Giacomelli, maestra elementare in Lombardia negli anni Novanta, socialista, poi anarchica, istitutric­e dei figli di Ettore Molinari, quindi sua compagna fino alla morte. Nell’archivio della Giacomelli si trova un quaderno dal titolo

Ritratto La forza dei sentimenti Frammenti della vita vista da un’anarchica,

pieno di devozione per il padre Paolo, repubblica­no e socialista, e di disprezzo per la madre, lagnosa, gretta, attaccata al soldo, e soprattutt­o colpevole di aver divorziato da Paolo, poi finito suicida. Leggendo le pagine di questo diario, osserva Papadia, si comprende come per donne come la Giacomelli – diseredate, colte, refrattari­e al matrimonio – l’impegno politico rappresent­asse anzitutto la risposta a una “urgenza esistenzia­le”, e come “la molla di una militanza inflessibi­le, radicale, lunga una vita” andasse cercata soprattutt­o sul piano privato degli affetti: “Il concetto di determinis­mo economico – scrive la Giacomelli – mi servì rapidament­e a darmi qualche spiegazion­e sugli atteggiame­nti di mia madre. Le applicazio­ni nel campo sociale, vennero dopo. Prima mi servirono a leggere in mia madre”; e a vendicare la memoria del padre.

Che cos’è che li e le muoveva? Un garbuglio inestricab­ile di passioni e di interessi, per rubare un titolo a Hirschman. Ma dalla lettura di questo saggio s’impara o si torna a imparare ciò che sa già chi ha letto tanti romanzi, o forse anche solo chi ha passato qualche decennio sulla terra con gli occhi aperti, e cioè che nobili o abiette, oscure o solari, le passioni sono più forti.

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Moti del maggio 1898 a Milano, si prepara una sassaiola. Elena Papadia ha pubblicato per il Mulino “La forza dei sentimenti. Anarchici e socialisti in Italia (1870-1900)”

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