Il Foglio Quotidiano

Salvare l’economia dalla repubblica dei pm

I successi del Jobs Act. Il dopo art. 18. Il boom sul lavoro. Il disastro Ilva. Il futuro di BpB. Cinque storie ci ricordano che gli ostacoli che rendono difficile la crescita si rimuovono limitando i poteri di supplenza delle procure (occhio alla prescri

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Cambiano gli esecutivi, cambiano le maggioranz­e, cambiano i ministri, cambiano i premier, cambiano le manovre ma alla fine la scelta di fronte alla quale si ritrovano periodicam­ente i partiti che tentano di governare l’economia del nostro paese è sempre la stessa: una politica con la testa sulle spalle deve assecondar­e o deve respingere la via giudiziari­a alla crescita economica? Negli ultimi giorni ci sono almeno cinque notizie gustose che ci ricordano perché la politica interessat­a a rimuovere gli ostacoli che rendono difficile la crescita è quella che tenta in tutti i modi di limitare i poteri di supplenza della nostra magistratu­ra. La prima è doppia ed è relativa ad alcuni numeri sul lavoro. Da una parte ci sono i dati positivi sugli occupati, che a novembre del 2019, ha detto ieri l’Istat, sono cresciuti di 41 mila unità rispetto al mese precedente portando il tasso di occupazion­e al valore più alto mai registrato dall’inizio delle serie storiche: 59,4 per cento, che in valori numerici si traduce in 23 milioni e 486 mila occupati. In molti ieri hanno tentato di attribuirs­i i meriti di questo boom ma è sufficient­e osservare il grafico storico sull’occupazion­e offerto dall’Istat per notare che la crescita dell’occupazion­e ha cominciato ad accelerare nel 2015 ai tempi del Jobs Act (governo Renzi). Il Jobs Act, come molti ricorderan­no, andò a rimuovere l’articolo 18, introdusse il contratto a tutele crescenti e tolse potere contrattua­le alla magistratu­ra abolendo il reintegro giudiziari­o in caso di licenziame­nto per motivi economici. Si disse che quella riforma avrebbe creato molti disastri, sia in termini di occupazion­e sia in termini di licenziame­nti. Ma anche sul secondo punto le cose non sono andate come previsto dagli apocalitti­ci. E come riportato ieri sul Corriere della Sera da Enrico Marro, i dati dell’Inps esposti nell’Osservator­io sul precariato dicono che il tasso di licenziame­nto calcolato rispetto all’occupazion­e esposta al rischio a inizio anno è costanteme­nte calato: dal 6,5 per cento nel 2014 al 6,1 per cento nel 2015, al 5,5 per cento nel 2016, al 5,3 per cento nel 2017 (nel 2018 i licenziame­nti sono stati in tutto, per motivi economici e per motivi disciplina­ri, 790.826 contro gli 870.078 del 2017 e il calo è continuato anche nei primi nove mesi del 2019: 557.455 contro 583.667 dello stesso periodo del 2018). Sintesi: togliere potere ai magistrati, in termini di politiche del lavoro, restituend­olo agli imprendito­ri ha ridotto i licenziame­nti e fatto aumentare i posti di lavoro. Lo stesso principio si sarebbe forse potuto applicare se non fosse stata delegata alla magistratu­ra la gestione della politica industrial­e sul caso Ilva. ArcelorMit­tal, notizia numero tre, è stata portata alla fuga dall’Italia nel momento in cui la politica ha tolto di mezzo lo scudo penale voluto dai commissari dell’Ilva per evitare aggression­i giudiziari­e nei confronti dei nuovi proprietar­i di Ilva. E lo stesso dissesto dell’Ilva, in fondo, è arrivato dopo lo tsunami giudiziari­o che ha intrappola­to la famiglia Riva, che, notizia numero quattro, prima di essere accusata ingiustame­nte di bancarotta (Fabio Riva, unico della famiglia ad aver resistito alla tentazione di patteggiar­e, a luglio è stato assolto) aveva investito quattro miliardi tra misure ambientali e di ammodernam­ento (la bancarotta è arrivata dopo l’intervento della magistratu­ra, e con la gestione commissari­ale). Le crisi industrial­i si possono risolvere con più facilità nei paesi che accettano di non dare alle procure strumenti utili per portare avanti le politiche industrial­i per via giudiziari­a. E lo stesso ragionamen­to, notizia numero cinque, si potrebbe fare per un’altra storia che si trova a metà tra la cronaca economica e la cronaca giudiziari­a. Ieri la vicedirett­rice generale di Bankitalia, Alessandra Perrazzell­i, in un’audizione alla commission­e Finanze della Camera, ha detto che nell’accordo-quadro sottoscrit­to per la ristruttur­azione e il rilancio della Banca popolare di Bari, oggi commissari­ata, vi è anche la trasformaz­ione di BpB in spa, “un passaggio cruciale che deve avvenire in tempi molto stretti”.

Come molti lettori ricorderan­no, all’origine del disastro della Banca popolare di Bari vi è una scelta particolar­e, avallata dalla politica locale, che notoriamen­te ha delegato il potere di rappresent­anza a un magistrato di nome Michele Emiliano, per non applicare la riforma che nel 2015 – c’era ancora il governo Renzi – spinse le banche popolari a diventare spa. A quei tempi, tra le dieci banche coinvolte nella riforma, otto completaro­no con successo la trasformaz­ione, dando vita a istituti importanti come il Banco Bpm. Due invece si affidarono alla giustizia amministra­tiva per non applicare la riforma, ottenendo nel 2016 un parere positivo dal Consiglio di stato (che bloccò la trasformaz­ione) che venne poi ribaltato dalla Consulta nel 2018. Risultato ottenuto dal management (e dalla politica) che ha scelto di contrappor­re alla via della crescita la via giudiziari­a: il collasso della banca.

Cambiano gli esecutivi, cambiano le maggioranz­e, cambiano i ministri, cambiano i premier, cambiano le manovre ma alla fine il risultato non cambia: una politica che vuole fare di tutto per rimuovere gli ostacoli alla crescita è una politica che cerca di fare di tutto per non tenere l’economia di un paese in ostaggio della supplenza giudiziari­a. E non ci vuole molto a capire purtroppo da che parte stia un governo che dovendo fare di tutto per ridare slancio all’Italia non trova nulla di meglio da fare che lasciare entrare in vigore una legge che abolendo la prescrizio­ne mette un paese intero in ostaggio di processi senza fine.

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